Controverse: nove autrici, due generazioni, un dialogo. Vite e percorsi differenti, in un confronto che va oltre le categorie identitarie in cui siamo immersi. Interviste dall’enorme potenziale politico che si pongono contro l’egemonia culturale scardinando tutto quel che vuole etichettare, definire per sempre in schemi precostituiti che si declinano in un continuo noi e loro. Spazi, quelli delle definizioni chiuse, che non fanno scorrere le possibilità di riconoscersi diversi anche fra sé stessi, possibilità che invece chi vive la diaspora dichiara di avere e restituisce non solo a sé.
Perché le etichette, spesso subite, rischiano di essere comunque un segno di esistenza in cui stare, basta che sia. E invece no, non per le nove donne che scrivono e attraverso lo scrivere definiscono quelle porte girevoli che sono le esistenze delle persone nere, cui si chiede di giurare fedeltà per accedere a una cittadinanza che i contesti quotidiani, e non solo, poi non riconoscono.
Un esempio: perché c’è la necessità di definire “letteratura migrante” un romanzo scritto da una persona che viene definita “afrodiscendente”, anche se nata e cresciuta in Italia e magari in quel paese afro della propria famiglia di origine non è mai andata? La risposta a tutto questo sta nella parola diaspora, che è termine che espande le vite e le possibilità. Un concetto che non si può intrappolare in nessuna definizione definitiva, perché la sua continua declinazione nelle vite fa sì che ogni volta sfugga via, già in un altrove per cui si è coniata una nuova parola che domani non sarà più vera.