Da Nigrizia di maggio 2010: La Caporetto governativa
Pubblicate le Linee-guida e indirizzi di programmazione per il triennio 2010-2012. Per il 2010 sono stati stanziati 326,9 milioni. Per il 2011 e 2012, 210 milioni. Le briciole per le ong. L’Ocse ci bacchetta. Da noi ogni anno crescono solo le promesse.

L’atmosfera che si respira in quelle 30 paginette è da fine corsa. Come se la cooperazione allo sviluppo in Italia fosse diretta verso un binario morto. E abbia alzato bandiera bianca. Azzerate le risorse. Scarso il personale tecnico. Nessuna strategia a lungo termine. Gli stessi protagonisti parlano di un soggetto in stato comatoso. Quasi agonizzante. Abbandonato a sé stesso. Ma, a questo punto, ha ancora un senso mantenere in vita un apparato, come la Direzione generale alla cooperazione e allo sviluppo (Dgcs), nel quale ci si muove come in uno spazio in disuso? Uno strumento che Roma vorrebbe utilizzare, eventualmente, solo per rafforzare la sua politica securitaria, commerciale e militare.

 

Dubbi, questi, legittimati anche dalla lettura delle Linee-guida e indirizzi di programmazione per il triennio 2010- 2012. Un documento che dovrebbe illustrarci il futuro prossimo della cooperazione italiana. In realtà, è l’esatta fotocopia (compresi gli errori, come indicare Oslo, e non Nairobi, come la sede dell’accordo di pace in Sudan nel 2005, vedi a pagina 11) di ciò che è uscito nel dicembre 2008 dalle stanze del ministero degli affari esteri (Mae). Cambiano solo le cifre. In peggio. La legge finanziaria 2010 prevede per il prossimo triennio stanziamenti per la cooperazione della Dgcs pari a 326,96 milioni per il 2010 e 210,94 milioni per il 2011 e il 2012.

 

Una miseria. Che si assottiglia ancora di più, se si sottraggono le somme relative agli impegni pluriennali assunti in passato e le varie spese per il funzionamento dell’apparato burocratico. Per dire: quest’anno per i nuovi interventi sono a disposizione solo 192.402.497,17 euro. L’anno prossimo saremo davvero alle briciole. Una Caporetto.

 

Ancora più tragica la situazione per le organizzazioni non governative: i fondi destinati ai loro progetti, per il 2010, ammontano a circa 66 milioni di euro. Ma, anche in questo caso, le risorse “fresche” (dedotti, cioè, gli impegni pluriennali, gli oneri derivanti dai c.d. “progetti di sola conformità”, ecc.) saranno decisamente inferiori. Queste le somme per la cooperazione a disposizione del Mae.

 

Gli obiettivi strategici di Roma appaiono evidenti. E risultano ancora più chiari, se si confrontano queste somme con quanto ha stanziato la Finanziaria 2010 per le missioni militari italiane all’estero per il solo primo semestre di quest’anno: 750 milioni di euro.

 

La stessa direttrice della Dgcs, Elisabetta Belloni, ha finito le scorte di ottimismo. Nell’audizione alla commissione esteri della camera, il 15 marzo scorso, ha ammesso che non può essere «sottaciuta la gravissima riduzione di fondi di aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) che la legge finanziaria ha imposto e che purtroppo segnerà l’anno prossimo un’ulteriore marcata riduzione, facendo allontanare l’Italia dall’obiettivo europeo per il 2010 dello 0,51% nel rapporto tra Pil e Aps e dello 0,70% per il 2015». Secondo fonti ministeriali, la percentuale si dovrebbe aggirare, per quest’anno, sullo 0,20%. Per le ong che costituiscono la rete Link 2007, il dato si abbassa allo 0,13%. Quello che è certo è che nel 2009, in base all’ultimo rapporto del Comitato d’aiuto allo sviluppo (Cad) dell’Ocse, l’Italia ha veleggiato in fondo alla classifica tra i donatori, avendo destinato agli aiuti solo lo 0,16% della ricchezza nazionale. Peggio di noi sta solo la Corea del Sud, che riserva lo 0,10% del Pil. La flessione italiana del 31,10%, registrata dal Cad rispetto al 2008, è la maggiore contrazione nella spesa in Aps tra le nazioni che hanno sofferto di più la crisi economica.

 

Ma noi siamo il paese degli Arlecchini: tutti inchini e promesse. Nei consessi internazionali ci prodighiamo in giuramenti e assunzioni di impegni economici. Per poi dimenticarcene quando rientriamo nello Stivale. La realtà è che il rapporto tra promesse e fondi messi a disposizione è inversamente proporzionale: più aumentano le prime, più diminuiscono i secondi. È stato calcolato che esiste una differenza di 3 a 1 tra gli impegni assunti e gli stanziamenti delle leggi di bilancio.

 

Nella relazione (peer review), tutta dedicata allo stato di salute della cooperazione italiana e pubblicata all’inizio dell’anno, il Cad traccia un quadro impietoso. Dall’ultimo check up, effettuato dalla struttura dell’Ocse nel 2004, l’Italia ha fatto passi da formica. Anzi, per 4 anni è stata immobile. Solo nel 2008 si sono avviate alcune timide riforme di modernizzazione. Ma i 13 consigli sulle riforme da attuare sono stati, di fatto, disattesi. Ora il Cad rilancia: sono 19 le raccomandazioni (tra cui l’importante riforma della normativa in materia, la legge 49 del 1987). Ma non essendo previste sanzioni per inadempienze, si conosce già il destino di quelle richieste.

 

Gli aiuti pubblici allo sviluppo non portano consensi. Voti. Non sono una priorità in rapporto alla sensibilità dell’opinione pubblica. Che ignora il lavoro della Dgcs. In uno studio condotto nel 2009 dall’Eurobarometro, dal titolo Development Aid in Times of Economic Turmoil, è emerso che solo il 3% degli italiani ritiene che l’Aps debba essere gestito direttamente dalla nostra struttura di cooperazione.

 

L’Italia, per la verità, non è mai stato un donatore generoso. Occupiamo da sempre i bassifondi delle graduatorie. E anche nella classifica 2009 del Center for Global Development, che monitora i 22 paesi più ricchi al mondo in base all’impegno nell’attuazione di politiche a beneficio delle nazioni più povere, risultiamo al 18° posto.

 

E l’Africa che casellina occupa nelle politiche della cooperazione italiana? L’area subsahariana vede diminuire progressivamente la quota d’aiuto italiano, nonostante sia la regione prioritaria dal 2005. Non devono trarre in inganno, infatti, le fanfare mediatiche e governative che annunciano che all’Africa andrà il 50% delle risorse del settore. Se si fa la fatica di leggere con attenzione i documenti, ci si accorge che non compare mai una cifra, un dato. A quanto ammonterebbe, concretamente, questo aiuto?

 

Uno potrebbe dedurre che, essendo previsti per il 2010 192 milioni e mezzo di euro per nuovi interventi, all’Africa dovrebbe spettare la metà di quella cifra. Macché! Meno ancora. Perché il documento in oggetto si premura di precisare che «all’Africa subsahariana sarà destinato il 50% del totale dei fondi disponibili per attività sul canale bilaterale in ciascuno degli anni del triennio 2010- 2012». E al canale bilaterale il governo farà convogliare «circa il 70% dei fondi stanziati per gli interventi». Morale: il 70% di 192,4 milioni, diviso poi a metà, fa poco più di 67 milioni di euro.

 

Ecco la mirabolante cifra che dovrebbe finire in progetti per l’Africa. Poco più di un regalo.

 

 

Classifica Ocse

Nel suo ultimo rapporto, pubblicato il 14 aprile, il Comitato d’aiuto allo sviluppo (Cad) dell’Ocse ha reso noto che gli aiuti allo sviluppo hanno fatto registrare nel 2009 una crescita dello 0,7% in termini reali rispetto al 2008. Rapportato al prodotto interno lordo (Pil), gli aiuti aumentano, tuttavia, solo dello 0,01% (0,31% nel 2009, contro lo 0,30% nel 2008). Tra i paesi più virtuosi troviamo Belgio (+11,5%), Finlandia (+13,1%), Norvegia (+17,3%), Regno Unito (+14,6%) e Stati Uniti (+5,4%). La maglia nera spetta a Italia e Corea del Sud.

Per quanto riguarda l’Africa, gli aiuti pubblici dei paesi donatori sono aumentati sia in termini reali (+3%) che nel valore complessivo (28 miliardi di dollari nel 2009, contro 25 miliardi nel 2008). Il rapporto Ocse, tuttavia, sottolinea che nel 2010 l’Africa non dovrebbe ricevere che 11 miliardi di dollari, rispetto ai 25 miliardi di dollari supplementari necessari ogni anno per aiutare il continente.

 

 

Le priorità italiane

 

Africa Occidentale

Paesi priorità 1: Niger, Senegal

Paesi priorità 2: Burkina Faso,

Ghana, Sierra Leone,

Guinea-Bissau

Africa Equatoriale

Paese priorità 1: Sudan

Paese priorità 2: Kenya

Corno d’Africa

Paesi priorità 1: Etiopia, Somalia

Africa Australe

Paesi priorità 1: Mozambico

 




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