Da Nigrizia di maggio 2010: Il giudizio del mondo non governativo
Le organizzazioni mandano a dire al governo che le linee guida senza risorse non funzionano. Ma ammettono anche che l’opinione pubblica rimane fredda sui temi dello sviluppo.

Da tempo sono consapevoli dell’aria che tira. E sanno bene che le risorse pubbliche per la cooperazione allo sviluppo non sono granché. E, infatti, una buona parte delle organizzazioni non governative del settore si reggono grazie ai contributi dei privati cittadini. Ciò non significa che alle ong vadano bene le linee-guida dettate dal governo per la cooperazione italiana allo sviluppo 2010- 2012. Anzi. Pur in una logica di dialogo, muovono numerose e diversificate critiche. Consapevoli, del resto, che il tema cooperazione non fa vibrare l’opinione pubblica italiana (che pure mette mano al portafoglio con generosità) e che, quindi, la forza contrattuale e di reazione delle ong è scarsa. La poca capacità di mobilitazione vale sia per le ong italiane che per quelle internazionali.

 

Luca De Fraia, segretario generale aggiunto di ActionAid Italia, afferma:

«Sulla qualità delle politiche di cooperazione c’è un dialogo onesto tra governo e società civile. Il fatto è che le due agende – qualità e quantità – vanno tenute assieme. Invece, c’è una forte riduzione delle risorse a disposizione del ministero degli esteri, che segna un arretramento deciso rispetto al governo precedente. E non si agisce solo tagliando le risorse, ma si produce anche una visione culturaleideologica per sostenere questo punto di vista. L’atteggiamento è: la qualità è più importante della quantità degli aiuti. Posizione che ha preso forma in alcune scelte, emerse durante il vertice della presidenza italiana del G8 all’Aquila. Quindi, siamo in una fase non solo di difficoltà materiali tipiche dell’Italia, ma anche in una fase di discussione (non del tutto esplicita) sui modelli di sviluppo».

 

Sulla stagione delle ong: «Volenti o nolenti, si stanno adattando a questa condizione di forte penuria del contributo pubblico. Noi di ActionAid abbiamo una raccolta di circa 40 milioni di euro l’anno, che provengono tutti, tranne il 3-4%, dai privati. Abbiamo un forte riscontro presso l’opinione pubblica, come altre ong con una forte matrice internazionale. Il problema è come tradurre questo sostegno in qualcosa che abbia un peso politico, che faccia massa critica. Oggi abbiamo un dibattito politico che non parla di politica estera. Dovremmo fare in modo che ciò avvenga da qui alle elezioni del 2013. Chiunque vinca, deve avere nel programma di governo precise indicazioni di politica estera e di cooperazione allo sviluppo».

 

Anche per Nino Sergi, presidente di Intersos, che fa parte di Link 2007 (cui aderiscono Avsi, Cesvi, Cisp, Coopi, Cosv, Medici con l’Africa-Cuamm, Gvc, Icu, Lvia), un punto di crisi è la minor spinta dell’opinione pubblica sui temi dello sviluppo: «In questi ultimi anni, lavorare su questo terreno è diventato più difficile. Ci stiamo interrogando. Perché la politica si muove se stimolata dalla società. Non riusciamo a capire perché oggi c’è meno interesse a livello di movimenti della società civile». Link 2007, oltre all’endemica mancanza di fondi, vede una direzione della cooperazione abbandonata a sé stessa e un’incoerenza delle scelte politiche. Per uscirne, propone una conferenza nazionale sulla cooperazione. «Le precedenti conferenze sono state nel 1981 e nel 1985. Poi c’è stato il vuoto. Nel frattempo, il mondo è cambiato tanto. Va fatta una nuova conferenza con tutti i soggetti che fanno cooperazione. Noi proponiamo che si faccia entro tre anni».

 

Secondo Raffaele Salinari, presidente di Terre des hommes, «sul piano politico il documento del governo propone le “nozze con i fichi secchi”. Ed è contraddittorio: da una parte si riaffermano gli impegni in sede internazionale, dall’altra si giustifica il nostro disimpegno a causa della crisi; infine, si chiede quello che si è sempre chiesto, cioè di posporre questi impegni a tempi migliori. Il rischio è che l’Italia faccia da battistrada per un gioco al ribasso anche rispetto agli Obiettivi del Millennio dell’Onu, che entro il 2015 prevedono l’impiego dello 0,70% del prodotto interno lordo dei paesi più avanzati, con l’obiettivo di battere la povertà. Questo è preoccupante».

 

Dopo aver ricordato che le ong internazionali, come quella che presiede, si sono sempre finanziate presso il grande pubblico, Salinari spiega: «Il dialogo con il ministero è estremamente importante, proprio perché slegato dal tema del finanziamento diretto. Da anni stiamo portando avanti un dialogo politico con ministero, governo e parlamento, focalizzato su tre aspetti: la riforma della legge sulla cooperazione (49/1987); la coerenza delle politiche con gli impegni presi in sede Onu; il coordinamento tra politiche governative e politiche non governative. Nel confronto con il ministero non c’interessa, come invece spesso interessa alle ong italiane, semplicemente la parte che riguarda i finanziamenti alle ong».

 

Sergio Marelli, segretario generale Focsiv (Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontario: 65 ong) e già presidente dell’Associazione delle ong italiane, valuta positivamente che nel documento programmatico ci sia lo sforzo di concentrare su alcune aree le poche risorse disponibili. Si chiede, però, con quali criteri sono state individuate le aree: «Il criterio principale deve essere quello di concentrare le poche risorse in aree dove la povertà incide di più. Ma non sembra essere questa la scelta. Libia o Egitto ci sembrano paesi scelti con altri criteri, magari più legati agli interessi italiani in queste aree». Altro appunto: «C’è ormai la tendenza a imporre queste priorità geografico-territoriali anche alle ong. Per noi è inaccettabile. Ci stiamo mobilitando, e ne parleremo con la segretaria generale alla cooperazione. Perché l’autonomia di programmazione delle ong nella scelta dei partner, dei settori d’intervento e dei luoghi dove intervenire, è uno dei cardini identitari fondamentali del non governativo».

 

Pur riconoscendo che il ministero ha consultato le ong nel momento della definizione del documento programmatico, Marelli rimarca, tuttavia, che ben poco è stato tenuto in considerazione di ciò che le ong hanno detto: «Invece, bisogna lavorare in sinergia per dare più efficacia agli interventi. Fermo restando che per noi la cooperazione resta popolare, fondata anche sulla territorialità e sulle piccole ong: valori che devono essere mantenuti».

 

Nel ricordare che anche la Focsiv trae gran parte delle sue risorse dai privati cittadini – «una tendenza in atto da diversi anni» -, Marelli si sofferma su quello che definisce il tallone d’Achille del mondo non governativo: «Si tratta della scarsa capacità di mobilitare l’opinione pubblica sui temi della cooperazione allo sviluppo. Rimango convinto che su questo terreno dobbiamo recuperare, perché c’è un problema d’insensibilità e di refrattarietà della politica rispetto alla cooperazione internazionale. Una maggiore pressione dell’opinione pubblica sulla politica sarebbe importante».

 




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