Le Linee guida di programmazione per il triennio 2009-2011
Le fanfare mediatiche parlano di un impegno prioritario dell’Italia per l’Africa, con il 50% delle risorse che andranno in quel continente. Ma a quanto ammonterebbe questo “impegno”? A poco meno di 65 milioni di euro nel 2009. E meno ancora negli anni successivi. Mai così pochi. Dimezzati anche i paesi in cui si effettueranno gli interventi.

In questi giorni c’è un intenso traffico di parole legate alle promesse italiane sul terreno della cooperazione. Ad esempio, è di oggi il lancio di agenzia (Apcom) che suona le fanfare sull’impegno assunto dall’Italia nei confronti dell’Africa subsahariana.
Riferendosi a un documento (Linee guida e indirizzi di programmazione per il triennio 2009-2011 ) uscito il 9 dicembre scorso, la Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo (Dgcs) annuncia che per i prossimi 3 anni il 50% delle risorse del settore andranno a quella parte del mondo. E uno potrebbe pensare: “Caspita, finalmente anche Roma si impegna concretamente per quell’area”. Poi si fa la fatica di leggere con attenzione le righe lanciate via web dall’agenzia stampa e ci si accorge che non compare mai una cifra, un dato. Ma a quanto ammonterebbe, concretamente, questo aiuto?
Una domanda che fa partire un treno di sospetti e timori che alla fine spengono le illusioni. Perché un conto è potersi abbuffare col 50% di una torta nuziale e un altro è accontentarsi del 50% delle briciole rimaste sul tavolo dopo la scorpacciata altrui. Ecco, per gli aiuti all’Africa è successo più o meno questo, come racconta un’ampia analisi (il titolo: Il tradimento dell’Italia) in uscita sul numero di febbraio di Nigrizia.
Al contrario di quanto sostiene l’informazione ultrà, è la stessa Dcgs ad alzare bandiera bianca: Nelle sue Linee guida ammette candidamente che «le risorse attribuite alle iniziative di cooperazione» per il triennio in oggetto «hanno subito una notevole riduzione». Alla quale, ovviamente, s’affiancherà il dimezzamento «del numero di paesi e dei settori in cui si effettueranno nuovi interventi».
I numeri, forse, mostrano un’immagine meno sfocata rispetto a quella che esce dalle parole: il disegno di legge finanziaria 2009 prevede per la cooperazione, per il prossimo triennio, stanziamenti per 321,8 milioni di euro per l’anno in corso, per 331,26 milioni per il 2010 e per 215,7 milioni per il 2011. Ma degli stanziamenti, poi, solo una parte andranno a nuovi progetti.
Prendiamo i 321,8 milioni previsti per quest’anno: tolti i soldi per gli impegni pluriennali già assunti e da portare a termine (106,6 milioni di euro); tolti i milioni per il funzionamento della struttura burocratica (circa 30 milioni), per i nuovi interventi restano “solo” 185,2 milioni. Quindi, all’Africa spetterebbe la metà di quella cifra? Macchè. Meno ancora. Perché il documento in oggetto si premura di precisare che «all’Africa subsahariana sarà destinato il 50% del totale dei fondi disponibili per attività sul canale bilaterale in ciascuno degli anni del triennio 2009-2011». E al canale bilaterale il governo farà convogliare «circa il 70% dei fondi stanziati per gli interventi». Morale: il 70% di 185,2 milioni, diviso a metà fa poco meno di 65 milioni di euro.
Le fanfare mediatiche dovrebbero tramutarsi in sonori fischi. Ma è chiedere troppo a un’informazione frettolosa e servile.
Il ministro degli esteri Franco Frattini, in un’intervista d’inizio anno a Famiglia cristiana, ricorda come il governo abbia razzolato, prima di Natale, «100 milioni di euro – tutti destinati a progetti di cooperazione civile – recuperati nell’ambito del decreto sulle missioni all’estero». Somma, tuttavia, non inserita nel decreto missioni, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 31 dicembre, che non prevede, appunto, alcun stanziamento aggiuntivo per interventi di cooperazione. Il Governo, vista la gaffe, si è premurato di modificare, pochi giorni, fa il testo del decreto legge di proroga alla partecipazione italiana alle missioni internazionali. Il nuovo testo prevede, «per le attività di cooperazione civile, uno stanziamento di 45 milioni di euro per i prossimi sei mesi».
Se fosse confermato, si tratterebbe ugualmente di una caporetto.
L’Italia, per la verità, non è mai stato un donatore generoso. Occupiamo da sempre i bassifondi delle graduatorie, in fatto di Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps), tra i paesi più ricchi. E anche nella classifica 2008 del Center for Global Development, che monitora i 22 paesi più ricchi al mondo in base all’impegno nell’attuazione di politiche a beneficio delle nazioni più povere, risultiamo al 20° posto, con solo Giappone a Corea del Sud a fare peggio.
Eppure nella precedente legislazione si era registrato un piccolo risveglio: i fondi stanziati per la cooperazione, nel 2008, erano stati 732 milioni. Oggi, invece, siamo al minimo storico degli ultimi 20 anni. E andrà sempre peggio, visto che per il 2011 sono previsti poco più di 200 milioni. Tradite completamente, quindi, le attese respirate nel Dpef (Documento di programmazione economica finanziaria) 2008-2011, nel quale l’Italia si impegnava a raggiungere, nel rapporto tra Aps e Pil, lo 0,33% nel 2008, lo 0,42% nel 2009 e lo 0,51% nel 2010. Utopie. Nel 2009 siamo ben al di sotto dello 0,1%.
Addio, di conseguenza, alle promesse solenni di Roma di mantenere uno degli otto Obiettivi del millennio: destinare ai paesi poveri, entro il 2015, lo 0,7% del Pil come contributo per dimezzare la povertà assoluta entro quella data. Dunque, nessuna illusione: l’inflazione di impegni e giuramenti sull’Africa che sentiremo da qui al G8 estivo della Maddalena da parte di Berlusconi&co. affonderà nei gorghi dell’ipocrisia.
Un ammutinamento, quello italiano, che avrà dei riflessi anche in Europa. Se nel 2010 l’Aps italiano non sarà almeno pari allo 0,44% del Pil, anche Bruxelles potrebbe mancare l’obiettivo collettivo dello 0,51%. «La Commissione – ci ricorda Stefano Manservisi, direttore generale allo sviluppo presso la stessa Commissione – non ha strumenti coercitivi (del tipo procedure d’infrazione) da far valere nei confronti dell’Italia, perché in materia l’Unione non ha poteri legislativi. Siamo nell’ambito di un accordo politico e, in caso di non rispetto degli impegni, c’è solo la denuncia politica. La Commissione, comunque, non rinuncerà a questo strumento».