Da Nigrizia di maggio 2010: Intervista al sottosegretario agli esteri Mantica
«In Italia si è troppo legati al concetto di solidarietà e generosità e poco a quello dell’investimento e di un obbligo della politica. La riforma della cooperazione? Ci sarà un motivo per cui 10 governi, con 10 formule diverse, non sono riusciti a portarla a casa».

Lascia da una parte il gioco degli opportunismi e delle astuzie lessicali. Delle giustificazioni e delle difese di parte. E va dritto al cuore della complessità del tema: «La cooperazione con la regia del ministero degli affari esteri (Mae) è ridotta ormai a quattro soldi. Trecento milioni di euro, con cui non si incide nella politica dell’aiuto. Il problema sta a monte. Per la nostra cultura, così legata ai concetti di solidarietà e generosità, la cooperazione è una liberalità. Una visione che non condivido. Per me la cooperazione deve essere un investimento, una necessità, quasi un obbligo per un paese sviluppato. Perché, se siamo in un’economia globale, se vogliamo ridurre i flussi migratori, eccetera eccetera, o portiamo lo sviluppo là dove non c’è, oppure assisteremo a fenomeni tragici anche da noi. O entriamo nell’ordine di idee che uno stato sviluppato ha un obbligo nella sua politica economica di fare investimenti nell’area della cooperazione. Oppure, se continuiamo con il principio della liberalità, è ovvio che quando i soldi ci sono, perché non c’è la crisi, posso anche destinare milioni di euro. Ma quando il denaro scarseggia, la prima cosa che taglio sono i regali. Questa è la differenza tra la cultura della liberalità e quella dell’investimento. Mi pare che in Italia – e lo dico con amarezza – tutte le culture attorno alla cooperazione siano molto legate a questo concetto di solidarietà e generosità e molto poco al resto».

 

Alfredo Mantica è uno dei tre sottosegretari agli esteri del governo Berlusconi. Ma è il più attrezzato per parlare di Africa e di cooperazione. Temi che sta frequentando da lustri. Nella passata legislatura ha fatto parte del comitato ristretto, guidato dal senatore del Pd Giorgio Tonini, che aveva trovato un accordo sulla modifica della legge 49/1987, che ancora disciplina la materia della cooperazione. «Personalmente trovo che l’architettura di quell’accordo possa ancora essere la base di una grande riforma. Se non si ha, invece, la volontà di affrontare alcuni nodi chiave, tanto vale trovare qualche banale soluzione che renda più snella l’attività della cooperazione, anche se poi non si va a incidere in profondità in questo settore».

 

E quali sono i nodi più urgenti?

Due sono politici. Uno di politica contabile: bisogna semplificare le procedure. Non dico di arrivare a quello che è stato fatto per la protezione civile, ma bisogna pur promuovere un’autonomia gestionale in grado di accelerare i tempi e ridurre la preoccupazione che abbiamo oggi quando si tratta di pagare le organizzazioni non governative (ong).

 

L’altro nodo?

È di politica generale. È inutile negarlo: la cooperazione gestita dal Mae è ridotta a poca cosa a causa degli impegni internazionali che il governo italiano si è assunto. Oggi gran parte di quella che è la cooperazione viene delegata, tramite i nostri contributi economici, a istituzioni finanziarie internazionali e all’Unione europea. Fondi gestiti prevalentemente dal ministero dell’economia e delle finanze (Mef). Tra l’altro, con un meccanismo contabile infernale: essendo impegni internazionali, quelle somme sono prestabilite ogni anno. Per cui la parte variabile, quella gestita dal Mae e che comunemente chiamiamo cooperazione, si assottiglia ogni anno di più, perché è l’unica che può subire i tagli. Qua sta il nodo politico: ciascun ministero, oggi, amministra in proprio le quote legate alla cooperazione. Bisognerebbe, invece, far ripartire una cabina di regia, gestita dalla Farnesina, in modo che ci sia una sola istituzione responsabile di quello che riguarda la politica di cooperazione dell’Italia. Quindi, riassumendo: se la contabilità continua com’è ora e se il meccanismo di regia è come l’attuale, la cooperazione gestita dal ministero degli esteri disporrà di sempre meno risorse e inciderà praticamente nulla nella realtà.

 

Ma lei oggi è al governo. Ha la possibilità di cambiare le cose.

Guardi, le obiezioni e gli ostacoli sono trasversali. Qua non c’entra destra o sinistra. Ricordo che l’ex ministro alle finanze, Padoa Schioppa, del centrosinistra, su questi temi aveva le stesse opinioni di Tremonti, l’attuale ministro. Il ruolo del Mef, di tutore del debito pubblico e della spesa pubblica, azzera le differenze politiche. È anche vero che nell’attuale maggioranza politica, specie nel Pdl, molti ragionano come me e altri sono invece più propensi a una logica mercatista. Confido in Tremonti: in molte sue dichiarazioni ho notato un’attenzione alla coesione sociale e al superamento del liberismo sfrenato. Alcune sue proposte, come quella di destinare una parte dell’Iva dei consumi alla cooperazione, le trovo interessanti, anche se non sarebbero considerate aiuto pubblico allo sviluppo in base alle regole Ocse. Spero che accetti di dialogare su questi temi. Certo, non le nascondo le mie perplessità sullo scontro in atto. Nemmeno mi nascondo il fatto che 10 governi, con 10 formule diverse, non siano riusciti a portare a casa la riforma della cooperazione. È da almeno 14 anni che si arriva in parlamento con proposte di legge di riforma, senza trovare una soluzione. Credo che sia un problema culturale, del governo, delle varie istituzioni governative, del paese nel suo complesso. Tutti parlano, promettono e s’impegnano. Ma, nella sostanza, nulla cambia: la percentuale di aiuti alla cooperazione rispetto al prodotto interno lordo è sostanzialmente in oscillazione tra lo 0,15% e lo 0,22% da 15 anni.

 

Probabilmente perché non è sensibile su questi temi neppure l’opinione pubblica. E quindi sono temi che non portano consensi e voti…

Verissimo. Se lei va da qualunque ministro del Mef, di qualunque partito, a perorare la causa degli aiuti alla cooperazione, si sentirà rispondere: «Se io aumento la cooperazione di 500 milioni di euro, non se ne accorge nessuno. Se assegno 100 euro in più alle pensioni minime, avrò più voti». Per questo motivo, batto il tasto che, fino a quando la cooperazione sarà considerata una liberalità, non si uscirà da questo circolo vizioso. Ma non possiamo tacere, su questo tema, anche un limite strutturale delle nostre ong.

 

Quale?

L’anomalia italiana è di avere 180 ong. Troppe. È un fattore di debolezza. Molte sono piccole e hanno problemi di sopravvivenza. Impegnate a salvare i bilanci, incidono poco sull’opinione pubblica. Guardate, al contrario, l’attività delle grandi ong straniere. Penso ad ActionAid, a Medici senza frontiere, ad Amnesty International: quando lanciano una campagna di promozione culturale, fanno presa nell’opinione pubblica. Le nostre sono solo terrorizzate dall’idea di perdere i pochi spazi di autonomia rimasti.

 




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