In apertura della COP30 a Belèm (10-21 novembre), il presidente del Brasile Lula Ignacio Da Sliva, aveva affermato, riguardo alla Conferenza ONU sul clima, che si sarebbe trattato di una “cupola di verità” per le scelte e per le decisioni che avrebbe preso. Lula aveva sostenuto che fosse necessario stabilire “una tabella di marcia” per pianificare in modo efficace una politica per porre fine alla deforestazione, per il superamento dei combustibili fossili e per mobilitare le risorse economiche per raggiungere questi obiettivi.
Anche quest’anno, invece, nella dichiarazione finale i leader mondiali si sono limitati a un generico appello per “accelerare e intensificare significativamente l’azione per il clima in tutto il mondo” e a triplicare i finanziamenti alle nazioni più povere per rispondere alla crisi, ma senza un chiara roadmap per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili.
Benchè siano state circa 200 le delegazioni presenti da molti paesi, alcuni importanti capi di stato hanno declinato l’invito. Tra questi purtroppo Stati Uniti e Cina, le nazioni che incidono più gravemente sulla crisi climatica: gli Stati Uniti con l’11% e la Cina con il 29% di CO2. Assente inoltre anche il presidente dell’India Narendra Modi e vari primi ministri, inclusa la premier italiana Giorgia Meloni.
Nelle sue dichiarazioni il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, ha definito come “negligenza mortale” l’atteggiamento di alcuni stati nel non impegnarsi a mantenere il limite di riscaldamento del pianeta a 1,5 gradi, che invece “deve rimanere la linea rossa dell’umanità”.
Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Mahmoud Ali Youssuf, dal canto suo, chiedeva di interrompere le politiche dell’elemosia all’Africa, a favore di una vera giustizia ecologica: avere un accesso serio ed equo ai finanziamenti, alle teconlogie e alle opportunità.
Un coro di voci del Sud Globale ha denunciato come continuino ad essere i meno responsabili di questa crisi climatica, coloro devono purtroppo sopportare il fardello più pesante.
A queste voci si è aggiunta anche quella delle Chiese del Sud Globale: per la prima volta la Chiesa cattolica istituzionale si è fatta presente con 40 vescovi e 8 cardinali, affermando che i cambiamenti climatici generano piu rifugiati delle guerre, invitando le delegazioni a mettere in pratica gli accordi di Parigi, siglati nel 2015 alla COP20. Inoltre hanno auspicato un cambio di paradigma economico per favorire il ben vivere della maggiornaza dell’umanità e la cura del pianeta.
Di questa COP si ricorderà l’approvazione del TFFF (Tropical Forest Forever Facility), un fondo globale pubblico-privato con un investimento iniziale di 5 miliardi di dollari (su un obiettivo di 125 miliardi) per finanziare la conservazione permanente delle foreste tropicali, con un 20% destinato alle popolazioni locali e ai popoli orginari della foresta.
Il Brasile ha inoltre annunciato di voler azzerare la deforestazione entro l’anno 2030. E vedremo come e se riuscirà a tenere fede alla promessa.
Per quanto riguarda il superamento dei combustibili fossili, si è registrata la resistenza della maggioranza delle delegazioni, con una trentina che si erano dette pronte a non firmare l’accordo, nel caso il presidente della COP30, il viceministro brasiliano per il Clima e l’Energia Andre Correa do Lago, non riuscisse a riscuotere il consenso unanime di tutte le delegazioni.
Alla fine la “roadmap” proposta del Brasile per porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili non è stata inclusa nel documento finale. La proposta aveva ottenuto l’appoggio di oltre 80 paesi, ma a mettersi di traverso sono stati i grandi produttori come l’Arabia Saudita.
Di questa COP30, si ricorderà la presenza significativa dei popoli originari e Quilombolas (afrodiscendenti): 3mila circa. E le 900 persone indigene che sono state ammesse nella zona azzurra della città, riservata alle delegazioni, allo scopo di presentare le proprie soluzioni, come guardiani della foresta. La metà rispetto ai 1.800 lobbisti impegnati a servire e promuovere gli interessi di compagnie minerarie e di aziende e imprese d’ogni sorta.
Molto significativa l’iniziativa della Cupola dei ragazzi. Ogni giorno nel campus dell’Università Federale dello Stato di Parà, si incontravano centinaia di ragazzi e adolescenti che discutevano sulla crisi climatica e presentavano le loro proposte, sostenendo che “senza la Natura non c’è umanità”, inenzionati a prendersi cura del pianeta come se fosse un bambino vivente, bisognoso di tutta l’attenzione necessaria.
Significativa anche la presenza delle donne e delle loro associazioni, che hanno insistito molto sul legame tra il loro corpo, spesso violato e abusato, e i territori della Madre Terra, sfruttati e violati costantemente.
Senza dubbio i 70mila che hanno partecipato alla Marcia Globale il 16 novembre lungo le strade di Belèm, hanno testimoniato la forza che viene dal basso, sottolineando che non ci sarà soluzione alla crisi climatica senza la partecipazione e il coinvolgimento di tutti coloro che pagano ingiustamente le conseguenze della crisi climatica.