Siamo a dicembre 2025. Le sedi dei grandi club europei tremano. Da Liverpool a Napoli, i fax delle federazioni africane arrivano come sentenze, richiamando i campioni per la ‘festa del continente’, la Coppa d’Africa (AFCON). Quella tensione, quel braccio di ferro tra il diritto di appartenenza e il dovere del contratto, è stato per decenni il nervo scoperto del calcio mondiale. Ma, dal 2028, il silenzio sostituirà le polemiche.
Con la scelta della CAF di rendere l’AFCON quadriennale, il calcio africano sembra aver firmato un trattato di pace che somiglia molto a una resa: meno spazio alla bandiera, più spazio al club. Una mossa presentata come ‘modernizzazione’, che però rischia di recidere il legame più profondo tra il talento e le sue radici.
Qualità contro tradizione
Il fronte dei sostenitori, guidato da Motsepe e sostenuto apertamente dalla FIFA, punta sulla qualità rispetto alla quantità. Il presidente della CAF ha risposto duramente alle critiche di chi vede in questa scelta un favore all’Europa: «L’affermazione secondo cui gestiremo l’Africa per l’Europa è un’assoluta sciocchezza. Gestiamo l’Africa per l’Africa. Dobbiamo liberare noi stessi e avere più fiducia nelle nostre decisioni», ha dichiarato Motsepe, sottolineando che il nuovo ciclo permetterà alle nazioni ospitanti di preparare infrastrutture migliori e ai partner commerciali di investire su un evento considerato finalmente “esclusivo”.
Pareri tecnici a confronto
Anche leggende del calcio come Didier Drogba si sono espresse a favore in passato, evidenziando il logorio dei giocatori: «Potrebbe essere un bene perché darebbe un sapore extra al torneo grazie alla sua rarità. Ogni due anni, quando i professionisti tornano dall’AFCON, faticano a ritrovare il posto nei loro club. L’ho vissuto sulla mia pelle, è difficile».
Nonostante le rassicurazioni, molti addetti ai lavori vedono nella cadenza quadriennale un indebolimento del calcio locale. Il CT del Mali, Tom Saintfiet, è stato tra i più critici: «Dal 1957 l’Africa organizza la Coppa ogni due anni. Ora dicono ogni quattro. Non è giusto. L’Africa va rispettata».
Sulla stessa scia la leggenda egiziana Hossam Hassan, che vede nella riforma un adattamento forzato alle “condizioni europee”, a scapito dei tifosi e dello sviluppo costante che un torneo biennale garantiva alle nazioni meno abbienti.
La nuova Nations League
Per colmare il vuoto tecnico ed economico tra un’edizione e l’altra, la CAF ha annunciato il lancio della African Nations League. L’idea è di creare una competizione annuale che coinvolga tutte le 54 nazioni africane, garantendo visibilità e introiti costanti senza però obbligare i giocatori a lunghi ritiri centralizzati come avviene per l’AFCON.
Walid Regragui, CT del Marocco, ha offerto una visione pragmatica: «Ci sono pro e contro. Il formato biennale ha aiutato molte squadre a ricostruirsi rapidamente. Forse però, con i quattro anni, i club europei avranno più fiducia nei giocatori africani, sapendo di non perderli ogni due stagioni».
Il passaggio ai quattro anni, unito all’espansione del torneo a 28 squadre proposta per il futuro, segna la fine di un’era. Se la Nations League Africana riuscirà a mantenere alto l’interesse, la CAF potrebbe aver trovato la quadratura del cerchio. In caso contrario, il rischio è di aver barattato l’anima pulsante del calcio africano per una poltrona più comoda al tavolo dei grandi investitori internazionali.
Aria di neocolonialismo
Non giriamoci intorno: questa decisione odora di vecchio colonialismo riverniciato di fresco. È il trionfo della visione eurocentrica. La FIFA spinge per il Mondiale per Club XL, la UEFA allarga la Champions fino a farla scoppiare, e l’Africa? L’Africa si restringe. Si fa piccola per non disturbare il sonno dei giganti.
Persino il piano di compensazione – una “Nations League Africana” annuale – sa di consolazione di plastica.
Se il calcio è, come diceva qualcuno, “la cosa più importante tra le meno importanti”, per l’Africa è molto di più. Spostare l’AFCON ogni quattro anni significa diluire quel senso di appartenenza, spegnere i motori dell’entusiasmo popolare per non scontentare il bilancio di un club che vede nel giocatore africano solo un asset finanziario temporaneamente rimosso dal magazzino.
Forse un giorno avremo tornei perfetti, stadi immacolati e calendari sincronizzati come orologi svizzeri. Ma quel giorno, guardandoci intorno, potremmo accorgerci che in questa smania di ottimizzazione abbiamo spazzato via anche l’anima del gioco. Perché l’Africa non ha bisogno di essere “normale” secondo i canoni di Zurigo. L’Africa ha bisogno di giocare. Spesso.