I cori ossessivi e le coreografie geometriche delle curve nordafricane, figlie della tradizione ultras mediterranea; le maschere ancestrali in tribuna e i corpi dipinti a comporre il nome della propria nazione; il battito incessante dei tamburi che copre il fischio d’inizio e l’esplosione cromatica a fare da sfondo alle partite.
Da sempre, oltre a quello in campo, la Coppa d’Africa è famosa per il meraviglioso spettacolo offerto sugli spalti. Il trofeo calcistico più importante del continente è in corso in questi giorni in Marocco. Cominciata lo scorso 21 dicembre, la competizione è adesso alla fase degli ottavi di finale per terminare il 18 gennaio con la finalissima di Rabat.
Una coppa, ma anche una rassegna di identità che mette a confronto due filosofie differenti. Due modi diversi di intendere la vita e, quindi, anche il mondo: da una parte la “fede militante” delle curve nordafricane; dall’altra il “carnevale laico” dei tifosi subsahariani.
La militanza nordafricana
Nel Nordafrica, lo stadio è percepito come un territorio di rivendicazione. Il tifo è organizzato secondo il modello dei club di Casablanca o del Cairo, dove gli “ultras” agiscono come un’organizzazione gerarchica. In questo ambiente, il supporto non è una scelta individuale, ma una missione collettiva.
Il tifo, in questo senso, è una forma di espressione politica e sociale. L’obiettivo dell’ultras è il controllo psicologico dello spazio. Questa liturgia del rumore serve a intimidire. «Quando entri in uno stadio per giocare contro una squadra nordafricana, senti una pressione sonora che è studiata per farti sbagliare», ha dichiarato l’ex difensore di Roma e Juventus, Medhi Benatia, ormai ritirato, in un’intervista a L’Equipe.
La festa del pallone
Superando la linea immaginaria del Sahara, il calcio smette di essere inteso come battaglia sportiva e diventa celebrazione della vita. Per nazioni come Senegal, Costa d’Avorio e Mali, il tifo è una performance sinestetica dove il corpo umano è lo strumento principale.
Tutto ruota intorno al principio della circolarità: l’animazione coreutica non è un premio per il gol segnato, ma la condizione necessaria affinché la squadra giochi bene. «Noi siamo persone che hanno molto da fare, ma quando la nazionale chiama, lasciamo tutto», ha spiegato Issa Laye Diop, il presidente della 12e Gaîndé – il gruppo di tifosi più noto al seguito del Senegal – in un’intervista al portale leQuotidien.
«Il 12e Gaïndé non è solo tifo: è diviso in percussionisti, ballerini e persino cuochi. Siamo diventati sinonimo della squadra; ovunque giochino i Leoni, noi siamo lì per rappresentare il popolo senegalese».
Mentre il Nord usa la voce, l’arma dei tifosi subsahariani è il ritmo. Le percussioni delle tifoserie subsahariane seguono il battito cardiaco. Il tamburo sabar o la djembe non sono semplice rumore, ma rappresentano il respiro della nazione.
La pittura corporale, l’uso di maschere tribali e abiti tradizionali, trasforma la tribuna in una passerella di identità etnica, dove il calcio è solo il pretesto per una manifestazione sociale e culturale più profonda.
Storia e misticismo
Non a caso, a prendersi la scena in questa edizione, è stato Michel Kuka Mboladinga. Un tifoso della Repubblica democratica del Congo, diventato celebre per la sua capacità di rimanere immobile per l’intera durata del match. La sua posa imperscrutabile e ieratica, da statua, però, non è un semplice atto di resistenza fisica, ma un omaggio a Patrice Lumumba, l’eroe dell’indipendenza congolese.
Un altro elemento di fascino è la presenza dei cosiddetti juju tra le tifoserie subsahariane, figure che portano amuleti e compiono piccoli rituali scaramantici a bordo campo.
Per un tifoso subsahariano, la protezione spirituale è parte integrante del supporto sportivo. È una dimensione mistica che al Nord, dove prevale un approccio più strettamente legato all’ortodossia, viene vista con curiosità o scetticismo.
Alla fine, però, va bene così. Gli stadi della Coppa d’Africa sono un gigantesco specchio in cui si riflettono le molteplici anime di un continente immenso. E, in fondo, è proprio nell’infinità varietà che trova rifugio il segreto del suo irresistibile fascino.