Coppa d'Africa: le due storie dietro lo spettacolo del tifo - Nigrizia
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Sugli spalti l'approccio militante degli ultras nordafricani e la celebrazione della vita subsahariana
Coppa d’Africa: le due storie dietro lo spettacolo del tifo
Il trofeo più importante del continente si svolge in Marocco ed è arrivato agli ottavi di finale
05 Gennaio 2026
Articolo di Vincenzo Lacerenza
Tempo di lettura 4 minuti
TIfosi della Rd Congo allo stadio. (Crediti: Abel Kavanagh/Monusco Photos)

I cori ossessivi e le coreografie geometriche delle curve nordafricane, figlie della tradizione ultras mediterranea; le maschere ancestrali in tribuna e i corpi dipinti a comporre il nome della propria nazione; il battito incessante dei tamburi che copre il fischio d’inizio e l’esplosione cromatica a fare da sfondo alle partite.

Da sempre, oltre a quello in campo, la Coppa d’Africa è famosa per il meraviglioso spettacolo offerto sugli spalti. Il trofeo calcistico più importante del continente è in corso in questi giorni in Marocco. Cominciata lo scorso 21 dicembre, la competizione è adesso alla fase degli ottavi di finale per terminare il 18 gennaio con la finalissima di Rabat.

Una coppa, ma anche una rassegna di identità che mette a confronto due filosofie differenti. Due modi diversi di intendere la vita e, quindi, anche il mondo: da una parte la “fede militante” delle curve nordafricane; dall’altra il “carnevale laico” dei tifosi subsahariani.

La militanza nordafricana 

​Nel Nordafrica, lo stadio è percepito come un territorio di rivendicazione. Il tifo è organizzato secondo il modello dei club di Casablanca o del Cairo, dove gli “ultras” agiscono come un’organizzazione gerarchica. In questo ambiente, il supporto non è una scelta individuale, ma una missione collettiva.

Il tifo, in questo senso, è una forma di espressione politica e sociale. L’obiettivo dell’ultras è il controllo psicologico dello spazio. Questa liturgia del rumore serve a intimidire. «Quando entri in uno stadio per giocare contro una squadra nordafricana, senti una pressione sonora che è studiata per farti sbagliare», ha dichiarato l’ex difensore di Roma e Juventus, Medhi Benatia, ormai ritirato, in un’intervista a L’Equipe.

La festa del pallone 

Superando la linea immaginaria del Sahara, il calcio smette di essere inteso come battaglia sportiva e diventa celebrazione della vita. Per nazioni come Senegal, Costa d’Avorio e Mali, il tifo è una performance sinestetica dove il corpo umano è lo strumento principale.

Tutto ruota intorno al principio della circolarità: l’animazione coreutica non è un premio per il gol segnato, ma la condizione necessaria affinché la squadra giochi bene. ​«Noi siamo persone che hanno molto da fare, ma quando la nazionale chiama, lasciamo tutto», ha spiegato Issa Laye Diop, il presidente della 12e Gaîndé – il gruppo di tifosi più noto al seguito del Senegal – in un’intervista al portale leQuotidien.

«Il 12e Gaïndé non è solo tifo: è diviso in percussionisti, ballerini e persino cuochi. Siamo diventati sinonimo della squadra; ovunque giochino i Leoni, noi siamo lì per rappresentare il popolo senegalese». 

Mentre il Nord usa la voce, l’arma dei tifosi subsahariani è il ritmo. Le percussioni delle tifoserie subsahariane seguono il battito cardiaco. Il tamburo sabar o la djembe non sono semplice rumore, ma rappresentano il respiro della nazione.

La pittura corporale, l’uso di maschere tribali e abiti tradizionali, trasforma la tribuna in una passerella di identità etnica, dove il calcio è solo il pretesto per una manifestazione sociale e culturale più profonda.

Storia e misticismo 

Non a caso, a prendersi la scena in questa edizione, è stato Michel Kuka Mboladinga.  Un tifoso della Repubblica democratica del Congo, diventato celebre per la sua capacità di rimanere immobile per l’intera durata del match. La sua posa imperscrutabile e ieratica, da statua, però, non è un semplice atto di resistenza fisica, ma un omaggio a Patrice Lumumba, l’eroe dell’indipendenza congolese.

Un altro elemento di fascino è la presenza dei cosiddetti juju tra le tifoserie subsahariane, figure che portano amuleti e compiono piccoli rituali scaramantici a bordo campo.

Per un tifoso subsahariano, la protezione spirituale è parte integrante del supporto sportivo. È una dimensione mistica che al Nord, dove prevale un approccio più strettamente legato all’ortodossia, viene vista con curiosità o scetticismo. 

Alla fine, però, va bene così. Gli stadi della Coppa d’Africa sono un gigantesco specchio in cui si riflettono le molteplici anime di un continente immenso. E, in fondo, è proprio nell’infinità varietà che trova rifugio il segreto del suo irresistibile fascino.

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