Africa / Società
Un rapporto di Tranparency International, pubblicato la scorsa settimana, delinea un quadro ancora preoccupante della percezione della corruzione nell'Africa subsahariana. 75 milioni di persone hanno pagato una tangente nel 2014 secondo le stime. Dati che arrivano dopo i richiami di papa Francesco in proposito, pronunciati nel suo recente viaggio nel continente.

Un cancro? Dolce zucchero? Comunque la si veda la corruzione, che sta sempre più dilagando in Africa, è un male, frutto di una patologia che sembra non avere cure e che si innesta in un corpo senza anticorpi.
E a guidare la classifica dei paesi in cui secondo i cittadini il “cancro della bustarella” ha guadagnato più spazio nell’ultimo anno è il Sudafrica. La fotografia è stata scattata dal rapporto Transparency International sulla percezione della corruzione nella regione dell’Africa Subsahariana dopo un’’indagine condotta in 28 paesi.
In tutto, sono 75 milioni le persone che si stima abbiano pagato una tangente nel 2014  e il 58% degli intervistati ritiene che il fenomeno della bustarella sia peggiorato l’anno scorso, un dato che arriva all’83% in Sudafrica. All’opposto il caso del Botswana, dove il 54% ha espresso un giudizio positivo sulla battaglia del governo contro la corruzione. Tra le nazioni più colpite, anche Ghana e Nigeria. Secondo il rapporto, gli effetti della corruzione si sono sentiti anche nella recente crisi dell’Ebola in Liberia e Sierra Leone dove può aver contribuito a rallentare la risposta governativa all’emergenza sanitaria.
In Sudafrica, la percezione negativa dei suoi abitanti è frutto anche degli scandali di corruzione venuti alla luce negli ultimi anni, tra cui quello che ha colpito lo stesso presidente, Jacob Zuma, finito nel mirino per i contestatissimi lavori di ristrutturazione della sua villa a Nkandla. C’è da crederci, non certo con soldi suoi.

Ne ha parlato Francesco
Un documento pubblicato da Transparency proprio dopo le parole pronunciate da papa Francesco durante l’incontro con i giovani allo stadio di Nairobi, venerdì della settimana scorsa, durante la tappa in Kenya del suo viaggio africano. Il pontefice si è chiesto: «Si può giustificare la corruzione? Per il semplice fatto che tutti stanno peccando, che tutti agiscono in base alla corruzione?». Parole forti pronunciate come monito davanti ai giovani ma in quello stadio c’era anche il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta. La corruzione «ci entra dentro come lo zucchero, è dolce, ci piace – ha proseguito Bergoglio – è facile. E poi finiamo male. Finiamo diabetici o, il nostro paese si ammala. Ogni volta che accettiamo una tangente, distruggiamo il nostro cuore, la nostra personalità e la nostra patria. Per favore, non prendeteci gusto con questo zucchero che si chiama corruzione».

Prassi endemica
Eppure l’Africa, secondo i dati del rapporto, sembra essere rassegnata, il suo popolo pare piegato a che la dinamica del vivere, del fare affari, della possibilità di intraprendere un’attività qualsivoglia, passi, necessariamente, attraverso la corruzione. E come potrebbe essere altrimenti quando chi dovrebbe essere preposto a combatterla – governanti, presidenti, funzionari – sono i primi artefici di questa terribile pratica? Come credere a costoro? Senza corruzione non vai da nessuna parte in Africa. Questa è la triste verità. E le ricadute peggiori si hanno proprio tra gli strati più poveri della popolazione.
Nairobi, ad esempio, conta tra i 4 e i 4,5 milioni di abitanti e circa il 60% vive nelle baraccopoli o slum che secondo un recente censimento della Nazioni Unite sono oltre 120 con oltre 2 milioni di abitanti e un reddito pro capite di soli 60 centesimi di dollaro al giorno. Le famiglie per poter abitare nelle baracche di lamiera in mezzo ai rifiuti e agli escrementi, pagano affitti e sono oppresse da una sorta di land grabbing, di cui ha parlato anche papa Bergoglio durante il suo viaggio.
La terra su cui sorgono gli slum è di proprietà di politici, della classe medio alta, di speculatori fondiari. Il tutto funziona attraverso un sistema senza regole né contratti, dove la corruzione la fa da padrona e specula sulla pelle dei poveri marginalizzati nella periferia delle periferie che ne divengono ostaggi. Un esempio come tanti altri nel continente africano
 «Il debito sociale – ha detto non a caso Francesco visitando una baraccopoli di Nairobi – e quello ambientale con i poveri delle città, si paga concretizzando il sacro diritto alla terra, alla casa e al lavoro. Non è filantropia, è un dovere di tutti».  

Jose Ugaz, alla guida di Transparency International, ha spiegato che la «corruzione crea e aumenta povertà ed esclusione», e che per combatterla è necessario che i cittadini africani la denuncino. Questi ultimi però ritengono la denuncia troppo pericolosa e inefficace. È qui che bisogna lavorare. Non basta portare la consapevolezza che si tratti di una pratica sbagliata, ma a infondere anche la voglia di combatterla. Altrimenti si resterà nella situazione attuale che i dati del rapporto ci presentano. Quella di una società africana piegata e rassegnata all’atto corruttivo.

Nell’immagine in alto una vignetta di Mauro Biani.