ECONOMIA IN BIANCO & NERO – luglio-agosto 2011
Riccardo Barlaam

Corri, Africa, corri! Secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), dei 10 paesi con la crescita economica più rapida ben 6 sono africani. Non è tutto. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha appena pubblicato il Rapporto 2010 sulle prospettive economiche del continente, e conclude che l’Africa ha superato relativamente bene la crisi mondiale e già nel 2010 ha avviato la ripresa. Certo, i recenti avvenimenti politici in Nord Africa, l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e del petrolio pesano e rallentano la crescita del prodotto interno lordo (pil) del continente, che sarà del 3,7% a fine 2011. L’Africa subsahariana quest’anno crescerà più rapidamente del Nord Africa. Tuttavia, l’Ocse prevede un’accelerazione del pil africano al 5,8% nel 2012.

«È indubbio – dice Mthuli Ncube, capo economista e vicepresidente della Banca africana per lo sviluppo – che l’Africa stia conoscendo una fase di crescita dell’economia, ma vi sono dei rischi. Per questo bisogna stimolare una crescita economica inclusiva che corregga gli effetti delle politiche sbagliate o inefficienti e delle esplosioni demografiche». Gli sforzi dei governi, insomma, devono tendere non solo al business, ma a distribuire la ricchezza prodotta: creare lavoro, investire nei servizi sociali di base, fare formazione, promuovere l’uguaglianza di genere. «Se vogliamo che i più vulnerabili non rimangano troppo indietro, è importante dare la priorità a sanità, scuola, servizi di base», spiega Pedro Conceição, economista del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Pnud).

Con la crescita economica stanno aumentando anche i consumi e i servizi. A partire da quelli bancari. Finora, molte banche non hanno investito nelle zone rurali, ma solo nelle città, perché non era conveniente espandere la loro rete: i profitti dai consumatori a basso reddito erano troppo esigui. Ora la tecnologia, con la diffusione massiva della telefonia mobile, permette l’apertura degli “sportelli” nei mercati di strada anche nei villaggi. Ed è ciò che sta succedendo in molti paesi: Rwanda, Angola, Kenya, Camerun, Sudafrica, dove gli sportelli bancari sorgono come funghi accanto ai negozietti che vendono le ricariche telefoniche. Standard Bank, ad esempio, la principale banca sudafricana, dallo scorso anno ha aperto più di 8.300 di questi bank shop nelle zone più interne del paese e nelle township nere, dove sta assumendo agenti di vendita e cercando nuovi clienti. Entro fine anno, la banca prevede di arrivare a 10mila sportelli bancari aperti nei mercati di strada. I dirigenti dell’istituto bancario stimano che nel paese ci siano circa 15 milioni di persone (il 30% della popolazione) che non hanno mai avuto conti correnti bancari, ma che ora hanno i mezzi per spendere e risparmiare.

Le persone che non hanno mai avuto conti correnti bancari possono aprire conti speciali senza costi, che prevedono solo il pagamento di piccole commissioni per i cash transfer. Si possono, così, effettuare acquisti e micropagamenti con il sistema delle ricariche telefoniche e degli sms, possibili anche con i telefonini a basso costo, che sono i più diffusi in Africa. Con i telefonini in Sudafrica si possono effettuare pagamenti anche di 20 rand (circa 3 dollari) per acquistare da un chilo di pane a una birra. Questo fatto sta permettendo alla classe media emergente di avvicinarsi ai servizi bancari. Solo il 20% delle famiglie africane, infatti, possiede un conto bancario, secondo le statistiche della Banca di sviluppo africana. La classe media emergente è ormai formata da circa 300 milioni di persone, che hanno una capacità di spesa dai 2 ai 10 dollari al giorno: una massa critica simile a quella che sta emergendo in Cina e in India.

Qualche giorno fa, i leader di 26 paesi africani hanno firmato un accordo per creare una “grande area di libero scambio” che va da Città del Capo al Cairo. Un immenso mercato comune che copre tutta la parte orientale del continente. L’obiettivo è quello di creare un territorio senza barriere doganali, per facilitare i commerci interafricani tra paesi che producono ogni anno un pil pari a 857 miliardi di dollari. Ci vorrà tempo. Ci sono tanti ostacoli da superare: barriere doganali, insuffi cienza delle infrastrutture, logistica inesistente, catena del freddo inesistente. È un primo passo. Cominciano ora i negoziati. Tra qualche anno ci si arriverà.

Secondo la Banca mondiale, il commercio tra i paesi dell’Africa Australe rappresenta appena il 10% degli scambi della regione, contro il 60% in Europa e il 40% dell’America del Nord. «Ci rendiamo pienamente conto della responsabilità collettiva, che portiamo verso i padri fondatori dell’Africa, di creare un solo mercato continentale di grande valore economico. Ma ci crediamo», ha detto il presidente sudafricano Jacob Zuma.