Eritrei deportati dalla Libia
Si moltiplicano gli appelli al governo italiano perché intervenga per la liberazione di 245 profughi eritrei prigionieri in Libia, deportati in condizioni disumane nel carcere di Al-Biraq, nel deserto del Sahara e destinati al rimpatrio.

Dopo la richiesta di intervento del Consiglio Italiano Rifugiati (Cir), dell’opposizione politica e delle organizzazioni per la tutela dei diritti dell’uomo, anche l’Unione forense per i diritti dell’uomo si unisce all’appello rivolto al ministro degli Esteri Franco Frattini, per fare pressione sulle autorità libiche e ottenere la liberazione di 245 profughi eritrei deportati il 30 giugno scorso dal Centro di Misratah a quello di Sebha, nel deserto libico.

 

Un viaggio infernale, quello che hanno dovuto affrontare questi uomini, donne e bambini, chiusi per 12 ore in un container in viaggio sotto il sole del deserto, picchiati e mantenuti in vita con poca acqua e cibo. Alcuni di loro sono feriti, tutti sono fisicamente debilitati, denuncia il Cir, ma non hanno avuto cure mediche.

Un trasferimento punitivo, quello deciso dalle autorità libiche, dal purgatorio di Misratah all’inferno di Sebha. La colpa di queste 245 persone in fuga dal regime eritreo è quella di essersi rifiutati di compilare un modulo prestampato di rimpatrio “volontario” fornito dal governo etiopico e imposto con la forza dalla polizia libica. E di aver dato vita ad una ribellione interna al carcere.

 

Una condanna a morte che avrebbe aperto le porte, in patria – scrive nel suo appello l’Associazione di Solidarietà per la Giustizia e la Democrazia in Eritrea – “a nuove torture e condanne di persone innocenti, costrette ad emigrare per scampare ad una spietata dittatura”.

E’ già accaduto, ricorda l’associazione della diaspora eritrea in Italia, nel 2002, nel 2004 e nel 2008, quando i profughi deportati rispettivamente da Malta, Libia ed Egitto, arrivati ad Asmara furono “fatti letteralmente scomparire” nei lager del regime. Libia ed Eritrea ci avevano già provato, lo scorso gennaio, cercando di imporre con la forza e il ricatto la compilazione di questi moduli di identificazione. Quella volta al rifiuto erano seguite le torture e la notizia aveva avuto una diffusione limitata agli organi d’informazione più sensibili a queste tematiche.

 

Questa deportazione di massa, preludio al rimpatrio coatto in Eritrea, scuote anche la politica italiana, chiamata a render conto delle proprie responsabilità. Parte di quei 245 profughi furono, infatti, respinti in mare dalla marina italiana un anno fa, in base agli accordi siglati tra Italia e Libia. Ma per le leggi internazionali sono potenziali richiedenti asilo e andrebbero tutelati. Dal 30 giugno di loro non si sa più nulla.
Spariti. Inghiottiti dal deserto.

 

L’ultima notizia è di sabato scorso, la fonte è l’osservatorio sulle vittime delle migrazioni FortessEurope. Mussie Zerai, presidente dell’associazione Habeshia, riesce a parlare al telefono con uno dei deportati, il quale gli racconta che “il direttore del centro di detenzione ha comunicato ai detenuti che al massimo tra una settimana saranno rimandati nel loro paese di origine”. Racconta anche che “tre persone sono scomparse, non si sa che fine abbiano fatto, si sa solo che sono state prelevate dai servizi di sicurezza e non hanno fatto ritorno”.

 

Intanto, in Italia si moltiplicano gli appelli, ancora senza risposte, rivolti ai responsabili del governo italiano. Le organizzazioni Come un uomo sulla terra e FortressEurope chiamano alla mobilitazione i cittadini ai quali chiedono di inviare un appello al presidente della Repubblica. Naplitano è chiamato in causa anche dal Cir che si è appellato anche al premier Berlusconi, al ministro degli Esteri Frattini e a quello dell’Interno Maroni. Chiede che il nostro paese si faccia carico della sorte dei profughi. Oggi il Cir ha lanciato un nuovo appello al governo chiedendo di muoversi in fretta. Chiede anche che “una delegazione di enti umanitari, non politici, possa visitare il centro di Al-Biraq e che vengano subito fornite le cure di emergenza ai feriti e a quanti hanno malattie infettive”. Amnesty International si rivolge invece al governo libico al quale chiede di non procedere con i rimpatri.

 

Sul fronte politico è arrivata intanto la reazione dell’opposizione. Il Pd con l’onorevole Jean-Léonard Touadi ha presentato un’interrogazione parlamentare. Pd e Idv vogliono capire, tra l’altro, se Frattini “sia a conoscenza delle ragioni politiche che hanno portato alla chiusura del centro dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati di Tripoli e che tipo di azione ha eventualmente intrapreso il ministro degli Esteri nei confronti delle autorità libiche”.