Militari e Corno d’Africa
L’Italia proroga per tutta la durata del 2018 il suo impegno militare in Somalia. Ma l’ex potenza coloniale e l’occidente non sono i soli attori impegnati sul campo, anche se nelle agende straniere non figura l’impegno per una maggiore inclusione dei somali nell’ordine internazionale.

La missione italiana in Niger, approvata il 17 gennaio scorso dal parlamento, ha assorbito completamente l’attenzione pubblica. Tuttavia, l’impegno militare italiano non si riduce alla sola regione del Sahel, ma corre dalla Libia all’Afghanistan passando per i Balcani, l’Iraq, il Libano, la Palestina e il Corno d’Africa. Tra le missioni rinnovate per tutta la durata del 2018 vi sono anche quelle in Somalia.

Nell’ex colonia del Corno d’Africa, l’Italia partecipa attivamente all’European Union Capacity Building Mission in aiuto allo sviluppo della sicurezza marittima, all’European Union Training Mission, in supporto allo sviluppo della capacità militare somala e all’European Union Naval Force – anche chiamata Operazione Atlanta – tesa alla lotta alla pirateria nell’Oceano Indiano. Complessivamente saranno impegnati 281 militari, con una previsione di spesa totale di circa 32 milioni di euro.

La politica italiana nel Corno d’Africa non può essere ridotta alla narrazione, purtroppo sempre attuale, degli “italiani brava gente”, vista la lunga storia di presenza nel paese, dalle guerre coloniali che negli anni Trenta fecero della Grande Somalia un governatorato dell’Africa Orientale Italiana, alla creazione dell’esercito e del corpo di polizia somali durante l’Amministrazione Fiduciaria negli anni Cinquanta, fino alla partecipazione all’operazione Restore Hope negli anni Novanta, a cui l’Italia prese parte con il contingente militare più numeroso dopo quello degli Stati Uniti.

Interesse globale 

Dopo il fallimento dello stato e dei tentativi di peacekeeping, la Somalia è tornata al centro degli interessi geopolitici delle nazioni occidentali dal 2001, per la lotta contro il terrorismo e la pirateria nell’Oceano Indiano. Sono questi gli obiettivi principali della partecipazione italiana alle missioni internazionali nel paese, ai quali si aggiungono l’addestramento delle forze militari somale e il sostegno al governo di transizione riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Oltre alla partnership con l’Italia e l’occidente, la Somalia è oggi sempre più al centro degli interessi dei nuovi attori regionali emergenti. Prima tra tutti la Turchia, il cui presidente Recep Tayyip Erdogan è stato il primo capo di stato non africano a tornare in Somalia dopo la caduta del dittatore Siad Barre, nel 1991.

I turchi investono nella costruzione di infrastrutture (strade, scuole, ospedali) e nella formazione degli imam. Ankara ha inoltre speso più di 50 miliardi di dollari per la costruzione della più grande base militare fuori dal paese, nella quale si addestrano le truppe somale. La Turchia è anche l’unico stato a sostenere (dal 2012) la bilancia dei pagamenti di Mogadiscio e, con ingenti risorse, il settore umanitario.

Non è solo la Turchia, però, ad essere attiva nel Corno d’Africa. Il Fondo per lo Sviluppo del Qatar ha destinato, infatti, 200 milioni di dollari al governo somalo per la ricostruzione delle infrastrutture e per il supporto a programmi educativi.
L’interesse geopolitico internazionale si concentra in particolare nella vicina Gibuti, sede delle basi militari di Cina, Giappone, Stati Uniti e Unione Europea, mentre gli Emirati Arabi Uniti si sono posizionati militarmente in Somaliland.

Quali obiettivi?

Che si tratti del ritorno dell’ex potenza coloniale o di nuove partnership economiche e militari, essere militarmente presenti nel Corno d’Africa è evidentemente un elemento essenziale dell’ordine (e della competizione) internazionale. Le agende dei paesi occidentali e dei nuovi attori in gioco, presentano punti di azione differenti ma uno stesso obiettivo di fondo: la stabilità politica.
Per oltre due decenni, infatti, l’assenza dello stato ha costituito una sorta di buco nell’ordine internazionale, facendo il gioco di tutti coloro che guardano alla Somalia come paradiso dell’illecito (armi, rifiuti tossici).

L’entrata sulla scena di nuovi attori extra-occidentali ha sicuramente complicato il quadro internazionale, ma resta il dubbio che l’effetto primo sia quello di una competizione in nome, appunto, della stabilità, piuttosto che di una migliore inclusione dei somali nell’ordine globale.