Da Nigrizia di Gennaio – Scenari nilotici

Acque agitate lungo il Nilo, il fiume più lungo d’Africa. Gli stati a monte vogliono smetterla di stare al giogo dell’Egitto, che, dopo anni di dominio e di veti, ora ha paura. La crescita economica di molti paesi mina la ripartizione delle risorse idriche. Per evitare un orizzonte di conflitti, è necessaria una politica di idrocooperazione e di sviluppo sostenibile.

Il Nilo continua a scorrere indisturbato. Ma per quanto ancora? Le sue acque sono sempre più fonte di tensioni per l’uso, l’accesso, la proprietà e i diritti. Quella lunga vena d’acqua che dal cuore dell’Africa sfocia nel Mediterraneo è fonte di vita. Potenzialmente, però, anche di conflitto. Le sue risorse idriche, infatti, sono e saranno sempre più utilizzate come leve di potere per affermare interessi nazionali. Se un tempo remoto, infatti, il Nilo univa e rendeva le valli un continuum economico, oggi la criticità del suo sistema idrico è motivo di frattura. Ieri si parlava di popolo del Nilo. Oggi degli stati del Nilo.

Lo sappiamo: l’oro blu è tra i maggiori cinque rischi globali del pianeta (vedi Rapporto 2011 del Global Risk del Forum economico mondiale). Le tensioni e le controversie internazionali sono sempre più legate al controllo delle risorse idriche, scarse e minacciate da fenomeni quali la carestia, l’esplosione demografica – specie nel sud del mondo – l’inquinamento, il deterioramento della qualità dell’acqua, la crescente intensità di disastri, siccità e inondazioni. Il Programma ambiente delle Nazioni unite (Unep) calcola che entro il 2030 circa due terzi della popolazione mondiale vivrà in paesi in cui si registreranno gravi carenze d’acqua. E una delle aree minacciate è proprio il bacino idrografico del Nilo, tra i più vasti al mondo, con oltre 3 milioni di km².

L’Onu afferma chiaramente che deve essere messa in campo l’idrodiplomazia, per evitare il rischio di guerre per l’idroegemonia, soprattutto nelle aree più vulnerabili. Nigrizia, con questo ampio dossier, intende dare una dimensione geopolitica alle acque agitate del Nilo. Perché la geografia (idrica, in questo caso) è una chiave di lettura degli equilibri strategici dell’area, nella quale i concetti di sovranità e di cooperazione non coincidono politicamente ed economicamente. E dove la barriera da superare sta nel trovare l’equilibrio tra lo sfruttamento delle acque a livello locale, gli interessi nazionali e quelli macroregionali.

Un argomento, questo, storicamente spigoloso. Scorrono i secoli. Imperi e civiltà sono inghiottiti dal tempo. Ma per l’Egitto, ad esempio, siamo fermi ai tempi del greco Erodoto, che l’aveva definito “un dono del Nilo”. Nella più grande oasi del mondo, la maggior parte della popolazione vive nella piccola striscia di terra (45mila km² appena) bagnata dal fiume. E già oggi, che ha il diritto esclusivo a sfruttare oltre il 66% delle acque del Nilo (55,5 km³ sugli 84 complessivi), soffre di un insufficiente approvvigionamento idrico. Ma la terra dei Faraoni ha paura: antiche certezze si stanno frantumando. I paesi rivieraschi che stanno a monte vogliono scorticare il giogo egiziano. Smantellare la monopolistica, coloniale e quindi per loro anacronistica, spartizione delle acque. Non riconoscono più quel vincolo (che ha il timbro britannico del 1929 e quello aggiornato bilateralmente da Egitto e Sudan nel 1959) che ha assoggettato otto paesi del bacino idrografico al non libero uso delle acque. Un privilegio egiziano che, in base all’Accordo di Entebbe del maggio del 2010 (firmato, a oggi, da 6 paesi rivieraschi: Etiopia, Rwanda, Uganda, Tanzania, Kenya e Burundi) non avrebbe più valore legale. L’Accordo priva il Cairo del diritto di veto sui progetti che potrebbero interferire con il flusso del fiume. Ora, per il via libera ai progetti, basta l’approvazione della maggioranza dei paesi del bacino.

Nazioni come l’Etiopia – che con il Nilo Azzurro fornisce la maggior parte delle acque al fiume e che vive uno dei più crescenti boom demografici continentali – vogliono liberarsi dall’aleatorietà della meteorologia. Vogliono crescere, per sfamare. E per il loro sviluppo economico hanno urgenza di realizzare opere idrauliche come le dighe e gli sbarramenti sul fiume. Lo stesso vale per molti paesi a sud, quelli legati al lago Vittoria, la cui diminuzione dei livelli d’acqua preoccupa non poco chi lega la propria economia a quelle risorse idriche.

Ma questa crescita economica dei paesi a monte è vissuta come una minaccia dal Cairo. Per ironia della sorte, l’Egitto preferirebbe che quelle aree restassero destabilizzate. Paradossalmente, infatti, la pace significa sviluppo che comporta lo sfruttamento del fiume e l’aumento della tensione nella valle del Nilo, il cui delta sta subendo un graduale ma progressivo interramento che potrebbe produrre conseguenze catastrofiche per la popolazione della zona.

Storicamente, larga parte della politica estera egiziana è stata improntata proprio al problema della sicurezza idrica. Ci sono documenti pubblicati da Wikileaks in cui si sostiene che Il Cairo in passato avrebbe attivamente sostenuto diversi movimenti ribelli in Etiopia. E in altri documenti trafugati elettronicamente, e pubblicati nel 2009, un ministro egiziano si mostrava ostile all’accordo sulla nascita del Sud Sudan, diventato repubblica indipendente nel luglio del 2011 e pericoloso concorrente nell’utilizzo delle risorse fluviali. Nel 1995, quando Khartoum fece balenare l’idea della costruzione di una nuova diga sul Nilo, Il Cairo pianificò un raid aereo sulla capitale sudanese, abortito solo all’ultimo istante.

Ma gli 82 milioni di egiziani sono oggi solo una frazione dei 437 milioni di abitanti dei paesi del bacino, di cui 238 milioni vivono all’interno dello stesso bacino, dipendendo dalle sue acque per uso domestico e agricoltura. Le ragioni e le pretese del Cairo appaiono infettate dall’anacronismo. Nuovi equilibri si stanno creando nella regione, con paesi pronti a giocare un ruolo nuovo nel bacino. E poi, l’acqua non rispetta i confini. Anzi, in molti casi li definisce. L’esempio è proprio quello del Sud Sudan e del Sudan, alle prese con una partita estremamente delicata per l’accesso alle risorse idriche. Accesso che dovrebbe influire, assieme al problema del petrolio, sulla stessa demarcazione dei confini nella regione di Abyei e del Sud Kordofan.

Per molti, dunque, la soluzione è solo un’idropolitica di cooperazione. I recenti scambi di visite tra i vertici egiziani ed etiopici (erano 25 anni che un presidente egiziano non si recava in visita ufficiale in un paese dell’Africa subsahariana) fanno ben sperare. La disponibilità del Cairo a trattare (e non solo boicottare) con Addis Abeba sui benefici della nuova Grande diga della Rinascita sul Nilo Azzurro sono sintomi che l’idrodiplomazia è in movimento. L’interdipendenza delle economie rappresenta, infatti, l’unica possibilità di creare un’area a sviluppo sostenibile.

Nilo come ponte, quindi, e non come sbarramento. Al momento, siamo comunque nella fase di battaglie a suon di trattati, alleanze strategiche, annunci, smentite, accordi e visite diplomatiche. Fino a oggi è fallito il tentativo di arrivare a un nuovo equilibrio nella distribuzione delle risorse, affidandosi a varie autorità di bacino (vedi Iniziativa del bacino del Nilo, del 1999). Autorità che hanno funzionato più come Forum che come spazio di negoziazione vera e luogo decisionale. L’assenza di un quadro istituzionale internazionale consolidato, e quindi di un’adeguata cornice legale, ha contribuito ad alimentare i fallimenti e le tensioni. Non a risolverli. Ma il tempo per rimediare sta per scadere.

Il progetto Fao-Italia – intitolato Prodotti informativi per la gestione delle risorse idriche del bacino del Nilo e finanziato dal governo italiano con 5 milioni di dollari – avverte che «l’incremento demografico in atto e il crescente degrado del bacino del Nilo rischiano di far aumentare fame e povertà nella regione». Ora l’80% delle risorse idriche rinnovabili del fiume è già utilizzato dall’agricoltura e, secondo il documento della Fao – il cui studio è durato 10 anni ed è stato presentato nel 2011 ai paesi del bacino –, «la possibilità di incrementare l’approvvigionamento di acqua, per esempio drenando le zone paludose o riducendo l’evaporazione, è estremamente limitata». Per evitare che ciò avvenga, scrivono i relatori, «è necessaria una pianificazione dello sviluppo più lungimirante e strategica».

Solo un’ecopolitica condivisa lascia spazio a scenari ottimistici.

L’intero bacino del Nilo, con il complesso tessuto dei suoi affluenti, copre 3,17 milioni di km². Una superficie pari a quella dell’intero Mediterraneo, compresa la penisola italiana e una buona parte della Francia. Il fiume, lungo 6671 km, attraversa l’Africa come se fosse una lunga vena che parte dalla Sicilia per finire al circolo polare artico. Il bacino, che copre circa il 10% del continente, è costituito da una serie notevole di tributari di superficie e sotterranei, da laghi e cateratte lungo un corso che attraversa in direzione sud-nord undici stati indipendenti: Burundi, Rwanda, Rd Congo, Kenya, Tanzania, Uganda, Sud Sudan, Sudan, Etiopia Eritrea, Egitto.