Cosa resta delle primavere arabe, 15 anni dopo - Nigrizia
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Dalla caduta di Ben Ali, Mubarak e Gheddafi alle proteste recenti della Gen Z
Cosa resta delle primavere arabe, 15 anni dopo
Il movimento di protesta esploso nel dicembre 2010, soffocato da nuovi regimi autoritari in Nordafrica, si è risvegliato negli ultimi due anni con i giovani della Generazione Z, tornati in stada in molti paesi del continente
19 Dicembre 2025
Articolo di Giuseppe Cavallini
Tempo di lettura 5 minuti
Proteste di piazza in Tunisia

Il 2025 si chiude nell’anniversario dei 15 anni dalle “primavere arabe”, iniziate il 17 dicembre 2010 quando, a Sidi Bouzid, città tunisina, il venditore ambulante Mohammed Bouazizi si diede fuoco in segno di protesta per le condizioni economiche sempre più critiche della gente nel suo paese.

La vicenda di Bouazizi scatenò le sommosse popolari note come “Rivoluzione dei gelsomini”, che provocarono la caduta di Zine El-Abidine Ben Ali, salito al potere con un colpo di stato e fuggito in Arabia Saudita dopo aver governato in modo autocratico per 23 anni.

Dalla morte di Bouazizi scaturirono massicci movimenti giovanili di protesta, che si organizzarono e si diffusero velocemente in vari paesi del Medioriente ma anche del Nordafrica e nel giro di alcuni mesi provocarono la caduta di governi dittatoriali che per decenni avevano esercitato il potere apparendo inamovibili.

Nel 2011, infatti, Tunisia, Egitto e Libia, nel volgere dell’anno, videro la caduta rispettivamente di Zine El-Abidine Ben Ali, Hosni Mubarak e Muhammar Gheddafi.

Le proteste dei manifestanti intendevano giungere alla creazione di sistemi democratici abbattendo le strutture di potere centralizzate che alimentavano corruzione e ingiustizia e concentravano la ricchezza nelle mani di pochi.

Naturalmente i regimi, cercando di soffocare le proteste sul nascere, risposero con tattiche pesanti: numerosi manifestanti furono uccisi, picchiati o arrestati. Nonostante ciò il movimento pro-democrazia ottenne inizialmente buoni successi, per l’appunto con la caduta di vari dittatori, anche se abbastanza presto molte delle aspirazioni dei movimenti giovanili e delle cosiddette primavere arabe vennero tradite.

In Egitto e in Tunisia, ad esempio, le transizioni democratiche sembravano inizialmente consolidarsi: vennero formate assemblee costituenti, furono redatte nuove Costituzioni, nacquero nuovi partiti politici e organi di informazione e furono eletti nuovi leader politici.

In entrambi i paesi a prevalere nelle elezioni, molto partecipate, furono i partiti fondati dai Fratelli Musulmani.

Egitto: militari ancora al potere

In Egitto, da un lato vari osservatori interpretarono in modo favorevole la vittoria del Partito Libertà e Giustizia (FGP) dei Fratelli Musulmani, vista come conferma dell’esercizio democratico, mentre dall’altro c’era chi sosteneva che col tempo avrebbero rappresentato un problema.

Dopo due anni, in effetti, dietro l’apparenza di solidità del governo guidato dai Fratelli Musulmani, nell’estate 2013 si verificò un colpo di stato posto in atto da apparato dell’esercito, di polizia, di intelligence, giudiziario e mediatico, che rovesciò il governo islamista e depose Mohamed Morsi, il presidente eletto democraticamente, con un totale ritorno alla situazione precedente le primavere arabe.

Al potere salì Abdel Fattah al-Sisi, che era stato ministro della Difesa di Morsi, che usò la mano forte in uccisioni, arresti di massa, divieto di partiti politici, chiusure di media, elezioni farsa e una successiva revisione del quadro giuridico e politico egiziano.

La parabola tunisina

Più solido e radicato apparve il nuovo governo democratico in Tunisia, dove nel 2014 entrò in vigore una nuova Costituzione e venne eletto il primo presidente democratico, Béji Caïd Essebsi.

La fine dell’esperimento democratico tunisino ebbe inizio nel 2019 dopo l’elezione del nuovo presidente, Kais Saied, che nel luglio 2021, cioè due anni dopo il suo insediamento, rovesciò la nascente democrazia tunisina, assumendo poteri di emergenza, destituendo il primo ministro e sospendendo il parlamento.

Sia in Egitto che in Tunisia, pertanto, il regime, tuttora in auge, è stato attentamente pianificato in modo da prevenire il tipo di disobbedienza civile a cui si era assistito nel 2011.

Tra le restrizioni introdotte dal governo di al-Sisi, rieletto senza veri contendenti in elezioni farsa nel 2018, una legge elettorale che garantisce la fedeltà del parlamento al presidente e una revisione della Costituzione che gli permetterà di conservare il potere fino al 2030.

La Tunisia, dal canto suo, è pure regredita ai livelli precedenti la primavera araba dopo che Saied ha fatto riscrivere la Costituzione, ampliato i poteri presidenziali ed eliminato il sistema di pesi e contrappesi istituzionali.

Il caso libico

La Libia, infine, che versa oggi come noto in condizioni di conflitto permanente con il rischio di dividersi, aveva vissuto nel febbraio 2011 la propria primavera araba, quando a Bengasi la popolazione con a capo i giovani manifestò il proprio malcontento con proteste di massa contro il sistema ritenuto corrotto, inefficiente e repressivo.

Proteste che si allargarono presto alla capitale Tripoli, storicamente centro del potere di Muhammar Gheddafi, finendo col trasformarsi, con l’intervento militare della Francia, nel tragico conflitto civile che condusse in ottobre all’uccisione di Gheddafi.

I giovani di nuovo in piazza in Africa

Potremmo dire che in modo speculare alle primavere arabe del 2011, in questo 2025, cioè 15 anni dopo, si è assistito in Africa a una nuova ondata di proteste popolari lanciate dai ventenni della cosiddetta Gen Z (Generazione Zeta) in vari paesi del sub-Sahara.

Una mobilitazione descritta come segue nell’editoriale di Nigrizia lo scorso novembre: “Le proteste guidate dalla Gen Z, che da mesi si moltiplicano nel continente, dal Kenya alla Tanzania, dal Madagascar al Marocco, non dicono tanto di un malessere generazionale, ma della consapevolezza di un sistema che produce disuguaglianze e che non regge più”.

La Gen Z – i nati cioè fra il 1996 e il 2012 – è purtroppo quella che tuttora più soffre di disoccupazione e mancanza di prospettive sia in Africa che altrove. Attraverso i social i giovani hanno creato pertanto una rete di supporto e insieme una cassa di risonanza che ha permesso alle manifestazioni di ripetersi in pochi mesi nei paesi citati.

A ben guardare, le attuali mobilitazioni dei giovani africani sono sostanzialmente ispirate dalle sollevazioni sociali che caratterizzarono la stagione delle primavere arabe.

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