L'epidemia in Africa Occidentale
Anche se non si è ancora conclusa, l'epidemia sta rallentando nei tre paesi maggiormente colpiti, ma lascia alle sue spalle grossi problemi economici, sociali. Ora è giunto il momento di ricostruire sul deserto e per farlo occorre un forte sostegno internazionale.

Ebola rallenta il passo, ma lascia dietro di se un deserto economico, sociale e umano senza precedenti. Tutto deve essere ricostruito a cominciare dalle relazioni sociali compromesse dalla paura del contagio.

Forte rallentamento, dunque. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) fa sapere che tra il 18 e il 25 gennaio il numero di nuovi casi è sceso a 99 la settimana. Il virus, tuttavia, rimane presente in un terzo delle aree dei tre paesi dell’Africa occidentale maggiormente colpiti, Guinea, Liberia e Sierra Leone. Attualmente il tasso di mortalità è tra il 54 e il 62 per cento. Quindi nessun miglioramento da questo punto di vista.

In totale i casi confermati, sospetti o probabili di contagio sono 22mila con 8810 morti. L’obiettivo dell’Oms, ora, è quello di arrestare l’epidemia. Occorre una spallata ma per questo serve un miliardo e mezzo di dollari da qui a giugno. «L’epidemia – ha spiegato David Nabarro, il coordinatore Onu per Ebola – entra in una fase nuova, in cui serve una massiccia investigazione per raggiungere tutti i nuovi casi e tracciare i possibili contatti». L’inviato dell’Onu ha poi spiegato che servirebbero mille nuovi epidemiologi nell’area colpita per gestire i 50 “micro-focolai” ancora attivi.

Il presidente della Sierra Leone, Ernest Bai Koroma, sostiene invece che «la vittoria è in vista» e ha annunciato lo stop delle misure di quarantena prese per arrestare l’epidemia. La Sierra Leone è uno dei paesi più colpiti. «Entriamo in una fase di transizione – ha sottolineato il presidente della Sierra Leone – visti i progressi ottenuti contro la malattia, dobbiamo ora prendere delle misure in favore del rilancio economico e sociale». Koroma, tuttavia, ha voluto essere anche prudente chiarendo che l’epidemia «si potrà dire conclusa se da qui alla fine di marzo non si registreranno più casi di contagio».

Dalla Liberia, invece, arriva il grido di allarme della presidente Ellen Johnson-Sirleaf: «Ebola ha reso orfani 3000 bambini, che ora hanno bisogno di sostegno», sottolineando l’urgenza di un impegno globale che vada al di là dell’emergenza sanitaria, teso a ricostruire il tessuto sociale, in buona parte compromesso. Per queste ragioni i paesi più colpiti da Ebola hanno chiesto l’annullamento del debito. Una misura che potrebbe essere efficace se sul capitolo di bilancio dello Stato non venisse semplicemente tracciata una riga rossa.
Occorrerebbe che gli interessi del debito venissero investiti in programmi sociali, sanitari ed economici. Ma per far questo, oltre agli impegni seri dei diversi stati, è necessario un impegno della comunità internazionale che, a fronte di progetti condivisi, applichi un controllo ferreo su come vengono spesi i soldi facendo molta attenzione a bloccare sul nascere manovre corruttive, purtroppo ancora all’ordine del giorno in questi paesi

Ora è necessario costruire sul deserto. Soprattutto ricostruire una speranza di vita. Parole di speranza a tal proposito arrivano dall’arcivescovo di Freetown, Edward Tamba Charles, «la Sierra Leone è in ginocchio ma la speranza cresce di giorno in giorno», dice alla Misna, ma non mancano gli ostacoli talvolta anche enormi. «Il primo problema è la disoccupazione, – spiega il presule – c’è sempre stata, ma adesso è fuori controllo. Alcune società straniere, comprese le compagnie minerarie, hanno chiuso e licenziato i dipendenti locali. L’impatto dell’epidemia è stato devastante anche per il settore della ristorazione e dell’intrattenimento. Speriamo che con la fine dell’epidemia le società straniere ritornino e che l’economia si rimetta in piedi, a partire dall’agricoltura, uno dei settori più colpiti. Bisogna tornare subito nei campi e sperare che quello di settembre-ottobre sia davvero un buon raccolto».

Ma sono pure le semplici relazioni umane che debbono tornare alla normalità, e uno dei fattori principali che potrebbero favorire ciò, è rappresentato dalla ripresa delle attività scolastiche interrotte per la paura che le aule divenissero focolai di contagio. In Guinea e Sierra Leone hanno cominciato a riaprire il mese scorso e, se davvero l’epidemia continuerà a rallentare come sembra, a marzo il sistema scolastico dovrebbe tornare funzionare a pieno regime. Rimangono chiuse, invece, in Liberia. Il ministero dell’Educazione ha assicurato che riapriranno il 16 febbraio, uno slittamento per consentire un’adeguata preparazione dell’anno scolastico dopo sei mesi di stop.

Nella foto in alto un uomo messo in isolamento con suo figlio a Monrovia, in Liberia. (Fonte: James Giahyue, Reuters/Contrasto)

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