PAROLE DEL SUD – DICEMBRE 2016
Comboniani Brasile

“Non lasciateci soli!” È il grido che piú si è levato a Mariana, a un anno dal disastro ambientale. Un’azione criminosa che ha scaricato 62 milioni di metri cubi di acqua e fango addosso a vari villaggi a valle della diga di Fundão, controllata dalle imprese minerarie Vale e BHP Billiton.

660 km di fiume contaminato, 80 km2 di oceano deturpati dal fango. Sono morte 19 persone, molti sfollati, altre centinaia di migliaia ancora senza sufficiente accesso all’acqua potabile, alla pesca e alla vita che conducevano prima di questa tragedia. La responsabilità è delle multinazionali minerarie e dello stato.

Geovanni, indio crenaque, geme: «Il nostro fiume è morto. Ha perso il suo spirito. Hanno tolto il sacro dalla nostra vita». Patrícia proclama con fierezza: «Il nostro dolore serva almeno per risvegliare tutti voi»!

La persone si sentono ferite nel profondo perché sono state strappate le loro radici. Il vincolo con la loro storia e la loro terra è stato violato. «Il corpo è il nostro primo território. La comunità è un corpo collettivo».

Ci insegnano, in preparazione al Natale, cosa significa incarnarsi. Oltre a stringersi a queste radici, incarnarsi significa anche scegliere da che parte stare. Una scelta che in Brasile, in questi giorni,

è urgente e radicale: non è tempo di neutralitá, il silenzio o l’inerzia sarebbero complici.

Il “golpe bianco” che ha scalzato la presidente Dilma Rousseff sta dando spazio a un’aggressione progressiva e schiacciante dei diritti umani, consolidati fino ad ora, con molto sudore, dopo l’epoca della dittatura militare.

La polizia, soprattutto nelle grandi periferia urbane, ha aumentato la sua violenza. Ogni giorno uccide una decina di persone. Si susseguono a ritmo incalzante proposte di legge che smontano lo stato sociale consolidato in anni di pressione e organizzazione popolare. Il governo difende gli interessi del grande capitale nazionale e straniero, che concepisce il Brasile come una nazione da saccheggiare, privatizzare e svendere.

La repressione dei movimenti sociali e di ogni tipo di protesta sta raggiungendo in alcuni casi il limite dell’intimidazione gratuita o addirittura della tortura. Nei giorni scorsi la polizia ha invaso, senza mandato di perquisizione, la scuola internazionale Florestan Fernandes, del Movimento Sem Terra, che da decenni forma educadori popolari. L’opinione pubblica manipolata dai media appoggia questo tipo di azioni con un giudizio sommario: chi contesta l’ordine costituito, considerandolo ingiusto, è un criminale che va punito e represso.

Di nuovo, allora, è tempo di incarnarsi e rinascere dalla parte delle vittime, ascoltandole, imparando e crescendo con loro. È questo il posto della Chiesa che papa Francesco cerca di risvegliare. Nell’incontro con i movimenti sociali, lo scorso 5 novembre in Vaticano, ha detto: «Solidarietà è pensare e agire in termini di comunità. Lottare contro le cause strutturali di questa disuguaglianza e contro la negazione dei diritti. È una forma di fare storia».

Oggi in Brasile, sono i giovani a scrivere la storia. Mentre i partiti vivono una crisi profonda e non riescono più a nascondere la complicità e la corruzione che ha orientato il loro percorso, i giovani sono sempre più protagonisti. Questa volta nella forma delle occupazioni: più di mille università e scuole superiori in tutto il paese. Da giorni i giovani protestano contro la riforma dell’educazione e vari altri progetti di legge che prevedono tagli e sacrificano i più poveri.

Sono un segno di speranza di fronte a una società stanca, rassegnata e opportunista. Come abbiamo proclamato recentemente in un’attività insieme a loro, “queste sementi porteranno frutto”!

Viviamo cosí, quest’anno, il nostro Natale…

Foto: Mariana sommersa dal fango dopo il crollo della diga di Fundào (Epa)