Da Nigrizia di dicembre 2011: Sud Sudan, la chiesa oltre il 9 luglio
Da Comboni a oggi, e stato costante l’impegno delle comunità ecclesiali in difesa della dignità umana e per la liberta di tutti. Ora si deve guardare avanti. E emerso in un simposio – “Una sola chiesa da ogni etnia, lingua e popolo” – che si e svolto a Juba, da cinque mesi capitale dello stato indipendente.

La lotta per la rivendicazione della dignità della persona, portata avanti con ostinazione e segnata anche dal sangue del martirio, è stata il contrassegno della chiesa cattolica in Sudan fin dalle sue origini. Questo è emerso nel simposio “Una sola chiesa da ogni etnia, lingua e popolo”, che si è tenuto dal 13 al 16 ottobre scorso al Centro culturale di Nyakuron, a Juba, capitale del Sud Sudan. Organizzato dalla chiesa cattolica sud-sudanese e offerto come «dono alla chiesa universale e alla nazione intera», ha inteso non solo continuare le celebrazioni per l’indipendenza del Sud Sudan (9 luglio 2011), ma anche fare memoria del contributo dato dalla chiesa allo sviluppo del paese, esaminarne il compito oggi e prospettarne il ruolo futuro. Autorità ecclesiali, rappresentanti di istituti religiosi, storici e semplici testimoni, a turno, hanno condiviso esperienze, scambiato opinioni e osato visioni.

 

Oltre 700 i partecipanti, provenienti dalle sette diocesi del Sud Sudan e dalle due del Sudan. La presenza dell’arcivescovo di Khartoum, il card. Gabriel Zubeir Wako, dell’arcivescovo di Juba, mons. Paulino Lukudu Loro, di tutti i vescovi cattolici sudanesi, di numerosi vescovi e pastori di altre denominazioni cristiane, di superori e rappresentanti di congregazioni religiose, sia locali che missionarie, ha dato all’evento un chiaro carattere ecclesiale. Rilevanti, tuttavia, anche gli interventi di ufficiali governativi e di esperti internazionali.

 

Dopo la solenne celebrazione liturgica di apertura, presieduta da mons. Lukudu Loro nella cattedrale di Santa Teresa, è toccato al card. Zubeir aprire i lavori, precisandone lo scopo: «Prenderemo parte a celebrazioni. Racconteremo tante storie. Esprimeremo mille e mille opinioni su questo paese e la sua chiesa. Una cosa dovrà essere sempre chiara: ciò che elaboreremo dovrà portarci a decidere azioni future, a livello sia nazionale che diocesano».

 

Con l’indipendenza del Sud Sudan, la chiesa sudanese non sarà più ciò che è stata. Ma è indispensabile ricordarne il passato e, senza falsi pudori, riconoscerne il contributo dato alla liberazione dalla schiavitù e alla promozione umana. In questo senso, il simposio è stato un momento qualificato per leggere proprio questa storia, e da lì partire per osare l’apertura di nuovi orizzonti, sia per la chiesa e che per la società.

 

 

Ritrovare la propria storia

Gli storici presenti hanno riconosciuto che scarso è stato lo studio accademico della storia delle regioni meridionali del paese, sempre considerate poco più di “zone paludose” e di scarsa importanza nell’economia del vecchio Sudan. La storia, del resto, è sempre stata scritta dai vincitori e dai conquistatori. Nel nostro caso, prima da ufficiali egiziani e inglesi, durante il periodo del protettorato anglo-egiziano, poi da storici nord-sudanesi. Oggi, tuttavia, fonti importanti stanno venendo alla luce. È tempo che i sud-sudanesi inizino a scrivere la loro storia e a chiedere la restituzione dei documenti conservati in archivi sparsi in mezzo mondo. Nello stesso tempo, si dovrebbero raccogliere in maniera scientifica tutte le testimonianze storiche degli anziani, prima che questa incalcolabile fonte di informazioni sparisca per sempre.

 

La storia della chiesa cattolica in Sudan è dominata dalla presenza di san Daniele Comboni, nominato Vicario apostolico dell’Africa Centrale nel 1972, e dei missionari dell’istituto da lui fondato nel 1867. L’archivio storico della curia dei comboniani, a Roma, è una vera miniera di informazioni sull’Africa Centrale dalla metà dell’Ottocento ai giorni nostri. Anche altre società missionarie, e non solo cattoliche, conservano documenti importanti sul passato di questo immenso paese.

 

Durante il simposio, sono state le testimonianze di numerosi vecchi missionari e leader ecclesiali locali a rendere pubblico il multiforme contributo dato dalle chiese allo sviluppo del paese, in particolare nei campi della sanità e della educazione. Tutti, però, hanno anche raccontato storie di sofferenze e di traumi toccati alle popolazioni del sud, non mancando di notare che, il più delle volte, la chiesa è stata l’unica istituzione a portare aiuto e sollievo.

 

Si sono ascoltate le testimonianze di anziane suore dell’istituto del Sacro Cuore e di alcuni fratelli della congregazione di San Martino. Raccontando gli inizi dei loro istituti, hanno narrato non solo il formarsi del tessuto della chiesa locale, ma anche lo spuntare dell’idea di nazione, di patria. Le loro peripezie durante le due lunghe guerre civili, la loro voglia di resistere a tutti i costi, la loro determinazione nel portare avanti la visione che il loro carisma faceva brillare davanti ai loro occhi, l’inestimabile servizio da essi offerto al popolo del Sud Sudan nelle scuole, nei dispensari, negli ospedali, nel lavoro pastorale, sono pagine che dovranno figurare nella storia nazionale del Sud Sudan.

 

 

Cattolici in prima linea

Padre Philip Pitia, parroco della cattedrale di Juba, si è soffermato sulla situazione odierna. «La chiesa in Sud Sudan è il corpo di Cristo. Un corpo che è composto non solo da nativi del luogo, ma anche da gente venuta da fuori lungo i decenni e che oggi vuole giocare una parte attiva nel lavoro di salvezza e di liberazione. La nostra chiesa include anche i molti sud-sudanesi della diaspora, in particolare quelli che vivono nel Sudan».

 

Ha continuato: «La chiesa in Sud Sudan non è più “bambina”. Dai primi battesimi nel 1852 a Gondokoro e dopo l’ordinazione del primo sacerdote sudanese, Deng Sorur, ex schiavo denka liberato da Comboni, ordinato nel 1887, la comunità cristiana non ha fatto che crescere. Al punto che, nel 1964, quando tutti i missionari furono espulsi, non solo essa ebbe la forza di continuare a vivere in situazioni di guerra e persecuzione, ma fiorì e divenne una chiesa pienamente autonoma nel 1974». E ancora: «Diciamo le cose come stanno: tutti i primi leader sud-sudanesi, sia civili che ecclesiali, sono stati formati nelle nostre scuole. Molti di loro sono giunti a versare il proprio sangue per il popolo. La lotta per la libertà non è certo stata vinta solo da chi ha imbracciato il fucile, ma anche da gente comune, semplici fedeli della chiesa, catechisti, maestri e sacerdoti coraggiosi. Missioni e parrocchie non hanno mai smesso di stare a diretto contatto con la gente, pronte a sostenerla nei momenti difficili».

 

Ha concluso ricordando un fatto poco noto. «Moltissimi sud-sudanesi – e si parla di milioni – sono entrati in contatto con la chiesa per la prima volta non in Sud Sudan, ma a Khartoum, nel nord, dove si erano rifugiati per sfuggire agli orrori delle due guerre civili. Nelle periferie della capitale, la chiesa che avevano soltanto intravisto a casa loro, li accolse, li ospitò, li sostenne, li curò. Soprattutto, diede loro una formazione scolastica. Li difese quando l’ambiente musulmano si mostrò oltremodo ostile. Nello stesso tempo, li incoraggiò a superare le barriere etniche e i pregiudizi tribali presenti in loro, e a intraprendere un processo di perdono, riconciliazione e unificazione. Nelle sofferenze dell’esilio, essi scoprirono la loro sud-sudanità. Sappiamo bene che oggi i nostri concittadini con titoli di studio superiore sono per lo più provenienti dal Sudan: là sono stati istruiti e preparati ai compiti più diversi, mentre i loro fratelli rimasti nel sud non sapevano neppure cosa fosse una scuola. Tornati in patria, oggi sono tra i più importanti punti di forza del paese e della chiesa».

 

 

Semi di questa terra

Emozionante è stato ascoltare mons. Paride Taban, vescovo emerito di Torit, raccontare la storia del Villaggio della pace a Kuron, nell’Equatoria Orientale. «Dopo decenni di guerre fratricide, ho avvertito il bisogno di avere un luogo in cui i vari gruppi etnici potessero vivere in pace e riconciliati tra loro, e diventare un modello ispiratore per altre regioni del Sud Sudan. Il Villaggio della pace è oggi un segno chiaro che le etnie del Sud Sudan possono convivere senza farsi guerra».

 

Illuminante la presentazione dell’iniziativa ecclesiale intercongregazionale “Solidarietà con il Sud Sudan”, che vede 24 religiosi e religiose, membri di differenti istituti e comunità, impegnati nella formazione di maestri, personale sanitario, agenti pastorali e animatori di progetti di sviluppo agricolo. Nato in occasione del Congresso internazionale della vita religiosa, celebrato a Roma nel 2004 sul tema “Passione di Cristo, passione per l’umanità”, il progetto registra l’adesione di 170 istituti religiosi e missionari, maschili e femminili: c’è chi offre personale, chi invece solo aiuti economici; alcuni, ambedue. Callistus Yves Pradeepkumar Joseph, missionario clarettiano originario dello Sri Lanka, coordinatore generale del progetto, non ha dubbi: «Quella che abbiamo accolto è una grossa sfida. Stiamo creando un nuovo paradigma nella vita religiosa. Si tratta di un cammino del tutto profetico. Nel nostro piccolo, dimostriamo al mondo e alla chiesa che la convivenza e la comprensione reciproca tra i popoli è possibile, e che la condivisione dei vari carismi è di mutuo arricchimento per le congregazioni e gli istituti religiosi».

 

Applauditissimo l’intervento del vescovo Enoc Tombe, della chiesa episcopale del Sudan. La storia da lui raccontata ha rivelato molte similarità con quella della chiesa cattolica. Positivamente provocatorie le sue riflessioni finali sulla necessità di una cooperazione ecumenica in Sudan.

 

 

Tante questioni aperte

Il simposio ha riflettuto anche sull’oggi dei due Sudan e delle rispettive chiese. Nessun dubbio sulla credibilità e autorità morale che la chiesa sudanese ha acquisito con la sua presenza e le sue attività durante i decenni di guerra. Il suo passato le dà il diritto e il dovere di giocare un ruolo pubblico anche in futuro. Ed è per questo che i partecipanti al simposio non hanno esitato a dire la loro su alcune questioni che rimangono scottanti: la spartizione delle risorse, in particolare quelle petrolifere; la questione delle nuove frontiere e della cittadinanza; il problema del debito estero che il nuovo stato si trova all’improvviso sulle spalle, anche se non ha contribuito a crearlo; la preoccupante disputa tuttora in atto nella regione di Abyei su chi potrà votare nel referendum sull’autonomia. «Dialogo ad oltranza», è stato il suggerimento fatto. Nessuna difficoltà dovrà riportare le due nazioni alla guerra: nessuno più la vuole.

 

Si è avvertita una forte preoccupazione per il futuro del Nord Sudan. Tutto fa pensare che Khartoum stia muovendosi verso la creazione di uno stato islamico, con nessuna tolleranza per la diversità etnica, culturale e religiosa. Si è anche detto che il Partito del congresso nazionale, al potere a Khartoum, è oggi sotto forti pressioni e l’eventualità di un tentativo di cambio di regime da parte delle opposizioni (sia politiche che armate) non è da escludere.

 

Decisa la condanna delle due guerre scoppiate negli stati del Sud Kordofan (in particolare sui Monti Nuba) e del Nilo Azzurro, ora affiancatesi al sanguinoso conflitto in corso da anni in Darfur. Per anni la chiesa in Sudan è andata ripetendo che le aspirazioni delle popolazioni di queste regioni erano state del tutto ignorate dall’Accordo globale di pace firmato nel gennaio 2005 tra il regime di Khartoum e l’Esercito/Movimento popolare di liberazione del Sudan (Spla/m), e che tale dimenticanza costituiva un reale pericolo per nuovi conflitti armati.

 

Molti hanno riconosciuto che il Sud Sudan ha compiuto decisivi passi in avanti nei 6 anni trascorsi tra la firma della pace e la proclamazione dell’indipendenza. Tutti sperano che il processo di democratizzazione continui, anche se ammettono che il passaggio da movimento armato di liberazione a governo democratico richiederà tempi lunghi. Le aspettative andranno gestite con attenzione e si dovrà esigere dal governo rendicontazioni precise. In tutto questo la chiesa dovrà svolgere un delicato e non facile esercizio di diplomazia: le buone relazioni che tuttora ha con il governo dovrebbero essere istituzionalizzate.

 

Gran parte del Sud Sudan oggi è pacificato. Ma rimangono alcune zone calde, caratterizzate da tensioni etniche. Qui la chiesa è chiamata a continuare i processi di pacificazione già in atto, specializzandosi nel ministero della guarigione e della prevenzione di nuovi conflitti.

 

Una la priorità pastorale per la chiesa, sia in Sudan che in Sud Sudan: mettere Dio al centro. C’è bisogno che le comunità ecclesiali si radichino maggiormente nella fede in Gesù Cristo, vivano secondo i principi evangelici e abbiano il coraggio di inventare nuove metodologie di annuncio di un messaggio che sappia rispondere alle svariate e mutevoli condizioni in cui il paese versa. Nella “nuova evangelizzazione” il laicato dovrà essere in prima linea.

 

Il simposio era stato preparato con un’indagine nazionale mirata a raccogliere le aspettative che la gente ha nei confronti della chiesa. Le molte risposte date ai questionari erano state poi raccolte in un documento, che ha fatto da sfondo agli interventi degli esperti e alle condivisioni dei partecipanti. Questo metodo, dimostratosi molto fruttuoso, andrà mantenuto e sviluppato.

 

Il governo del Sud Sudan ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto dalla chiesa in passato e la speranza che essa continui a collaborare nel presente. Con un riconoscimento importante: dovrà essere la “coscienza critica” della nuova nazione.

 


 



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