Costa d’Avorio: un uomo sempre più solo al comando - Nigrizia
Costa d'Avorio Politica e Società
Confermato il quarto mandato per Alassane Ouattara con quasi il 90% dei consensi. Alle urne il 25 ottobre poco più della metà degli aventi diritto
Costa d’Avorio: un uomo sempre più solo al comando
Dietro la piazza pulita che il presidente ha fatto degli avversari, si cela un’opera chirurgica di rimozione dell’opposizione lunga quindici anni
29 Ottobre 2025
Articolo di Roberto Valussi
Tempo di lettura 6 minuti

Senza sorprese e senza successore. Questo in buona sintesi il risultato delle elezioni presidenziali in Costa d’Avorio. I risultati provvisori sono stati proclamati nella serata di lunedì 27 ottobre, a due giorni da voto. Non c’è bisogno di attendere quelli ufficiali per avere un quadro esaustivo della situazione. Bastano i primi due dati emersi: 89,77% di voti per Alassane Ouattara, che ottiene così il suo quarto mandato consecutivo; e il 50,5% come tasso di partecipazione.

Interpretare i dati

La man bassa di Ouattara è in linea con i risultati delle due elezioni precedenti, del 2020 (94,27%) e 2015 (83.6%). Sono state tre tornate elettorali senza mai una vera opposizione alle urne, anche se ogni volta per ragioni differenti. Vale la pena farne una breve cronistoria, per mostrare il processo di consolidamento del potere in Costa d’Avorio.

2015, d’accordo con Bédié

Nel 2015, Ouattara era arrivato alle urne con due punti di forza: il sostegno di uno dei due leader dell’opposizione, Henri Konan Bédié (e del suo PDCI-RA), alla sua candidatura; e il boicottaggio delle elezioni da parte del terzo partito di peso del panorama ivoriano, l’FPI di Laurent Gbagbo.

I sostenitori di quest’ultimo decisero di sottrarsi al voto, in supporto al loro leader allora imputato all’Aia, alla Corte penale internazionale, per crimini di guerra e contro l’umanità. Gbagbo era nel mezzo di un processo durato 8 anni, accusato di reati risalenti alla cosiddetta crisi post-elettorale del 2010, quando arrivò allo scontro militare con Ouattara. Reati da cui è stato assolto nel 2019

2020, il terzo mandato della discordia

Alle elezioni del 2020, Ouattara si era trovato a far campagna praticamente in solitaria. Aveva rotto il gentlemen’s agreement con Bédié, noto come Accordo di Daoukro, che prevedeva il ritorno del favore delle precedenti elezioni. In altre parole, Ouattara avrebbe dovuto ora supportare la candidatura di Bédié. La cosa non avvenne. E Bédié fece fronte comune con l’FPI e altri partiti d’opposizione. 

Gbagbo, nonostante fosse già stato assolto, era ancora residente in Belgio, in attesa di recuperare il passaporto. Non solo, lo attendeva in patria una condanna emessa in sua assenza (e giudicata politicamente motivata da Gbagbo) da un tribunale locale a 20 anni di prigione per un altro crimine commesso durante la crisi post-elettorale.

Politicamente non era pensabile farlo rientrare in patria e incarcerarlo; sarebbe stata una provocazione troppo forte verso i suoi sostenitori con annessi rischi di gestione dell’ordine pubblico. Allo stesso tempo, l’amministrazione Ouattara non poteva permettersi di far tornare Gbagbo con l’aura di martire vendicato in sede di giustizia. Bisognava trovare una soluzione. La si troverà dopo le elezioni del 2020. 

Intanto la campagna elettorale procedeva a suon di manifestazioni contro il terzo mandato di Ouattara. La nuova costituzione ne prevedeva un massimo di due. Ma dato che era entrata in vigore nel 2016, la conta dei mandati da zero. Questa almeno la linea giuridica di argomentazione del partito al potere. I partiti di opposizione e la società civile la contestarono, invocando la spallata di piazza. La risposta delle forze dell’ordine alle numerose manifestazioni portò alla morte di 85 persone. 

2025, opposizione esanime

Alle elezioni di quest’anno, la situazione è stata differente. Il quarto mandato rimaneva indigesto e una forzatura della Costituzione per chi protestava contro Ouattara. Ma memori degli scontri del 2020 e dell’assenza di una strategia politica dell’opposizione che andasse al di là del boicottaggio, la popolazione locale e la società civile hanno avuto decisamente meno spinta a protestare. 

In più, il governo ha rinforzato il dispositivo securitario. Nei giorni precedenti il voto ha dispiegato 44mila membri tra polizia, gendarmeria ed esercito in tutto il paese e imposto un divieto di manifestazioni per due mesi.

Tali misure arrivavano in un clima già segnato da mesi di arresti e condanne a vari militanti dei partiti d’opposizione, ad attivisti e influencers per le loro dichiarazioni politiche ritenute destabilizzanti dell’ordine pubblico. Dichiarazioni fatte online e offline. 

Ciononostante, gli scontri non sono mancati, anche se in misura ben minore rispetto al 2020. Il bilancio delle vittime si è fermato a 10; 75 in meno rispetto al 2020.

Esclusioni eccellenti

Ma il dato caratterizzante di questo periodo elettorale è stata la querelle sull’esclusione dei principali competitori politici. A partire da Gbagbo, rientrato nel paese nel 2021 con la grazia concessa da Ouattara per la condanna a 20 anni.

Un’astuzia giuridica, che gli consentiva di ritrovare la libertà nel suo paese, ma non i suoi diritti politici. Per quello ci sarebbe voluta l’amnistia, che Ouattara si è ben guardato dal concedergli. Così, formalmente Gbagbo non poteva essere iscritto nella lista elettorale. A nulla sono valse le proteste del suo partito. 

Altrettanto inefficaci si sono rivelate le proteste del PDCI, per l’altra esclusione eccellente, quella del suo presidente Tidjane Thiam. Di gran lunga il contendente più pericoloso alla leadership di Ouattara, l’ex patron di Credit Suisse e banchiere di fama internazionale, è stato radiato dalle liste elettorali ad aprile, per una questione legata alla sua nazionalità francese. Un cavillo giudiziario pescato dal profondo dei codici civili ivoriani. Un’esclusione in punta di diritto. 

Altre esclusioni eccellenti, e assenti dalla lista elettorale per sentenze giudiziarie, hanno riguardato anche altre due figure, come Charles Blé Goudé e Guillaume Soro. Due casi che meritano approfondimenti a parte, non fosse altro perché per ragioni anagrafiche (hanno rispettivamente 51 e 52 anni) godono di margini per rientrare in gioco nell’arena politica.  

Il tasso di partecipazione

In casi di voto senza competizioni come questo, l’attenzione va sul tasso di partecipazione elettorale, sperando di cogliere indicazioni della legittimità popolare di cui gode il neo-eletto presidente. Nella tornata appena conclusa, è stato del 50,5%, una percentuale vicina a quelli dei due precedenti scrutini presidenziali. Probabilmente verrà contestato dall’opposizione come già accaduto in passato, ma appare come un valore decente; in Italia, con una tradizione di partecipazione elettorale più consolidata, è stato del 63.8% alle politiche del 2022, in condizioni di voto assai meno difficili.

Va tenuto però conto di un altro elemento di disputa: la revisione delle liste elettorali. Su una popolazione di quasi 32 milioni di abitanti, gli aventi diritto al voto sono circa 12,5 milioni. Ma di iscritti alle liste elettorali, quindi dotati dei relativi documenti per votare (l’equivalente della tessera elettorale in Italia), se ne contano poco meno di 9 milioni.

E questo nonostante tra ottobre e novembre dell’anno scorso sia stata lanciata una campagna di revisione della lista elettorale. Ma solo 715mila nuovi elettori sui circa 4 milioni previsti, si sono aggiunti. Un risultato scarso, interpretato da molti come il segno della mancanza di fiducia nel sistema politico ivoriano. 

Altri approfondimenti nella “Bussola” di ottobre.

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