La scelta a Gbabo
Sottoposto a una strategia di “asfissia” finanziaria, imposta dalla comunità internazionale e dal blocco economico dei paesi dell’Africa dell’Ovest, il governo di Laurent Gbagbo, presidente uscente della Costa d’Avorio, studia un modo per emettere una nuova moneta.

La notizia non è ancora ufficiale ma da giorni gira nel paese. La nuova valuta, il cui prototipo circola già nella capitale, Abidjan, si chiamerà Mir, Moneta ivoriana di resistenza.

 

Gbagbo è costretto, infatti, a “resistere”. Da più di due mesi, si sta contendendo la presidenza della repubblica con Alassane Ouattara, presidente eletto secondo la Commissione elettorale. Una lotta non facile, visto che una buona parte della comunità internazionale – dall’Unione europea agli Stati Uniti, fino alla maggior parte dei paesi del blocco economico dell’Africa dell’Ovest – sostiene Ouattara.

 

Per costringere Gbagbo ad andarsene, la stessa comunità ha deciso di applicare una strategia di “asfissia” finanziaria. Lo scorso 22 dicembre, la Banca Mondiale decise, infatti, di bloccare i suoi programmi finanziari in Costa d’Avorio. Come se non bastasse, un giorno dopo, i ministri delle finanze della Banca centrale degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Bceao) – che funge anche da Banca centrale per la Costa d’Avorio – decisero di bloccare ai rappresentanti di Laurent Gbagbo l’accesso ai conti correnti del paese.

 

L’ultimo atto di questa guerra finanziaria contro il regime uscente è avvenuto più di una settimana fa, quando i Capi di Sato dell’Uemoa (Unione economica e monetaria dell’Africa dell’Ovest), al termine di un vertice svoltosi in Mali, costrinsero alle dimissioni l’ex governatore della Bceao Philippe-Henri Darcoury Tabley. Quest’ultimo è accusato di aver erogato a Gbabo circa 100 miliardi di franchi Cfa (152 milioni di euro), contrariamente a quanto deciso dall’Uemoa.

Tra gli avvenimenti che potrebbero isolare ulteriormente il presidente uscente, costringendolo così a battere moneta, c’è anche il possibile bando delle esportazioni del cacao, di cui la Costa d’Avorio è primo produttore mondiale.

 

Infatti, lo scorso 24 gennaio, dall’albergo del Golfo dove ha sede il suo esecutivo, Alassane Ouattara ha chiesto alle imprese esportatrici del cacao (molte delle quali straniere), di non vendere la materia prima. Al momento, non è ancora possibile valutare l’effetto di tale appello. Tuttavia, secondo l’agenzia stampa Reuters, la richiesta di Ouattara potrebbe essere seguita da molti esportatori, anche se, fino allo scorso 23 gennaio, i porti della capitale hanno continuato a ricevere tonnellate di cacao, una quantità ben superiore allo stesso periodo dell’anno scorso.

 

Da diverso tempo, alcuni ambienti intellettuali del paese sollevano la necessità di lasciare il franco Cfa. L’attuale crisi politica del paese sarebbe, per loro, un’opportunità da cogliere. La valuta è, infatti, considerata dagli stessi ambienti uno strumento che agisce contro gli interessi dei paesi africani che la usano. Gli effetti negativi di questa moneta, creata dalla Francia per le sue ex colonie, sono stati oggetto di uno studio recentemente pubblicato: Le Franç CFA et l’Euro contre l’Afrique (edizioni Menaibuc). L’autore, l’ivoriano Nicolas Agbohou, spiega, tra le altre cose, come uno dei principi che governa il Cfa costringa i paesi africani a versare in un conto nel tesoro francese, la metà dei guadagni realizzati nel commercio internazionale.

 

Nonostante le ragioni sostenute a sfavore della valuta, rimangono, tuttavia, le perplessità sulla vera necessità e la capacità della Costa d’Avorio di creare una nuova moneta. Senza tenere conto, peraltro, degli effetti che questa operazione avrà nel paese e in tutto il blocco economico dell’Africa dell’Ovest, in cui l’economia ivoriana conta per una fetta del 40%.

 

(In audio, intervista di Fortuna Ekutsu Mambulu a Gohou Danon, ivoriano, dottorando in Economia monetaria presso la Keele University di Londra).