Alassane Ouattara, presidente uscente della Costa d'Avorio (Foto: IvoirB)

Ora i giochi per le prossime elezioni presidenziali in Costa d’Avorio sono davvero cominciati. Elezioni in programma il 31 ottobre 2020. Ora che il presidente in carica, Alassane Ouattara, ha sciolto le riserve e annunciato che non si candiderà per un terzo mandato, oppositori e membri del suo partito si guardano intorno, si riuniscono, serrano le fila e programmano strategie.

Infatti, se fino allo scorso 5 marzo sembrava quasi certo che Ado, come lo chiamano tutti, sarebbe corso per il terzo mandato – e, come spesso accade nei paesi africani, lo avrebbe fatto attraverso una modifica costituzionale – l’annuncio che invece non si ricandiderà ha scompigliato le carte. E ha sorpreso, probabilmente, i due rivali storici, l’ex capo dello stato, Laurent Gbagbo e Henri Konan Bedié, anch’egli ex presidente (dal 1993 al 1999) e ora a capo del Pdci, partito democratico della Costa d’Avorio.

Ouattara aveva avvertito: «Se decidono di candidarsi allora dovrò trovare una soluzione, compresa quella di restare in carica, visti i loro precedenti e la loro incapacità di gestire il paese». Cosa sia cambiato da quella dichiarazione non è ben chiaro. O potrebbe, senza retroscena, semplicemente corrispondere alla versione ufficiale. Quella data dallo stesso presidente in carica: voler passare la mano sia per necessità politica che per motivi di età (Ouattara ha 78 anni).

Certo, una motivazione in controtendenza, considerato quanti capi dello stato nel continente abbiano superato non solo i 70 ma anche gli 80 anni. L’iniziativa, in ogni caso, è stata accolta a livello generale, nel paese e all’estero, con grande favore, sia perché si pone nell’ottica di quel principio di alternanza che non può che favorire le democrazie, sia perché rappresenta, dicono molti commentatori, un esempio positivo per gli altri governi e leader africani, molto spesso legati alla loro posizione e riluttanti a lasciare il potere.

Ritorno al passato?

Di certo Ouattara non resterà alla finestra e giocherà una parte attiva nella campagna elettorale e nel sostengo al candidato del suo partito, l’Rhdp, Raggruppamento dei repubblicani. Uno dei nomi che circola è quello del primo ministro e delfino di Ouattara, Amadou Gon Coulibaly. Intanto, nel corso di un Consiglio straordinario dei ministri all’indomani dell’annuncio, Ouattara ha invitato i membri del suo partito all’unità, per scegliere un candidato insieme e in accordo. «Solo dall’unione può venire il successo», ha detto.

Sul fronte opposto Gbagbo, 74 anni, potrebbe candidarsi alla presidenza dopo che il Tribunale penale internazionale dell’Aia, nel gennaio 2019, lo ha assolto per crimini contro l’umanità. Al momento, però, la sua è una libertà vigilata, visto che non può lasciare il Belgio in attesa del processo d’appello. Naturalmente è sostenuto dal suo partito, il Fronte popolare ivoriano (Fpi). Mentre anche il Pdci si prepara ad annunciare il suo candidato che potrebbe essere, appunto, Bedié. Anche se, fino a questo momento né Gbagbo né Bedié hanno sciolto la riserva sulla loro candidatura.

Ferite ancora aperte

Gli ivoriani comunque stanno all’erta, la paura di un nuovo conflitto civile rimane forte. Il paese nell’ultimo decennio ha vissuto due conflitti interni, dal 2002 al 2007 e dal 2010 al 2011. Quest’ultimo scoppiato a seguito del rifiuto di Gabgbo di accettare la sconfitta e lasciare la presidenza a Ouattara. La rivolta che ne scaturì provocò circa 3mila morti. Ma seppure Ouattara in questi anni sia riuscito a tenere il paese unito e a portarlo ad ottime perfomance economiche, la Costa d’Avorio rimane segnata da profonde divisioni, sia sociali, sia tra vari gruppi etnici.

Da non sottovalutare anche tensioni interne alla politica, la più forte delle quali provocata dal mandato d’arresto emesso qualche mese fa nei confronti del presidente dell’assemblea nazionale, il quarantasettenne Guillaume Soro, prima molto vicino a Ouattara, poi accusato di “minare l’autorità dello Stato”.

L’ex leader ribelle, in esilio forzato, potrebbe ora tornare in gioco. Anzi, lo farà, assicurano dal Raci, Raggruppamento per la Costa d’Avorio, il movimento politico che lo sostiene e che ha lanciato un opportunistico appello a Ouattara: rilasciare i prigionieri politici e di opinione e incoraggiare il ritorno degli esiliati politici ponendo fine a tutti i procedimenti legali “motivati ​​politicamente”.

Riforme urgenti

Intanto, il processo di revisione costituzionale va avanti. Tra le riforme c’è l’abolizione del ticket presidenziale. Il vicepresidente sarà quindi nominato dal capo dello Stato una volta eletto e con il consenso del parlamento. Inoltre, il mandato dei parlamentari sarà esteso nel caso in cui sia impossibile organizzare in tempo le elezioni.

Molti sono quelli che chiedono anche il completamento della riforma della Commissione elettorale indipendente (Cei) con il coinvolgimento delle opposizioni. Infine, c’è da segnalare – come si accennava – il favore con cui la comunità internazionale ha accolto la decisione di Ouattara di non ricandidarsi, prima fra tutti la reazione positiva del presidente francese Emmanuel Macron.