Vaccino sperimentale contro il Covid-19 (Credit: ris.world)

Solidarietà, sforzo comune, azioni congiunte contro egoismo, logica di mercato e protezionismo (che è in voga anche nel campo della medicina). Sono questi gli aspetti su cui si gioca non tanto il lavoro che in tutto il mondo gli scienziati stanno portando avanti per la preparazione di un vaccino che combatta il Covid-19, quanto la sua futura diffusione.

Il rischio di un brevetto su quelli più efficaci è reale e vorrebbe dire escludere i paesi economicamente più fragili dal suo utilizzo. È per questo motivo che l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) ha avviato un dibattito su possibili deroghe alle norme sulla proprietà intellettuale (che riguarda, appunto, anche i farmaci) contenute nel Trips, il Trattato relativo agli aspetti del diritto di proprietà intellettuale.

La spinta a riconsiderare alcuni punti del Trattato è venuta da un’azione congiunta di India e Sudafrica che hanno inviato all’Omc la richiesta che tutti i paesi abbiano facoltà di non concedere o depositare brevetti e altre misure di proprietà intellettuale non solo sui farmaci e test diagnostici ma anche sui vaccini per fermare il Covid-19.

Alla due giorni di Consiglio del 15 e 16 ottobre, i membri dell’Omc – ne erano presenti circa 40 – hanno discusso su come utilizzare il sistema di proprietà intellettuale globale per affrontare la pandemia e di eventuali deroghe ai termini del Trattato. Il tentativo è di non tenere fuori i paesi in via di sviluppo dalla diffusione del vaccino e rimuovere ostacoli sulle importazioni e l’acquisto.

Secondo i sostenitori delle deroghe sui diritti della proprietà intellettuale, ciò permetterebbe il superamento delle barriere all’accesso tempestivo a prodotti medici a prezzi accessibili, inclusi i vaccini, e all’ampliamento di ricerca, sviluppo, produzione e fornitura di prodotti medici essenziali. Tali deroghe durerebbero solo per un tempo determinato, concordato dal Consiglio generale dell’Omc, fino a quando la vaccinazione non sarà in atto a livello globale e la maggioranza della popolazione mondiale avrà raggiunto l’immunità di gregge.

Le decisioni saranno soggette a verifica annuale e rimarranno in vigore fino a quando – appunto – il virus avrà smesso di diffondersi e fare vittime. “L’Organizzazione mondiale del commercio – è stato detto durante l’incontro – non riuscirà nei suoi sforzi per ricostruire le economie colpite dalla pandemia, a meno che non agisca ora per salvare prima quelle vite che costruiranno queste economie. È tempo che i membri si assumano la responsabilità collettiva e mettano la vita delle persone prima di ogni altra cosa”.

Nel resoconto del meeting si fa anche cenno a paesi che si sono opposti alla proposta avanzata dal Sudafrica e dall’India. Tali paesi hanno affermato che non ci sono indicazioni che i diritti di proprietà intellettuale siano stati un vero ostacolo all’accesso ai farmaci e alle tecnologie Covid-19 e neanche che potrebbero esserlo per la diffusione del vaccino. Nel documento non viene specificato di quali paesi si tratti.

Secondo questi ultimi, in ogni caso, “la sospensione dei diritti di proprietà intellettuale, anche per un periodo di tempo limitato, non solo non è necessaria, ma comprometterebbe anche gli sforzi di collaborazione per combattere la pandemia già in corso”. La questione è rimasta dunque in sospeso ma resta all’attenzione del Consiglio dell’Omc che – per norma – ha tempo per discuterla fino al 31 dicembre 2020.

Comunque, la posizione di ong e società civile rimane molto chiara su questo punto: evitare a tutti i costi brevetti che vorrebbero dire costi alti e difficile diffusione del vaccino in molti paesi del mondo. Medici senza frontiere (Msf) ricorda che sta crescendo il numero di brevetti depositati per i vaccini Covid-19 in fase di sviluppo, e sottolinea il caso del Remdesivir, di cui è titolare la Gilead, azienda biofarmaceutica statunitense attiva nell’ambito della ricerca e commercializzazione dei farmaci.

L’azienda, che ha registrato il brevetto sul Remdesivir, unico farmaco finora approvato per il trattamento del Covid-19, ha siglato accordi con molte aziende produttrici, accordi che però escludono – dice Msf – metà della popolazione mondiale. Per non parlare dei costi: il farmaco (brevettato come Veklury) sarebbe venduto a 2.340 dollari per una cura di cinque giorni. E questo nonostante la società abbia ottenuto 70 milioni di dollari di finanziamenti pubblici.

Intanto, il trattamento è già sotto discussione, sia dal punto di vista economico, che da quello della resa in termini di cura della malattia. Per la distribuzione in tutto il mondo del vaccino, non appena sarà pronto, si sono espressi anche 101 tra medici e scienziati da tutto il mondo.

Va ricordato che già ad agosto era partito il programma Covax per l’accesso globale al vaccino, condotto da Gavi Alliance, dalla Cepi (Coalizione per l’innovazione in materia di preparazione alle epidemie) e dall’Oms. Lo scopo è, appunto, cofinanziare la spesa di acquisto e distribuzione dei vaccini in tutto il mondo, compresi quelli a basso e medio reddito.

La cifra raggiunta ammonta a 1,7 miliardi di dollari e da pochi giorni ha aderito anche la Cina. Salgono così a 168 i paesi che partecipano al programma, che corrispondono ai due terzi della popolazione globale. Restano fuori gli Usa e la Russia. L’Italia si è impegnata a versare 20 milioni di euro.

Nel frattempo si continua a procedere con la sperimentazione dei vaccini, sono oltre 150 quelli su cui si sta lavorando intorno al mondo, sottolinea National Geografic. La rivista scientifica ricorda anche che ci vogliono in media 10-15 anni perché un vaccino efficace sia inserito sul mercato. Non va dimenticato che i vaccini devono passare da tre prove cliniche, prima dell’approvazione definitiva. Il più veloce fu quello contro la parotite, considerato il più veloce mai approvato. Ci vollero quattro anni. Era il 1967.