I combustibili fossili non sono un destino - Nigrizia
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Da Santa Marta 2026 a Tuvalu 2027, un cammino per la crisi climatica
I combustibili fossili non sono un destino
Prosegue il percorso iniziato dall'isola colombiana con 56 governi, all'insegna di un nuovo multilateralismo con società civile e Chiese protagoniste
01 Settembre 2026
Articolo di Elisa Sermarini e Dario Bossi
Tempo di lettura 11 minuti
Una iniziativa di Greenpeace nel corso della Conferenza di Santa Marta dello scorso aprile (Photo by Raul ARBOLEDA / AFP)

Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata nel numero di settembre della nostra rivista cartacea che trovate in versione pdf sul nostro sito 

La crisi climatica non è una minaccia futura, ma una realtà che già incide sulla vita di milioni di persone.

Aumento della temperatura globale, eventi meteorologici estremi, perdita di biodiversità e degrado degli ecosistemi aggravano disuguaglianze già esistenti e colpiscono soprattutto le popolazioni che meno hanno contribuito alle emissioni di gas serra.

Per questo il cambiamento climatico è anche una questione di giustizia sociale ed ecologica.

La comunità scientifica avverte che la possibilità di mantenere il riscaldamento globale entro +1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali si sta esaurendo, mentre cresce il divario tra la rapidità della crisi e la lentezza delle risposte politiche.

Le conseguenze sono evidenti, dal golfo di Hormuz a Caracas, da Gaza a Taranto. Servono coraggio, coerenza e una partecipazione per invertire la rotta.

I combustibili fossili causano gran parte delle tensioni geopolitiche contemporanee; il loro controllo e il loro utilizzo provocano ingiustizie sociali, ambientali ed ecologiche, alimentano conflitti, guerre, migrazioni forzate, disuguaglianze, malattie, genocidi.

A cui si sommano le conseguenze e gli impatti legati allo sviluppo delle attività e delle infrastrutture necessarie a estrarli, trasportarli e distribuirli.

Per uscire dall’era dei fossili non si può continuare a foraggiare e sostenere politicamente un sistema che, invece di diminuirne l’uso, lo aumenta, legandosi all’industria delle armi, che non a caso registra il record storico di vendite.

È urgente promuovere alternative all’economia estrattivista.

L’ingiustizia ambientale in Africa

L’Africa è uno dei continenti più esposti agli effetti della crisi climatica.

Tre dei dieci principali hotspot mondiali della migrazione climatica si trovano nell’Africa subsahariana e, secondo le proiezioni, entro il 2050 nel continente fino a 80 milioni di persone potrebbero essere costrette a degli spostamenti interni a causa della crisi climatica.

Il legame tra cambiamenti climatici e migrazioni forzate è sempre più evidente. Il sovrasfruttamento delle risorse idriche, l’aumento della frequenza e dell’intensità di tempeste e inondazioni, la desertificazione e il calo della produzione agricola compromettono i mezzi di sussistenza di milioni di persone, costringendole ad abbandonare le proprie terre.

Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) evidenzia come gli abitanti delle aree rurali e degli insediamenti urbani informali siano i più vulnerabili.

Sebbene si parli spesso di “rifugiati climatici”, questa categoria non è ancora riconosciuta dal diritto internazionale e le persone costrette a migrare per cause climatiche restano prive di una specifica tutela giuridica.

La crisi e la necessità del multilateralismo climatico

Da oltre trent’anni le Conferenze delle Parti (COP) rappresentano il principale spazio negoziale sul clima. Pur avendo prodotto risultati importanti, come l’Accordo di Parigi della COP21 del 2015, mostrano limiti sempre più evidenti.

Le decisioni vengono adottate attraverso il consenso, un meccanismo che permette a pochi Stati di rallentare o svuotare gli impegni comuni. A ciò si aggiunge la forte influenza esercitata dagli interessi legati all’industria dei combustibili fossili, la cui presenza ai negoziati internazionali è cresciuta negli ultimi anni.

Così, mentre la scienza indica la necessità di uscire rapidamente dall’era dei combustibili fossili, i piani governativi e industriali prevedono entro il 2030 una produzione di carbone, petrolio e gas superiore del 120% rispetto a quella compatibile con il limite di +1,5 °C.

Il multilateralismo, tuttavia, resta indispensabile, perché una crisi globale richiede strumenti condivisi e istituzioni capaci di coordinare l’azione internazionale.

In questa direzione va anche la risoluzione approvata dall’Assemblea generale dell’ONU nel maggio scorso, che afferma che gli stati hanno precisi obblighi giuridici nel prevenire i danni climatici e nel proteggere le popolazioni più vulnerabili.

Pur non sostituendo gli accordi esistenti, questo orientamento rafforza l’idea che l’inazione climatica possa arrivare a costituire anche una violazione del diritto internazionale.

Il Trattato di non proliferazione 

La COP30 brasiliana di Belém, ospitata nel cuore dell’Amazzonia, ha visto una partecipazione senza precedenti della società civile e dei movimenti indigeni, che hanno rivendicato il riconoscimento dei propri diritti territoriali e delle proprie conoscenze tradizionali come elementi essenziali per la tutela degli ecosistemi.

L’insufficienza degli impegni assunti e la decisione di non inserire alcun rimando alla necessità di uscire dall’era dei combustibili fossili ha alimentato la ricerca di percorsi complementari, capaci di costruire alleanze più ambiziose.

È proprio da questa consapevolezza che nasce il processo di Santa Marta, una città del Caribe colombiano che è stata teatro della Prima Conferenza per l’uscita dai combustibili fossili, convocata dalla Colombia padrone di casa e dai Paesi Bassi.

Questo evento ha sperimentato una forma diversa di cooperazione internazionale: complementare e non alternativo a quello delle Nazioni Unite.

L’idea di fondo è semplice: riunire quei governi già disponibili ad accelerare la riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica insieme a istituzioni locali, movimenti sociali, popoli indigeni, ong, accademie, centri di ricerca e comunità religiose.

In questo modo il consenso non viene costruito soltanto all’interno delle sale negoziali, ma anche tramite una convergenza tra soggetti che condividono l’urgenza dell’azione climatica e intendono rafforzarsi reciprocamente.

Tra le proposte che hanno assunto maggiore rilevanza vi è il Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, iniziativa internazionale ispirata alla logica dei trattati di non proliferazione nucleare.

L’obiettivo è promuovere un accordo globale fondato su tre pilastri: fermare l’espansione di nuovi progetti di estrazione di carbone, petrolio e gas; gestire una graduale eliminazione della produzione esistente secondo criteri di equità; sostenere una transizione giusta che accompagni lavoratori e comunità verso modelli economici alternativi.

Uscire dall’era dei fossili è l’unica maniera possibile per portare avanti gli obiettivi climatici stabiliti con l’Accordo di Parigi della COP21 del 2015: garantire lavoro di qualità, salute, partecipazione e pace.

Più che sostituire i negoziati ONU, il percorso di Santa Marta mira a creare una coalizione di paesi e attori sociali capaci di aumentare l’ambizione politica e di orientare il dibattito internazionale verso l’uscita definitiva dall’economia fossile.

I 56 governi che hanno partecipato rappresentano circa un terzo del consumo globale di petrolio e del PIL mondiale: un peso politico ed economico che non si può ignorare.

La conferenza sarà ricordata per aver affrontato una sfida storica: superare un’economia fondata su distruzione e conflitto, dando priorità a vita, sicurezza e sovranità.

Per superare la crisi del multilateralismo occorre costruire forme di cooperazione internazionale più profonde, democratiche, efficaci, capaci di funzionare senza veti di fatto, aperte alla partecipazione reale dei popoli e in grado di tradurre gli accordi in azioni concrete.

Si promuove allora una trasformazione dell’ordine globale dove la risposta non nasce dalla paura o dalla pressione economica, bensì dalla fiducia nella capacità di azione collettiva.

È un’opportunità per costruire una nuova architettura delle relazioni internazionali, fondata su solidarietà tra le nazioni, tecnologie pulite e accessibili e un principio solido di giustizia ed equità.

L’evento di Santa Marta non pretende di risolvere 30 anni di stalli e fallimenti in un unico incontro, ma apre un processo politico nuovo.

Anche la Chiesa del Sud globale – le conferenze episcopali continentali dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina – ha partecipato attivamente alla Conferenza di Santa Marta, promuovendo la confluenza di una rete ecumenica e interreligiosa che è stata considerata “la bussola morale del movimento” e che ha pubblicato una lettera di sostegno al Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili.

Da anni la Chiesa si impegna nell’agenda climatica internazionale. In particolare, in America Latina è stata lanciata la Ruta Laudate Deum, un cammino di partecipazione, network, formazione e incidenza iniziato al Foro Social Panamazónico (FOSPA) che si è svolto in Ecuador nel 2024.

I passaggi successivi sono stati la COP16 del 2024, che si è tenuta nella città colombiana di Cali, la COP30 di Belém del 2025 e infine Santa Marta, l’anno seguente. La prospettiva è una presenza attiva anche alle prossime COP sul clima, e soprattutto all’incontro multilaterale di Tuvalu.

In cammino verso Tuvalu

Il primo risultato della Conferenza di Santa Marta infatti, riguardala convocazione di una prossima tappa internazionale, a Tuvalu, uno Stato insulare polinesiano, situato nell’Oceano Pacifico a metà strada tra le isole Hawaii e l’Australia. E soprattutto uno dei primi paesi al mondo che rischia di scomparire a causa dell’innalzamento dei mari.

La seconda Conferenza internazionale è prevista per il 2027 e sarà co-presieduta dall’Irlanda. L’obiettivo è dare continuità al dialogo, garantendo che nessun paese resti indietro.

Il percorso si concentrerà su tre priorità: ridurre la dipendenza economica dai combustibili fossili, allineare domanda e offerta agli obiettivi della COP21 e rafforzare la cooperazione internazionale garantendo un approccio realmente inclusivo con popoli e istituzioni locali.

Il secondo risultato della Conferenza è la creazione del Panel scientifico globale per la transizione energetica, che avrà il compito di fornire basi scientifiche alle decisione politiche.

Il Panel è guidato da Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research in Germania, e da Carlos Nobre, eminente ricercatore sulla foresta amazzonica presso l’Università di San Paolo in Brasile.

Il terzo risultato riguarda l’avvio di tre filoni di lavoro prioritari: il primo volto a definire un piano per trasformare non solo il sistema energetico, ma anche i modelli di produzione e di esportazione, includendo maggiormente il ruolo dei paesi produttori e le indicazioni della comunità scientifica.

Il secondo dedicato alla revisione delle regole economiche e finanziarie, per affrontare temi come il debito, le politiche fiscali e gli incentivi che possono ostacolare il percorso di transizione.

Il terzo incentrato sul ripensamento del rapporto tra commercio, investimenti e riduzione delle emissioni, con l’obiettivo di favorire economie meno dipendenti dai combustibili fossili e limitare le attività a maggiore impatto ambientale.

L’impegno italiano, dal basso

Tra i governi presenti a Santa Marta c’era anche l’Italia, rappresentata da Francesco Corvaro, inviato speciale per il cambiamento climatico dei ministeri dell’Ambiente e degli Affari esteri.

La presenza italiana è apparsa debole e contraddittoria. Annunciata all’ultimo momento, senza una rappresentanza politica di alto livello e priva di una posizione pubblica riconoscibile sul percorso di Santa Marta, ha confermato la difficoltà di tradurre gli impegni internazionali in scelte coerenti.

La stessa contraddizione emerge nelle politiche energetiche nazionali. Mentre il paese continua a dichiarare il proprio sostegno alla riconversione ecologica, resta fortemente dipendente dai combustibili fossili.

I ritardi nello sviluppo delle energie rinnovabili e il rinvio dell’uscita dal carbone al 2038 mostrano la distanza tra gli obiettivi climatici e le decisioni assunte.

A questo si aggiunge una contraddizione sul piano internazionale. Da un lato l’Italia richiama la necessità di costruire nuovi spazi di dialogo con gli Stati che ostacolano l’azione climatica; dall’altro continua a collocarsi in un quadro di alleanze che, secondo molte delle realtà presenti a Santa Marta, legittima politiche di guerra, violazioni del diritto internazionale e modelli di sviluppo fondati sul controllo delle risorse energetiche.

Una distanza che rende meno credibile l’appello a una cooperazione globale fondata sulla giustizia ecologica.

La partecipazione italiana a Santa Marta, quindi, non modifica le scelte che continuano a favorire l’economia fossile. Ma sarebbe riduttivo identificare la presenza del nostro paese con quella del solo governo.

In Colombia l’Italia è stata rappresentata soprattutto dalla cittadinanza attiva che per mesi ha lavorato insieme alle altre realtà sociali coinvolte a livello internazionale nel percorso per un Trattato di non proliferazione.

Campagna portata avanti nel nostro paese dalla scuola di ecologia integrale GEA insieme a soggetti diversi: LAV, Unione Inquilini, PeaceLink Taranto, Movimento No Tav, Rete dei Numeri Pari, Collettivo di Fabbrica ex GKN, RiMaflow, Comitato Piazza Carlo Giuliani, StopRearm Europe Italia, fino ai Missionari Comboniani, Navdanya Italia e decine di comitati territoriali.

Un fronte eterogeneo ma coerente, che mette al centro l’impegno in prima persona per giustizia sociale, ambientale ed ecologica, la difesa dei territori e la partecipazione democratica dal basso.

La campagna italiana per il Trattato sulla non proliferazione dei combustibili fossili promuove assemblee pubbliche, percorsi di formazione e il coinvolgimento delle comunità e degli enti locali, nella convinzione che la costruzione di un accordo internazionale passi anche dalla capacità delle comunità di organizzarsi, fare pressione sulle istituzioni e sostenere una transizione fondata sulla giustizia climatica, sociale e ambientale.

Il buon esempio vaticano

In questo percorso si inserisce anche l’impegno della Chiesa. Chi scrive ha appreso con gioia e speranza dell’intenzione del Vaticano di alimentarsi interamente con energia rinnovabile, in linea con il progetto avviato da papa Francesco e confermato da papa Leone XIV.

Il progetto prevede la realizzazione di un impianto agrivoltaico a Santa Maria di Galeria, dove si trovano i sistemi di trasmissione di Radio Vaticana. Lo Stato della Città del Vaticano punta così a diventare il primo Stato al mondo ad alimentare con fonti rinnovabili l’intero fabbisogno energetico e a raggiungere la neutralità climatica su scala nazionale, dimostrando concretamente come sia possibile conciliare produzione energetica, agricoltura e tutela ambientale.

Di fronte alla crisi climatica, la speranza non può essere un’attesa passiva, ma una responsabilità condivisa.

È il compito che interpella governi, società civile e comunità di fede: trasformare la cura della casa comune da principio dichiarato a scelta concreta di giustizia e di pace. Il futuro non si aspetta, si organizza e uscire dall’era dei fossili è il primo passo per renderlo reale.

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