ECONOMIA IN BIANCO & NERO – febbraio 2012
Riccardo Barlaam

L’Europa si lecca le ferite per la crisi del debito. Con le locuste degli hedge funds (fondi speculativi) pronte a buttarsi fameliche sulla preda morente. La Banca mondiale (Bm) dice che il mondo va a due velocità: l’Occidente in recessione; i paesi emergenti che crescono e trainano gli ex Grandi. E in Africa, conseguenza dell’aumento delle materie prime e dell’onda lunga della crisi, aumenta il numero di persone che muoiono di fame.

In questo scenario catastrofico, c’è chi ci guadagna, scommettendo sul peggio: il fallimento della Grecia, l’aumento degli interessi dei titoli pubblici italiani, e così via. Non ci credete? Quest’anno, a livello globale, ci sarà un’impennata di 80 miliardi di dollari negli investimenti in fondi speculativi. Lo prevedono gli analisti della Barclays. Il 2012 segnerà il ritorno ai grandi numeri per le locuste hedge funds. Se queste cifre si confermeranno, si assisterà all’incremento più sostenuto dal 2007, cioè da prima del crack della banca americana Lehman Brothers.

Gli hedge funds sono accusati di destabilizzare i mercati, ma, evidentemente, continuano a essere considerati un porto sicuro e attraente. Non solo da parte di privati facoltosi, miliardari in cerca di guadagni facili, ma soprattutto di grossi investitori istituzionali. Scrive la Barclays che la fetta più consistente di flussi arriverà, infatti, da banche, fondazioni bancarie e fondi pensione. Cioè dai colletti bianchi. Quelli che governano l’economia globale, guardando il mondo dal video di un computer.

Tutto questo, mentre la Bm taglia le proprie previsioni di crescita 2012 e 2013 per la crisi dell’area euro, che pesa sulla crescita mondiale, rallentandola. E avverte: sulla crescita ci sono molti rischi. Le nuove stime potrebbero peccare di ottimismo. Il Pil mondiale crescerà del 2,5% nel 2012, ovvero l’1,1% in meno rispetto a quanto previsto in giugno. Nel 2013 dovrebbe arrivare al 3,1%. Motore del Pil saranno, quest’anno, le economie emergenti, che cresceranno del 5,4%. Per le economie avanzate la crescita sarà dell’1,4%, con il Pil di Eurolandia previsto contrarsi dello 0,3%.

«I paesi emergenti devono prepararsi a nuovi shock, con la crisi del debito nell’area euro e il rallentamento della crescita delle grandi economie emergenti», evidenzia l’istituto di Washington. Questi paesi, rispetto al 2008-2009, hanno meno spazio di manovra fiscale e monetaria per combattere la crisi. Per questo, «devono finanziare i loro deficit, dare la priorità alle reti di protezione sociale e alle infrastrutture e condurre stress test sulle banche nazionali».

Le prospettive per i paesi poveri, in tutto questo caos, sono favorevoli ma – sottolinea la Bm – «se la crisi si intensifica, nessuno sarà risparmiato. È necessario prepararsi al peggio». Secondo la Bm, in questo contesto, il tema della sicurezza alimentare per i paesi più poveri è centrale.

Le Nazioni Unite stimano che, nel Corno d’Africa, nell’anno in corso ci saranno ancora 10 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria. Centinaia di migliaia di rifugiati arrivano nei campi profughi in cerca di cibo, specialmente dalla Somalia, dove le forze governative da anni combattono una guerra dimenticata contro gli islamisti di al-Shabaab.

Lo scorso anno, migliaia di persone sono morte nell’Africa Orientale perché l’Occidente, impegnato a guardarsi l’ombelico, ha trascurato del tutto gli avvertimenti sull’emergenza alimentare. Oxfam e Save the Children sostengono che ci sono voluti più di sei mesi alle agenzie umanitarie per trasformare i segnali di allarme in azioni di aiuto. In un recente rapporto, A dangerous Delay, stimano che tra Kenya, Etiopia e, soprattutto, Somalia, negli ultimi mesi sono morte di fame tra 50mila e 100mila persone. Parte del problema deriva, secondo il rapporto, dal fatto che i governi di Kenya ed Etiopia hanno ammesso con ritardo e colpevole sottovalutazione le dimensioni della crisi alimentare. Ma anche le agenzie umanitarie hanno avuto non pochi problemi a operare, perché, rispetto al passato, è cresciuta la diffidenza, l’egoismo forse.

Molti donatori hanno voluto prove della catastrofe umanitaria, prima di mettere in cantiere azioni di aiuto. I primi sistemi di avvertimento molto sofisticati – con immagini via satellite e report sulla situazione di emergenza delle colture e delle popolazioni nell’Africa Orientale, dice il rapporto – sono partiti nell’agosto del 2010. E non sono starti presi sul serio dalla comunità internazionale. Una risposta su larga scala c’é stata solo a partire da luglio 2011.

Ci si è accorti di questa emergenza in ritardo e i problemi si sono aggravati. Così è andata. Nell’indifferenza generale del cosiddetto mondo sviluppato.