Etiopia

È il paese che sfida maggiormente l’Egitto sul controllo delle acque. La Grande diga della Rinascita, il più importante investimento di Addis Abeba, rischia di sfibrare i rapporti tra i due paesi. Per Wikileaks Il Cairo sarebbe perfino pronto ad alimentare conflitti all’interno dei confini etiopici.

L’Etiopia gioca un ruolo primario nella vexata quaestio sul Nilo e la lunga disputa tra le varie nazioni africane attraversate dai due rami del fiume, interessate a trarne il legittimo beneficio. Due sono le ragioni principali dell’odierno protagonismo dell’Etiopia nella vicenda del bacino del Nilo. La prima: il Nilo Azzurro (Abbay in lingua amarica) nasce dal Lago Tana, al centro dell’Etiopia, e con i suoi affluenti rappresenta l’85% di portata d’acqua dell’intero fiume quando incontra il Nilo Bianco a Khartoum. La seconda: da sempre, i governi succedutisi ad Addis Abeba, consapevoli delle potenzialità del fiume sfruttate in passato per lo più da Egitto e Sudan, hanno rifiutato gli accordi stipulati tra i due paesi e le potenze colonizzatrici che sancivano l’assoluta supremazia dell’Egitto sulle acque. In particolare, non ha mai aderito agli accordi tra Egitto e Gran Bretagna del 1929 e del 1959, che assicuravano a Egitto e Sudan l’uso di quasi di circa l’86% dell’acqua del Nilo e il diritto di realizzare qualsiasi progetto (come le imponenti dighe di Assuan) volto a favorire un miglior sfruttamento del fiume. L’Egitto, la cui storia è talmente legata al Nilo da identificarsi con esso non appare peraltro intenzionato, nemmeno con il nuovo governo di Mohamed Morsi dominato dai Fratelli musulmani, ad adottare un nuovo approccio rispetto al passato. Una politica utilitaristica ritenuta oggi miope e insostenibile non solo dall’Etiopia, ma anche dagli altri paesi toccati dal fiume. Dopo anni d’inutili negoziati tra Il Cairo e questi paesi, nel 2010 alcuni governi – Etiopia, Tanzania, Uganda, Burundi e Rwanda, seguiti poi da Kenya e Rd Congo – firmarono un accordo finalizzato a garantire una più equa possibilità d’uso delle acque del Nilo, fino a quando questo utilizzo non avrebbe pregiudicato l’usufrutto degli altri beneficiari. Un accordo che implicitamente annullava quelli del 1929 e del 1959. Vedendo minacciata la propria supremazia sul fiume, l’Egitto non esitò a denunciare e rigettare l’accordo, convinto che avrebbe irrimediabilmente ridotto il proprio ininterrotto monopolio sull’uso delle acque. La maggiore sfida al Cairo, tuttavia, sorse quando il defunto primo ministro etiopico, Meles Zenawi – che aveva sempre contestato il presunto diritto di Egitto e Sudan di sfruttare a piacimento le acque – dopo la caduta dell’egiziano Mubarak annunciò l’intenzione del governo etiopico di costruire un’imponente diga idroelettrica capace di produrre 6.000 megawatt sul Nilo Azzurro, a circa 40 km dal confine con il Sudan. Tale decisione fu subito definita dal Cairo una minaccia alla propria sicurezza nazionale, per il timore di vedere ridotta drasticamente la massa d’acqua di cui aveva fino allora usufruito. Mubarak aveva minacciato che sarebbe ricorso a ogni mezzo, fino all’azione militare, per garantire la propria supremazia sulle acque del fiume. Nonostante la visita all’Etiopia di Morsi lo scorso anno e gli accordi di ottobre tra le delegazioni dei due paesi, non è per nulla evitata l’ipotesi che si possa rinfocolare la disputa già protrattasi per lungo tempo.

La diga della discordia

In Etiopia, infatti, discutere oggi di acqua del Nilo significa parlare, sostanzialmente, del rapporto tra Addis Abeba e Il Cairo, più che degli altri paesi del bacino. E la contesa riguarda la costruzione della Grande diga della Rinascita, in origine conosciuta come Millennium Dam (diga del Millennio). In occasione dell’avvio dei suoi lavori, il 2 aprile 2011, Meles Zenawi pronunciò un discorso storico. Affermò che il progetto avrebbe costituito un «ineguagliabile salto qualitativo nell’ambito del piano nazionale di espansione delle infrastrutture per la produzione di energia». Una volta completata la diga, infatti, l’energia prodotta potrà soddisfare non solo le crescenti esigenze interne, ma potrà esserne esportata una parte ai paesi confinanti, permettendo così di raccogliere risorse da investire in altri programmi di sviluppo già pianificati. A lavoro ultimato, secondo i calcoli degli esperti, la diga dovrebbe creare un lago artificiale della portata di 63,5 miliardi di metri cubi d’acqua, cioè quasi il doppio della portata dello stesso Lago Tana (32 miliardi al massimo della portata) e del lago Nasser, in Egitto. I più immediati benefici sarebbero uno sviluppo imponente dell’industria della pesca e la creazione di coltivazioni estensive e domestiche per i piccoli agricoltori, attraverso sistemi moderni d’irrigazione. «Considerata da qualunque prospettiva – aveva insistito nel suo discorso Meles – non ci possiamo permettere di perdere questa storica opportunità, visto che la diga da sola coprirà tra il 65,5 e l’85,5% dell’intera produzione energetica che l’Etiopia dovrebbe generare nei cinque anni del Piano di crescita, trasformazione e di sradicamento della povertà nel nostro paese». Meles aveva anche sottolineato che la volontà di costruire le dighe è per «combattere e vincere la guerra contro la povertà, senza alcuna intenzione malevola volta a danneggiare i nostri vicini, che al contrario potranno trarne essi stessi beneficio».

Sono ormai molti gli analisti convinti che l’intento prioritario del governo è di promuovere lo sviluppo di fonti energetiche diversificate, al fine di soppiantare il caffè come voce principale nel capitolo esportazione. I lavori della diga procedono senza che sia data eccessiva pubblicità all’opera. Peraltro, il governo di Meles aveva lanciato, due anni or sono, una capillare campagna nazionale per rastrellare le risorse economiche da investire nella diga, dopo che molti donatori avevano annullato la promessa di un sostanziale sostegno economico. Una campagna che prosegue tuttora ma che, seppur accolta positivamente dalla maggioranza della popolazione, probabilmente raccoglierà meno risorse di quelle previste e comunque insufficienti a coprire i costi del mastodontico progetto. I lavori, inoltre, proseguono nonostante i timori legati alla possibile reazione dell’Egitto. In una e-mail del 2010 di fonte egiziana di alto livello, e resa pubblica da Wikileaks, si leggeva: «Stiamo discutendo la possibile cooperazione militare con il Sudan» contro l’Etiopia, creando in Sudan una base da cui partirebbero forze aeree egiziane speciali per distruggere il progetto della diga. Il Cairo ha smentito in più occasioni tali voci. Tuttavia, Wikileaks ha affermato di aver ottenuto le informazioni dall’archivio dell’agenzia privata d’intelligence Startfor, con base in Texas (Usa). Secondo un funzionario della sicurezza egiziana, se gli sforzi diplomatici per ridisegnare o sospendere il progetto fossero falliti, il passaggio successivo sarebbe supportare «un conflitto su procura grazie a gruppi militanti anti-etiopici», come già avvenne negli anni ’70 e ’80. Sempre secondo tale funzionario, tuttavia, «una diretta azione militare sarebbe stata la scelta più improbabile, e da intraprendere solo nel caso che la diga, una volta completata, avesse interrotto in modo grave il decorso delle acque». L’e-mail di Startfor, pubblicata da Wikileaks, affermava infine come «questa linea di condotta dipenderà largamente dal nuovo governo del Cairo (formatosi solo nel febbraio 2011, ndr). Ma qualunque sia il suo orientamento politico, una sostanziale riduzione dell’acqua del Nilo provocata dalla diga risulterebbe intollerabile per qualsiasi governo che detenga il potere in Egitto».

Mentre, dunque, l’ impresa italiana Salini procede con i lavori della diga, che dovrebbero concludersi nel 2017 con un costo previsto tra i 5 e i 6 miliardi di dollari, il nuovo primo ministro etiopico Hailemarian Desselegn in un’intervista rilasciata alla Voice of America poco dopo la sua nomina, riaffermando l’intenzione di proseguire le politiche di Meles Zenawi, dichiarava: «Il precedente governo del Cairo guardava al problema del Nilo come a una questione di sicurezza. Ci sono voci che sia tuttora questa la convinzione del nuovo esecutivo. Ma non voglio dare adito alle tante speculazioni circolanti perché, almeno ufficialmente, non ci risulta esista un cambiamento di policy da parte del Cairo». Al presente tutti appaiono intenzionati a cercare una soluzione diplomatica di compromesso, e non si sono più ripetute dichiarazioni bellicose. Gli esperti prevedono, tuttavia, che nei prossimi 25 anni la popolazione che abita i paesi del bacino del Nilo raddoppierà, e solo un migliore capacità di cooperazione tra quelle nazioni potrà garantire che siano evitati devastanti conflitti per l’uso delle sue acque.