Mali e Burkina Faso

Visti che non arrivano. Frontiere sempre più numerose. Condizioni di vita precarie. Il viaggio da clandestini quasi una scelta obbligata. Oggi Bamako si trova al centro dei flussi migratori dell’Africa occidentale.

Si dice che gli africani siano abituati ad aspettare. Assumono un’espressione quasi neutra e, pazientemente, attendono. L’autobus, la cena, le piogge, gli aiuti umanitari, le elezioni, la pace. Aspettano i portatori di merci dei moto-taxi. Aspettano i membri di una famiglia sotto un ponte, con la mamma che porta il più piccolo dei figli legato sulla schiena, mentre il padre cerca di fermare una macchina. Aspettano perfino i bambini di strada che, sul passaggio pedonale che sovrasta il Grand Marché di Bamako, sembrano guardar lontano. Ragazzi sperduti che sniffano colla e ingoiano pastiglie rosse mischiate a pastiglie blu per dimenticare quello che stanno attendendo.

Nama è un soninké, sulla trentina, originario di Kayes, regione che produce l’80% degli oltre cinque milioni di migranti maliani nel mondo. Aspetta da undici mesi a Bamako un duplicato del permesso di soggiorno per tornare in Spagna, paese in cui raccoglie fragole (e paga tasse) da dieci anni. «Non ero mai rientrato in tutto questo tempo e così ho deciso di venire un mese in vacanza. Appena arrivato in capitale, però, mi hanno rubato i documenti». Raccontando, Nama mischia la prima lingua locale alla sua lingua d’adozione. È più forte di lui, non riesce a controllarsi: comincia ogni frase in bambara e la finisce in spagnolo. «L’ambasciata spagnola non vuole che noi migranti torniamo. Mi hanno chiesto un sacco di documenti, perfino il contratto di lavoro». Dall’ambasciata spagnola a Bamako rispondono che sono molti i finti smarrimenti e richieste di duplicati di documenti rivenduti sul mercato nero e per controllare caso per caso i tempi si allungano.

Per alcuni migranti il viaggio da clandestini diventa una scelta obbligata, dovuta anche alla frustrazione dell’attesa di un visto che non arriva quasi mai «a meno che non si conosca qualcuno». Nama, che ha già fatto il viaggio via terra una volta e non vorrebbe doverlo rifarlo, sembra aver perso ogni speranza di tornare regolarmente. «Penso tutto il tempo alla Spagna, non dormo bene, non riesco nemmeno a mangiare. Guardami: sono debole. Ogni giorno vado all’ambasciata, ma non mi danno il visto. E impazzisco sempre di più».

La proverbiale pazienza subsahariana s’incontra anche nei sotramà, furgoncini dipinti di verde che circolano riempiti di gente fino ai quattro angoli di Bamako. Un sistema di trasporto collettivo solo apparentemente anarchico che, a suo modo, fa spostare ogni giorno migliaia di persone. Persone che non si lamentano di sedere stretti su una panca di legno e condividere il viaggio con degli sconosciuti.

I viaggi extra-urbani, invece, seguono regole a sé. «Si parte quando il veicolo è pieno, si arriva quando si arriva, se Dio vuole». Dopo guasti e incidenti il fattore che varia maggiormente il tempo di percorrenza di ogni tratta è costituito dai posti di blocco. «Ce ne sono tantissimi e a ognuno poliziotti, militari o doganieri fanno scendere tutti i passeggeri e raggruppano da una parte gli stranieri». Nonostante la libera circolazione prevista dalla Cedeao, la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, su queste rotte non si passa se non si paga. «Non importa se hai i documenti in regola. Bisogna dare 10-15 euro a posto di blocco altrimenti sono botte, prigione o ti costringono a tornare indietro».

Il viaggio decide per loro.
Le storie dei migranti che… (…)

Per continuare la lettura dell’articolo del numero di Nigrizia di aprile 2016: rivista cartacea o abbonamento online.

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati