MURAGLIA VERDE PANAFRICANA – DOSSIER FEBBRAIO 2020

Operativo da una decina d’anni, il progetto Grande muraglia verde non è più solo una fascia di rimboschimento nel Sahel. Coinvolge 22 paesi, preserva la biodiversità, integra le attività economiche, è attento alle esigenze dei vari portatori di interessi

Da muro verde di alberi a mosaico di ecosistemi. Dal suo concepimento a oggi, il Great Green Wall for the Sahara and Sahel Initiative – la Grande muraglia verde per il Sahara e il Sahel (Gmv) – si è trasformata radicalmente. L’obiettivo, però, è rimasto lo stesso: frenare il processo di degrado dei suoli e combattere la povertà.

Nel mese di giugno del 2005 durante una Conferenza dei capi di stato e di governo della Comunità degli stati del Sahel e del Sahara (Cen-Sad), nella capitale burkinabè Ouagadougou, venne proposta per la prima volta un’azione comune per contrastare la desertificazione.

La paternità ufficiale del progetto Grande muraglia verde venne però attribuita all’ex presidente senegalese Abdoulaye Wade, che ne diventò portavoce. Bisognerà aspettare il gennaio del 2007 perché l’iniziativa sia adottata dall’Unione africana, ad Addis Abeba. Alcuni anni dopo, nel 2010, a N’Djamena in Ciad nacque l’Agenzia panafricana della Gmv, con il compito di coordinare e armonizzare le azioni di ciascuno degli stati aderenti.

Il progetto iniziale prevedeva il rimboschimento lungo una fascia larga 15 km dal Senegal a Gibuti, dall’Oceano Atlantico al mar Rosso, per un totale di circa 8000 km. Il muro verde avrebbe dovuto attraversare 13 paesi dell’area saheliana.

Piantare alberi per fermare l’avanzata del deserto e contribuire a frenare l’impoverimento delle popolazioni. Furono diverse le voci critiche, emerse in particolare dalla società civile, sulla scorta della valutazione di esperienze simili in Algeria e Cina.

Nei progetti precedenti le azioni di riforestazione non avevano tenuto conto della…