Il periodo di Robben Island

Mandela diventa il prigioniero politico più famoso del mondo. Le sue battaglie lo rendono un mito. Gli anni del carcere rappresentano la sua tomba ma, al tempo stesso, anche lo spazio della speranza. L’11 febbraio 1990 la liberazione. Le scelte politiche di De Klerk.

Studi sulla leadership suggeriscono che le grandi lezioni s’imparano nelle situazioni bollenti. Il fuoco di Mandela è stata la prigione. La sua leadership è stata messa alla prova molte volte. In un diario scrisse che si possono avere «due tipi di leader: quelli incoerenti, le cui azioni non possono essere predette, poiché oggi sono d’accordo su di un fatto e il giorno dopo lo ripudiano; quelli coerenti, dove è presente il senso dell’onore e soprattutto un ideale o una visione a cui tendere».

 

Sono stati i suoi ideali e la sua coerenza a permettergli di superare 27 anni di detenzione nel carcere di Robben Island. Una prigione che ha rappresentato per Mandela una sorta di tomba, ma, allo stesso tempo, è stata anche un luogo che l’ha reso più umano. Tra le mura inospitali della prigione ha trovato una comunità, compagni coraggiosi e guardie la cui crudeltà era guidata dal sospetto e dall’odio verso gli attivisti di colore.

 

Robben Island si trova nella baia di fronte al Monte Tavola di Città del Capo. Per un orribile gioco del destino, dall’isola la vista della montagna leggendaria è incantevole. Null’altro dell’isola lo è. Un vento freddo soffia dall’oceano Atlantico. La piccola isola è stata per generazioni la casa dei prigionieri politici. Prima dell’apartheid, gli inglesi vi rinchiusero tutti i nemici. Prima di loro gli olandesi vi avevano incarcerato gli oppositori. Ma per i prigionieri politici degli anni ’60, Robben Island divenne un’università, una scuola per i futuri leader del Sudafrica.

Non è il caso di svilire le storie di sofferenza e difficoltà per le quali l’isola è famosa. Si tratta, evidentemente, di un luogo di punizione. Di lavoro duro e di celle solitarie. Di noia e stagnazione. Pochi privilegi e spesso rifiutati o tolti.

 

Agli inizi, la vita sull’isola si presentò davvero dura per Mandela, Sisulu, Mbeki e gli altri prigionieri politici. Ma con il trascorrere del tempo, grazie a relazioni e rapporti costruttivi con secondini e autorità carcerarie, le loro condizioni cominciarono a migliorare. Ottennero vestiti più decenti, cibo migliore e altri “benefit” come libri e bollettini d’informazione. Riuscirono a studiare grazie anche all’impegno in loro favore assunto dai bianchi liberali, membri dell’opposizione parlamentare.

 

Emozioni in secondo piano

Gli amici di Mandela testimoniano di quanto il suo senso di giustizia fosse presente anche in quei luoghi di costrizione. Affrontò spesso le guardie quando queste oltrepassavano il limite. Chiese di incontrare i responsabili, scrisse lettere alle autorità e a chiunque altro potesse influire sulle scelte interne. E lo faceva in modo formale e solenne, da avvocato qual era. Molte delle lettere scritte alla famiglia ci parlano di un uomo preoccupato per i propri cari. Ma senza troppi sentimentalismi, sempre molto misurato e chiaro. La dedizione di Mandela agli obiettivi prefissati lo aiutò a guardare avanti, permettendogli di superare i sentimenti più cupi d’impotenza e sfiducia. C’è chi sostiene che Mandela abbia voluto tenere lontani desideri ed emozioni. Ma non fu così. Tutto quello per cui lottò e tutto ciò che affrontò in quegli anni, fece maturare in lui un senso del dovere estremo che prevalse sui suoi desideri. Le emozioni personali, benché presenti, dovevano essere poste in secondo piano.

 

Molti gli esempi di questo comportamento negli anni di prigionia. Il giornalista Richard Stengel gli chiese un giorno come vivesse l’impossibilità di fare l’amore con una donna. Se non temesse che la sua sessualità si atrofizzasse. «Uno si abitua – fu la risposta –, non è così difficile controllarsi. Quando sono finito in prigione, mi sono rassegnato anche al fatto di non potermi esprimere sessualmente, e me ne sono fatto una ragione».

Numerosi gli episodi che rivelano un Mandela fedele a sé stesso, che non maledice, ma affronta il carcere, non rinnega i sentimenti ma cresce grazie ad essi. Continua sul numero speciale di Nigrizia – dicembre 2012.

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