Editoriale dicembre 2013

Quello che è accaduto a Lampedusa il 3 ottobre del 2013 si ripeterà anche nell’anno che sta per cominciare. Perché l’emergenza profughi continua. E della morte per annegamento dei 366 migranti chi si ricorderà più? Forse rimarrà solo il ricordo di quelle bare allineate e un velo di commozione, conditi con la solita cronaca dolente delle televisioni.

Il cortocircuito tragedia-commozione-lacrime-chiacchiere-dimenticanza ha un nome: naufragio della cittadinanza e naufragio della solidarietà umana. Lo vogliamo interrompere questo cortocircuito? E allora dobbiamo stare ogni giorno su uno di quei barconi che stanno affondando e chiederci: perché?

Per la legislazione italiana (legge Bossi-Fini del 2002, “rafforzata” dal decreto Maroni del 2009) i profughi sui barconi sono dei criminali perché clandestini. E chi dà una mano perché si salvino è complice dello stesso reato. Un’assurdità. Quelle norme, infatti, non cercano il senso ma il consenso di italiani spaventati e ipocriti che non vogliono vedere turbata la loro “serena” quotidianità.

I 366 del 3 ottobre non erano criminali, ma vittime due volte: di regimi oppressivi – erano, per la maggior parte, eritrei in fuga dalla dittatura – e dei loro trasportatori, bande di trafficanti che li smerciavano da una riva all’altra del Mediterraneo.

Criminale è la legge Bossi-Fini con le sue appendici successive. E criminale è il regime del presidente eritreo Isaias Afwerki, che da bandiera dell’indipendenza dall’Etiopia si è trasformato in un despota che ha liquidato ogni opposizione e ridotto alla disperazione la sua gente. Per questo tanti giovani eritrei sono disposti a tutto pur di trovare altrove migliori condizioni di vita.

E allora? Il regime di Asmara va messo maggiormente sotto pressione. Il viceministro Lapo Pistelli, nell’intervista che apre questo numero, sostiene che le dittature non si sconfiggono con l’isolamento, ma costringendole ad un confronto continuo. Staremo a vedere. L’Italia vuole essere interlocutore del governo eritreo, vuole utilizzare la cooperazione come testa di ponte per destrutturare quel blocco di potere? Bene, a patto che non sia il solito canale per fare affari e basta.

Noi continueremo a denunciare Afwerki e la sua sistematica violazione dei diritti umani. E a dare il nostro sostegno alle associazioni di eritrei della diaspora in Italia e nel mondo che lottano per la trasformazione del sistema politico nel loro paese. I diritti umani degli eritrei sono i nostri diritti, sono indivisibili: o valgono per tutti o non valgono per nessuno.

Dal barcone vediamo distintamente che è necessaria una nuova legge sull’immigrazione e l’immediata abolizione del reato di clandestinità, contrario alla nostra Costituzione e ai più elementari principi fissati nella Dichiarazione universale dei diritti umani. La Bossi-Fini va subito buttata nel cestino perché nel suo impianto guarda all’immigrato o come a un potenziale delinquente o, alla meglio, come a strumento da utilizzare per la nostra economia, ma da rispedire a casa appena terminato il suo compito. Il permesso di soggiorno in Italia è estremamente arduo da ottenere e lo si può perdere in un attimo, riducendo la persona da soggetto di diritti e doveri a un fantasma, a un “clandestino”, quindi criminale. Non è questo condannare lo straniero tra noi a trascorrere le sue giornate nell’incertezza e nella paura?

Una nuova legislazione non può non includere lo ius soli, cioè il diritto alla cittadinanza per figli e figlie di immigrati che nascono in Italia. Lo ius soli proposto dal ministro per l’integrazione Cécile Kyenge aveva suscitato a suo primo apparire tante polemiche, ma ora sembra caduto nel dimenticatoio, come se fosse finito in fondo all’agenda politica. Mentre è urgente affrontarlo. È urgente soprattutto per le centinaia di migliaia di immigrati di seconda generazione che devono aspettare anni prima di ottenere la cittadinanza. Frequentano la scuola con i nostri figli di cui sono amici, parlano l’italiano meglio di tanti nostri… parlamentari, si sentono a tutti gli effetti italiani ma per la legge sono tenuti nel limbo dei senza patria. Il che crea sentimenti di rabbia e frustrazione, che rallentano l’integrazione.

Un sereno 2014. Anzi no. Siamo sui barconi, e la serenità è tutta da conquistare. Buon anno!