L’editoriale del numero di giugno di Nigrizia, con una riflessione sugli imminenti Mondiali in Sudafrica.

Una proposta. Se i contenuti di questo editoriale vi convincono, fatene una fotocopia e porgetela a un vostro familiare, amico o conoscente che sapete appassionato di calcio e a digiuno di cose africane. E, se vi va, seguite l’evolversi della vicenda.

Si tratta di questo. In occasione dei Mondiali di calcio sudafricani, ogni singolo fruitore televisivo dell’evento può giocare una propria partita. Può, cioè, tentare, tra l’11 giugno e l’11 luglio, di non farsi imbrigliare dall’ipnosi del solo pallone e provare a non farsi sommergere dalla retorica della tivù che – siatene certi – deborderà dai teleschermi: i campioni conditi con i poveri e i bambini, necessariamente sorridenti, delle township, il “miracolo” economico sudafricano, la “santità” di Nelson Mandela… e via banalizzando. La partita che proponiamo va in direzione opposta. Durante il mese dei Mondiali, ponetevi dei perché sul Sudafrica, e sull’Africa, e datevi da fare per ottenere una risposta un po’ articolata.

Attenzione! Non pensate che vogliamo fare gli “alternativi” a tutti i costi e indurvi a ignorare gli appuntamenti con lo stadio. Niente affatto. Però sappiamo che ogni partita ha dei momenti di stanca; qualcuna addirittura non decolla mai… E poi ci sono le pause tra un match e l’altro. In questi momenti, possiamo giocare la nostra partita.

Liberi naturalmente di farvi qualsiasi tipo di domanda. Ci permettiamo, tuttavia, di suggerirne qualcuna. Per quali ragioni il Sudafrica del post-apartheid, che pure è uno dei paesi più avanzati del continente in termini economici, non riesce a garantire un reddito decente al grosso dei suoi abitanti? Il cosiddetto processo di “verità e riconciliazione”, per cui è stata creata anche una commissione nazionale ad hoc, con lo scopo di fare del Sudafrica una nazione pacificata e coesa, ha portato qualche frutto? Quel processo può dirsi ultimato?

Alzando lo sguardo al continente. In molte nazioni ci si trova di fronte a una classe dirigente non all’altezza del ruolo e delle sfide che dovrebbe affrontare. Si assiste a una crescente attenzione della Cina nei confronti dell’Africa, a un ritorno di fiamma degli Stati Uniti e a una fase di raffreddamento dei rapporti con l’Europa. Sono movimenti attribuibili a singoli fattori economici (risorse petrolifere e minerarie) e politici (lotta al terrorismo), oppure il continente potrà avere un ruolo crescente negli equilibri geopolitici mondiali?

Per articolare una risposta, abbiamo pensato che non è fuori luogo ricorrere a un arnese antico e per molti superato: il libro. Ve ne proponiamo tre a mo’ di esempio e vi chiediamo un giuramento: nel mese dei mondiali leggetene almeno uno.

La civiltà africana (Einaudi, 1997) dello storico britannico Basil Davidson. Poi L’Africa – Gli stati, la politica, i conflitti (il Mulino 2005) di Giovanni Carbone, docente alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Milano. E infine, La questione della terra in Sudafrica. Ridistribuzione e democratizzazione (Carocci, 2009) di Francesco Rossolini.

Va da sé che scegliere alcune parole-chiave e smanettare sui motori di ricerca di Internet possono consentire di mettere a fuoco i diversi temi attraverso articoli, commenti e analisi, che di sicuro non mancano sui siti specializzati. Certo, orientarsi nella navigazione on line non è semplice. Però mettere a confronto i diversi approcci a un medesimo fatto o argomento è già un esercizio utile.

Non siamo certi che questi Mondiali saranno una benedizione per il Sudafrica. Siamo invece convinti che se, attraverso il pallone, un maggior numero di italiani incontrerà il Sudafrica e l’Africa, s’innescherà un reciproco vantaggio. Nel segno di una globalizzazione multietnica, multiculturale e meticcia.

 




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