Migranti
Sempre più difficile per i migranti che cercano rifugio in Europa passare attraverso il Marocco. Il governo di Rabat sfrutta il ruolo di guardiano delle frontiere a suo vantaggio. A questa gente non resta che tentare la via della disperazione verso la Libia.

Un nuovo muro si è eretto nel 2015 tra il Marocco e l’Algeria, 100 km di rete alta 3 metri è già stata terminata, e i restanti 500 sono in via di costruzione.
Questo non sembra però disturbare l’economia di frontiera che connette la Oujda marocchina alla Maghnia algerina, i due snodi centrali per il passaggio di migranti dall’Africa subsahariana.
La rete è intervallata dai passaggi usati dai passeurs per fare entrare i migranti in Marocco. Ma come spiega Mohamed Kerzazi dell’Amdh (Associazione marocchina per i diritti umani) di Oujda «sebbene il flusso è per lo più in direzione del Marocco, sempre più persone utilizzano il passaggio a ritroso, per tornare in Algeria e da lì dirigersi verso la Libia». 

Difficile passare
«Negli ultimi 6 mesi, quasi nessun africano è riuscito a passare la frontiera a Ceuta o Melilla» spiega Stéphane Julinet, giurista del Gadem (Gruppo anti razzista della difesa dei stranieri e dei migranti), e dei pochi subsahariani che ci sono riusciti, i rischi e i prezzi sono diventati insostenibili. Pagano fino a 3000 euro per essere nascosti nei posti più impensabili di macchine e camion: incastrati dentro i cruscotti e in anfratti sotto i sedili e comunque venendo intercettati e espulsi. L’unica via restante rimane quella della barca, per un costo di 1700 ai 2000 euro a testa.
I migranti prendono quindi rifugio nei boschi limitrofi ai confini. Chi può permettersi il biglietto per la barca aspetta il suo turno. Ma chi di soldi non ne ha più, tenta la via della disperazione. Accampati senza ripari, né cibo, né acqua aspettando di assaltare la barriera.
«Il campo di Gourugu, è teatro di continue deportazioni da parte della polizia, caricano tutti gli uomini e li deportano in città lontano dal confine» commenta Omar Naji, dell’Amdh di Nador, «ma ora che nessuno riesce a passare, è praticamente smantellato».

Strategia marocchina
Questa prassi fa parte della lotta contro la tratta di esseri umani, capitolo importante del patto di mobilità firmato da Marocco e 9 stati europei a giugno 2013, «una parte molto strumentalizzata» spiega Elsa, volontaria a Gadem. «In Libia, l’Europa ha dichiarato guerra ai trafficanti mascherando quella che conduce “de facto” contro migranti», spiega Elsa Tysler ricercatrice e anch’essa volontaria del gruppo. «In Marocco la strategia è la stessa. Formalmente è una guerra contro i trafficanti di donne, ma lo scopo reale è diverso. Se si pensa che nell’ultima retata a Gourugu tra le 1000 persone deportate non è stata identificata nemmeno una donna, si capisce che il senso delle operazioni marocchine è semplicemente quello di bloccare il passaggio ai migranti e controllare le frontiere europee».
Con la Spagna da un lato che blocca l’entrata a suon di manganellate e lacrimogeni e i flussi di finanziamenti europei per la gestione dei migranti dall’altro, il Marocco ha abilmente giocato le sue carte. Ha accettato di buona lena di diventare un guardiano delle frontiere europee, ma non senza ottenere buoni accordi a livello commerciale, politico e sociale.

Deserto e poi Libia, unica alternativa
Migliaia di africani si sono quindi ritrovati senza via d’uscita da anni, senza soldi, lavoro, né alloggio, vivendo nei boschi alla mercé del freddo e della polizia.
«Alcuni fratelli, non sapendo che altro fare» racconta Theo, giovane camerunense che ha tentato tre volte la traversata senza successo «mi hanno scritto che erano riusciti ad arrivare in Italia, passando dalla Libia».
«Ormai sono tre mesi che gli africani hanno iniziato a partire verso la Libia» spiega Stéphane Julinet, «da Oujda verso l’Algeria, il Mali, il Niger e riattraversando il deserto verso la Libia». Questo tragitto è il più pericoloso dell’intero viaggio. Stipati sui pick-up, senza spazio nemmeno per sedersi. «Se cadi sei morto» racconta Theo, «la macchina non si ferma e tu sei destinato a morire nel deserto. Ma qual è l’alternativa?».

Nella foto un gruppo di migranti a Gourugu  osservano Melilla e aspettano il momento giusto per tentare di scavalcare di nuovo le frontiere verso la Spagna. (Fonte: Sergi Camara / Prodein)

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