Intervista al dirigente del partito democratico italiano
E’ arrivato a Dakar, al Forum sociale mondiale, come presidente della Fondazione europea dei progressisti. “E’ una bellissima occasione per discutere, per incontrarsi, per scambiarsi esperienze, idee, per formare delle reti”. “La leva del cambiamento in Africa? Il cambio di classe dirigente. Spero anche in Senegal”. La sua visita al Forum è anche l’occasione per parlare di beni pubblici e della privatizzazione dell’acqua. “Se si farà il referendum in Italia voterò sì, ma spero si faccia la legge”.

La pazienza africana deve averlo contagiato appena sbarcato a Dakar. Non si è stizzito, infatti, neppure quando un vecchio cronista gli ha posto all’improvviso la domanda con incorporata la buca rovinosa: “Ma lei, presidente D’Alema, non era contro i movimenti, contro l’esaltazione della società civile e un deciso sostenitore di strutture organizzate come i partiti? E allora che ci fa qui a Dakar, al Forum sociale mondiale?”
Sorriso. Sguardo verso l’alto e risposta glaciale: “Sono qui come presidente della Fondazione europea dei progressisti, che ha organizzato diversi appuntamenti al Forum. E’ una presenza obbligata e istituzionale, la mia”.

Massimo D’Alema nella fiera del pensiero alternativo. Quello che non viene imbrigliato nella rete della moderazione. La sua presenza sembra una contraddizione. Come vedere Berlusconi a un dibattito dell’associazione magistrati.
Ma, evidentemente, per il dirigente del centrosinistra italiano l’essere qui non è una bestemmia. Fra l’altro, al momento, è l’unico politico di casa nostra previsto nella lista degli arrivi a Dakar.

D’Alema si è presentato da solo tra gli stand dell’università della capitale senegalese, dove per una settimana si snoda il Forum. Ha assistito a un dibattito sull’acqua, che ha visto tra i relatori anche il segretario del partito socialista francese, Martine Aubry. Ha introdotto, poi, una discussione sul tema dell’immigrazione. Resterà in città fino a giovedì, quando sarà protagonista di un altro incontro nella cittadella universitaria.

Onorevole D’Alema, è alla sua “prima” a un Forum sociale mondiale?
In modo così organico, per un periodo di 3-4 giorni, sì.

Quale è stato il suo impatto col Forum in Africa?
Beh, al di là della dimensione umana, che è straordinaria, ho l’impressione che il Forum sia avvenuto nel posto giusto. E’ qui dove si gioca la grande sfida del futuro. L’Africa potrebbe essere un continente alle soglie di una grande stagione di sviluppo. Oppure no. Questo è il grande interrogativo degli anni che verranno. C’è chi scommette sulle possibilità africane. Però, è anche un continente attraversato da tensioni. Penso a quello che avviene nel Nord Africa, che non è qualcosa di confinato nel mondo arabo. C’è una grande volontà di emergere. Di democrazia. Di impadronirsi di nuove opportunità di vita. E’ un continente il cui destino è strettamente collegato a quello dell’Europa. Credo che per noi europei l’Africa sia un banco di prova fondamentale.

Qual è, a suo avviso, il discrimine che renderà possibile o no l’esplosione delle possibilità africane?
Nell’emergere di una nuova classe dirigente. E’ possibile che questo accada, anche se i “nuovi” devono superare le barriere di vecchie oligarchie, invecchiate, spesso corrotte. Se questa classe dirigente, che si è già formata anche grazie all’emigrazione, troverà spazio si apriranno prospettive importanti di cambiamento. E’ questa la leva decisiva per il successo africano.

In questi giorni di Dakar avrà incontri con uomini di governo e dell’opposizione senegalese.  Qual è il suo giudizio politico sulla fase che sta attraversando questo paese dell’Africa occidentale, colpito da una profonda crisi economica?
Il Senegal è un paese che, in passato, ha giocato un ruolo molto importante nelle dinamiche africane. E’ il paese di Senghor, di un certo socialismo africano che ha rappresentato una stagione di speranza, di visibilità internazionale. Spero che il Senegal ritrovi il suo cammino. Ovviamente, io sono legato all’opposizione. Sono vicepresidente dell’Internazionale socialista, iscritto al partito del socialismo internazionale, che in Italia sembra non avere molto seguito. Quindi, è  inevitabile che sia più legato all’opposizione di questo paese. Ho seguito con interesse lo sforzo che hanno fatto per creare un fronte unico, contrapposto al partito al potere. Ho visto che hanno ottenuto un buon risultato nelle elezioni locali e spero che siano in grado di rinnovare il governo e di mettere in campo anche loro una nuova leva politica per cambiare questo paese, perché è maturo per il cambiamento.

Lo slogan dei Social Forum, da Porto Alegre a oggi, è che “un altro mondo è possibile”. Trova che nel 2011 il Social sia ancora uno strumento utile, efficace per incidere nelle scelte globali?
Senza enfatizzarne il ruolo, mi pare tuttavia che questa sia una bellissima occasione per discutere, per incontrarsi, per scambiarsi esperienze, idee, per formare delle reti tra organismi di base, tra persone. Da questo punto di vista il Forum è importante. Non credo che sia il movimento che cambi il mondo. Quello richiede l’entrata in campo di altri soggetti più stabili come partiti, movimenti strutturati, governi. Però qui c’è un grande fermento di idee, di rapporti umani che sicuramente concorrono in modo utile.

Ha partecipato, al Forum, a un dibattito sull’acqua. La tesi dei relatori era chiara: si tratta di un bene pubblico da proteggere. In Italia, è previsto per giugno il referendum contro la privatizzazione dell’acqua, dove il partito democratico ha una posizione ambigua. Non trova contraddittorio difendere quel bene a Dakar e una posizione di confine in Italia?
Condivido le posizioni del Partito democratico: l’acqua è un bene pubblico, la gestione industriale della distribuzione dell’acqua può essere esercitata anche non da enti pubblici. Distribuzione che non può essere ridotta a un’attività burocratica. Il problema è di garantire la pubblicità dell’acqua. E’ un po’ quello che spiegava in questo dibattito l’ex ministro dell’ambiente senegalese Mamadou Faye. L’esperienza del Senegal è interessante: qui l’acqua è un bene pubblico, il governo socialista lo stabilì in modo ferreo. Tutti gli impianti sono dello stato, ma l’attività di distribuzione è industriale e assegnata in base a un concorso internazionale.

Sosterrà il referendum?
Il referendum pone un problema molto importante. Ma non lo risolve. Se passano i “sì”  non è che sia già pronta una nuova normativa. Io spero che si faccia una legge. Sarebbe la soluzione migliore. Se non la si farà, io voterò “sì” in occasione della consultazione popolare. Però, ripeto, alla fine bisogna fare una legge. Il referendum in Italia, purtroppo, è solo abrogativo, e quindi, inevitabilmente, uno strumento rozzo rispetto alla soluzione dei problemi.

Lei ha introdotto anche la sessione dedicata all’immigrazione. Siamo in Africa, continente da cui partono milioni di persone. Ritiene che la politica in atto in Europa sul tema sia efficace?
Per l’Europa questo tema ha una valenza enorme. Abbiamo bisogno d’immigrati. Rappresentano la sola speranza di avere un continente che non sia chiuso in sé stesso, invecchiato, impaurito.