Rapporto Amnesty International 2009
La recessione economica nel mondo, rischia di trasformarsi in una crisi dei diritti umani. Il rapporto 2009 di Amnesty International lancia un allarme: con la crisi aumenteranno disuguaglianze, xenofobia e insicurezza.

Crisi economica ma anche crisi dei diritti umani, su questi due punti è incentrata l’introduzione dell’ultimo rapporto annuale di Amnesty International. Il costo e le conseguenze della crisi economica gettano, secondo l’organizzazione, un’ombra minacciosa sui diritti umani.
Mancanza di cibo, di lavoro, di acqua potabile, di terra e di alloggio, ma anche l’aumento di disuguaglianza e insicurezza, xenofobia e razzismo, questo è quanto denuncia il rapporto.

L’aumento del costo della vita e i bassi salari in Camerun, hanno dato vita a violente proteste scoppiate in diverse città del paese e represse dalle forze di sicurezza con un bilancio di 100 morti. La stessa cosa è avvenuta un po’ in tutto il continente: in Mali, la popolazione ha protestato contro l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità e la privatizzazione della fornitura d’acqua, mentre in Burkina Faso la polizia ha arrestato diverse centinaia di dimostranti.
Di fronte alla crisi economica, diversi governi africani hanno subito una degenerazione autoritaria, assistendo ad un’escalation di violenze, abusi e arresti arbitrari.

L’inadeguatezza delle Nazioni Unite di fronte ai conflitti
A questo si sommano i numerosi conflitti sparsi per il continente. Secondo Amnesty International, le popolazioni civili sono sempre più oggetto degli attacchi di tutte le fazioni in guerra, mentre si assiste all’impunità dei responsabili degli abusi, commessi da governi, grandi imprese e istituzioni finanziarie internazionali. Il tutto di fronte all’impotenza delle organizzazioni internazionali: «Nel corso dell’anno, il ruolo delle Nazioni Unite e delle missioni di pace regionali in Africa è aumentato. Tuttavia ciò non è bastato ad assicurare un sensibile miglioramento in termini di protezione della popolazione civile» scrive l’organizzazione umanitaria.

Risorse inadeguate hanno fatto sì che organizzazioni regionali, come l’Unione Africana, non abbiano ottenuto alcun progresso nella risoluzione dei conflitti in aree a rischio come la regione sudanese del Darfur, il regione del Nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo.
Si assiste anche a contraddizioni. È il caso della Somalia, dove la comunità internazionale ha mobilitato una quantità di risorse senza precedenti per combattere la pirateria nel Golfo di Aden e proteggere i propri interessi commerciali, senza tuttavia compiere alcuno sforzo per fermare il flusso di armi diretto verso il paese, sottoposto ad embargo dal 1992.

La violenza politica
Ma non sono solo i conflitti ad avere il ruolo predominante sul dilagare dell’insicurezza: la violenza politica ha assunto un rilievo sempre maggiore. In Kenya, oltre 1.000 persone sono morte negli scontri che seguirono le elezioni del 30 dicembre 2007. A questo si sommano le esecuzioni sommarie e le violenze da parte della polizia keniana.

Protagonista assoluto del 2008, è stato lo Zimbabwe, dove almeno 180 persone sono rimaste uccise, e altre migliaia ferite, nel corso di episodi di violenza politica promossa da uomini di Stato nel periodo a cavallo del secondo turno delle elezioni presidenziali. Anche qui: arresti arbitrari, sparizioni e torture sono denunciate quotidianamente.

Un «bomba ad orologeria pronta ad esplodere» dunque. Secondo Christine Weise presidente della sezione italiana di Amnesty International «siamo seduti su un barile di miscela esplosiva composta di disuguaglianza, ingiustizia e insicurezza. E la miscela sta per esplodere».

I civili in fuga
Conflitti, abusi e carestie, costringono, poi, milioni di persone alla fuga. Spesso accade che paesi ospitanti come il Sudafrica, si trovino a far fronte a nuove violenze, derivanti proprio dai movimenti di popolazioni. Decine di migliaia di persone sono state costrette alla fuga a causa delle violenze xenofobe in Sudafrica. Più di 60 persone sono rimaste uccise mentre altre 600 sono rimaste ferite nel corso di pestaggi. «Questi attacchi xenofobi sono stati in parte alimentati dallo stato di privazione in cui versano molti cittadini sudafricani» scrive Amnesty, che non si risparmia su questo tema le critiche nei confronti dei paesi “ricchi”, compresa l’Italia.

La Weise, in occasione della presentazione del rapporto, ha infatti ricordato l’allarme lanciato dall’organizzazione circa il «clima razzista verso cui l’Italia si stava dirigendo», accusando Roma di “accanimento discriminatorio”. «L’Italia è precipitata nell’insicurezza e sta mettendo a repentaglio l’incolumità di molte persone, oltre alla propria reputazione nel panorama internazionale» dice la presidente dell’organizzazione. «Come spesso accade, l’accanimento discriminatorio verso un gruppo piccolo, debole e marginalizzato ha rappresentato il centro della spirale di disprezzo per i diritti umani che si è andata poi allargando e oggi colpisce sempre più persone».

Da segnalare tuttavia anche alcuni aspetti positivi: «È importante sottolineare la notevole e apprezzabile riduzione dell’applicazione della pena di morte nei paesi africani» spiega Daniela Carboni, direttrice dell’ufficio Campagne e Ricerca di Amnesty Italia. «È importante anche che la Corte Penale Internazionale dell Aja continui a lavorare nel continente, come è fondamentale anche la crescita di numerosi media indipendenti».

(L’intervista, realizzata da Michela Trevisan, è tratta dal programma radiofonico Focus)