PAROLE DEL SUD – giugno 2012
Giampietro Baresi

Condivido la convinzione della maggioranza degli storici della chiesa e dei teologi del sub-continente, secondo cui la chiesa latino-americana è stata concepita durante il Concilio Vaticano II (1962-65) e partorita alla Conferenza plenaria del Consiglio episcopale latino-americano (Celam – organismo che raggruppa i vescovi dell’America Latina e dei Caribi), celebrata a Medellín, in Colombia, nel 1968. Ha scritto padre José Oscar Beozzo, membro della Commissione per lo studio della storia della chiesa in America Latina e nei Caribi: «A Medellín è stato redatto l’atto di nascita della chiesa latino-americana e caribica, con un proprio volto e un proprio protagonismo ecclesiale, ricchi di significato per sé stessa, per le chiese sorelle degli altri continenti, per la chiesa particolare di Roma e per il cammino di altre chiese cristiane. C’è voluto un cammino di quasi 500 anni per rompere la logica di un’evangelizzazione portata avanti in simbiosi con la dominazione coloniale».

Dal punto di vista teologico, non c’è nulla di rivoluzionario nel fatto che una chiesa locale cerchi la propria fisionomia. È dottrina comune che la chiesa una e universale vive e si manifesta nelle differenti chiese locali. «Il Concilio Vaticano II ci ricorda che le due dimensioni della chiesa non si contrappongono, ma che la chiesa universale sussiste nelle chiese locali, mentre queste attuano l’universalismo della chiesa cattolica nella loro vita di comunità particolari» (Giovanni Paolo II, udienza generale, 14 giugno 1995). È in questa “diversità nell’unità” che la chiesa universale manifesta la sua vitalità e bellezza. Come il tronco che fiorisce e dà frutto nei rami.

Si sa che era desiderio di Giovanni XXIII che il Concilio arrivasse a definire la chiesa come “chiesa dei poveri”. Un certo gruppo di vescovi presenti al Concilio, con a capo il card. Giacomo Lercaro, lottò perché quel desiderio e quella visione di chiesa si concretizzassero, ma non riuscirono a convincere la maggioranza dei padri conciliari. Tuttavia, il 16 novembre 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio, una quarantina di vescovi si riunirono nelle catacombe di Santa Domitilla per celebrare un’eucaristia e per firmare il Patto delle Catacombe, un documento che intendeva sfidare i “fratelli nell’episcopato” a condurre una vita di povertà in una chiesa “serva e povera”. Era presente una significativa rappresentanza dei vescovi latino-americani, tra cui dom Hélder Câmara, arcivescovo di Olinda e Recife. In seguito, numerosi vescovi del sub-continente avrebbero firmato il Patto.

Alcuni punti di quel testo: vivere come vive il popolo per quanto riguarda abitazione, vitto e mezzi di trasporto; non possedere niente di proprio (beni mobili e immobili, conti bancari); rifiutare titoli onorifici; evitare nelle relazioni sociali comportamenti che possano suggerire conferimenti di privilegio, priorità o anche solo preferenza a ricchi e potenti.

In pratica, venivano approntate le grandi linee che, tre anni dopo, la conferenza di Medellín avrebbe approfondito e sistematizzato in un documento. Partendo dall’attento studio dei “segni dei tempi”, che Giovanni XXIII aveva indicato come condizione indispensabile per scoprire il disegno di Dio nella storia, alcune parole-chiave s’imposero: povertà, situazione comune alla stragrande maggioranza dei popoli del continente; ingiustizia, causa e effetto di tale povertà attraverso meccanismi internazionali e nazionali di dominazione e sfruttamento, visibili nei regimi militari promossi dalla minoranza privilegiata in stretta collaborazione con gli Usa; liberazione, come conseguenza ineluttabile della scelta dei poveri.

Davanti ai fiori e ai frutti del ramo latino-americano, la nuova generazione di “vigilanti” del tronco della chiesa passò dalla sorpresa a diretti interventi per difendere l’ortodossia e l’ortoprassi. La giovane chiesa, privata dei successori dei suoi padri profeti, teologi e martiri, entrò in un inverno che ancora non accenna a finire.

Per concludere, ecco un’icona di ciò che la conferenza di Medellín sognava e che ancora conservo negli occhi e nella memoria. Siamo negli anni Ottanta, nella cattedrale di São Paulo, gremita di fedeli. L’arcivescovo Paulo Evaristo Arns e i suoi sei vescovi ausiliari, in comuni abiti civili e con piccola croce come distintivo, presentano il piano pastorale dell’arcidiocesi. A un certo punto, un uomo senza camicia – uno dei tanti senzatetto – sale sul presbiterio e comincia a muoversi avanti e indietro. Mentre l’arcivescovo continua a parlare, mons. Luciano Mendes si alza, chiede una camicia e la dona all’uomo, quindi prende una sedia e lo invita a sedersi al suo fianco. Cosa che il nuovo arrivato fa con piacere e solennità, per poi seguire fino alla fine lo svolgimento della riunione.