I COLORI DI EVA – maggio 2010
Vilma Morillo León *

Quando sono arrivata in Italia, conoscevo già alcune brevi frasi di italiano – «Ho mal di testa»; «mi piace», «non mi piace» – e una manciata di parole: «Bambini… mangiare… andare… per favore… io e tu… non capisco… pane… piccolo… cipolla… pomodori… arrivederci». Conoscevo anche la parola «burro». L’avevo imparata da mia madre, che mi aveva raccontato un episodio molto buffo. A lei l’aveva raccontato il nonno, che giurava di esserne stato diretto testimone.

A metà del Novecento, un giovane italiano, da poco emigrato in Venezuela, era venuto ad abitare nel nostro piccolo paese. Non conosceva una sola parola di spagnolo e non si era neppure procurato uno dei quei vocabolarietti italiano-spagnolo che, in caso di necessità, ti aiutano a trarti d’impiccio. Probabilmente gli avevano detto che tra le due lingue la differenza è piccola e che molte parole si assomigliano, e lui s’era convinto che se la sarebbe cavata senza troppe difficoltà.

Un giorno entra in un negozio gestito da un portoghese, da vari anni in Venezuela. Il giovane italiano, gesticolando come solo un italiano sa fare e scandendo molto adagio le parole, dice: «Per favore, vorrei un po’ di sale, un pacchetto di spaghetti, tre pomodori, una cipolla e del burro». Il negoziante, poiché conosce lo spagnolo, riesce a intuire che “un po’ di sale” sta per “un poco de sal” e che “un pacchetto di spaghetti” significa “un paquete de espaguetis”, e lo serve. Poi lo guarda con occhi interrogativi. Il giovane italiano, allora, indica con la mano la cassetta dei pomodori e gli fa il segno di tre con le dita. Poi prende dalla cassetta delle cipolle una cipolla e gliela consegna. Il negoziante, forse nel desiderio di insegnargli alcune parole di spagnolo, gli mostra i pomodori e dice: «Tres tomates», quindi la cipolla e dice: «Cebolla». Il giovane ripete: «To-ma-tes… se-bo-glia». Poi aggiunge: «Ora vorrei del burro », pronunciando la parola con molte più “erre” di quante non ne abbia.

Proprio in quel momento, un ragazzino entra nel negozio e sente sia la richiesta dell’italiano sia la risposta del negoziante: «No tengo burro». Guarda i due con occhi sbarrati. «Desidero del burro», insiste il giovane. «No tengo burro», ripete l’altro. Il ragazzino esce subito dal negozio e raggiunge di corsa tre amichetti che lo stanno aspettando. «Ho scoperto dove vanno a finire i nostri animali», dice. «Non ho dubbi: sono tutti questi stranieri che vengono e si stabiliscono qui. Ammazzano i nostri animali per mangiarseli».

I quattro prendono dei bastoni, si appostano fuori del negozio, aspettano che l’italiano esca e poi lo coprono di bastonate. Urlano: «Bastardo! Desgraciado! Tu y tus amigos se comen nuestros burros». Il giovane grida aiuto, ma i ragazzini insistono con le legnate, scandendole con: «Mata-burro! Mataburro!».

È in questo preciso momento che mio nonno, che si trova nei paraggi, interviene. Intima ai ragazzini di fermarsi e poi, con il poco italiano che sa, si rivolge al giovane italiano: «Cos’è successo?». E lui: «Mi hanno assaltato appena sono uscito dal negozio. Urlano: “Mata burro!”. Forse mi considerano matto per il semplice fatto che ho chiesto del burro?».

Trattenendosi a fatica dal ridere, mio nonno impartisce al giovane italiano la prima lezione di spagnolo: «Se desideri del burro, devi dire mantequilla. Burro in spagnolo significa asino. E mata burro sta per “ammazza-asini”».

Credo che da quello “scontro culturale” il giovane italiano e i quattro ragazzini venezuelani impararono il significato di “burro” in spagnolo e di “burro” in italiano.

Al momento della mia partenza per l’Italia, cercando di nascondere lo strazio che aveva nel cuore, mamma mi disse: «Ricorda, tesoro, che se ti propongono pane con burro, non ti stanno offrendo un panino imbottito con carne d’asino». Non mi avvertì però che in Piemonte – era lì che stavo andando a vivere – avrei trovato un piatto tipico e che mia suocera me l’avrebbe offerto come prelibatezza: carne cruda con tartufo grattugiato.

Sta di fatto che, quando mi vidi davanti quel piatto per la prima volta, pensai di essere capitata in una casa di cannibali. Mi sono alzata da tavola con il desiderio di scappare.

Anche sul tartufo avevo forti dubbi. Chiesi al mio fidanzato cosa fosse quella polvere sulla carne. E lui, tenero come sempre, mi disse che era una cosa che si grattugia sulla carne cruda e anche sull’uovo fritto. Pensai che il tartufo fosse una specie di formaggio, tipo il parmigiano. Perciò gli chiesi: «Ma voi mettete il formaggio dappertutto?». Mi sorrise e mi spiegò che il tartufo è un tubero non un formaggio: «È come una piccola patata, con un profumo molto intenso, dolce e gradevole. Il nostro cane li trova sotto terra in questa stagione. In autunno, nella vicina città di Moncalvo, si celebra la fiera del tartufo bianco». Gli domandai: «Perché usare il cane per trovarli? Ma non sapete dove li coltivate?».

Da allora, ho appreso tante cose sul tartufo. Oggi so che si tratta di un fungo, che non lo si cucina, ma lo si grattugia. Ma per molto tempo, tutte le volte che il mio fidanzato mi invitava a seguirlo in sala da pranzo, mi ribellavo: «Oh no! Non voglio mangiare carne cruda e tanto meno patate crude».