Stallo nei colloqui di pace-
Nonostante i colloqui di pace siano ancora in corso, a Doha, in Qatar, continuano i combattimenti tra ribelli e forze governative, nella regione sudanese del Darfur, a pochi giorni dalle elezioni, in programma il prossimo 11 aprile.

«Uno dei periodi cruciali nella storia sudanese dalla sua indipendenza»: così Hailé Menkerios, inviato speciale del Segretario generale dell’Onu in Sudan, ha iniziato il suo primo intervento ufficiale dalla sua nomina, invitando i sudanesi a partecipare al voto del prossimo 11 aprile. Un appuntamento che segna un passo importante verso l’applicazione degli accordi di pace siglati nel 2005 tra Nord e Sud Sudan. Accordi che hanno posto fine ad una guerra durata due decenni.

Il presidente sudanese Omar Hassan El Bashir si sarebbe prodigato, negli ultimi mesi, nel cercare di dare un’immagine di sé rinnovata, concedendo alcuni spiragli di libertà ai movimenti di opposizione. A rovinargli la campagna elettorale, però, ci hanno pensato i movimenti ribelli della regione sudanese del Darfur. Proprio ieri, il gruppo del Sudan Liberation Army (Sla) che fa capo a Abdel Wahid al Nur ha rivendicato l’abbattimento, sabato, di due elicotteri militari, che sorvolavano la zona di Shattaya, tra le città di Kas e Nyala.

La pronta smentita dell’esercito, che ha parlato di «guasto tecnico», non sembra però sciogliere i dubbi riguardo l’efficacia dei colloqui di pace per la regione. Ai negoziati, in corso a Doha, in Qatar, ha partecipato anche il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (Jem), che non sembra però disposto ad arrivare ad un accordo entro breve.
Darfur spina nel fianco di Bashir, dunque, “tollerato”, per il momento, dalla comunità internazionale, proprio per favorire la pace più “importante”: quella tra Nord e Sud.

La campagna elettorale è stata segnata da polemiche infuocate, soprattutto quando la Fondazione Carter (che in Sudan è l’unica organizzazione ad avere una missione di osservazione di lungo periodo) ha prospettato un rinvio del voto, motivato da problemi logistici e irregolarità nella compilazione delle liste elettorali. Durissima la risposta: «Se vogliono interferire nei nostri affari, gli taglieremo le dita, le calpesteremo e li butteremo fuori», ha detto Bashir, minacciando l’espulsione di tutti gli osservatori internazionali.

Sull’onda della polemica si è inserito anche Luis Moreno Ocampo, procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aja (Cpi), che ha paragonato il Sudan alla Germania di Hitler. «Monitorare le elezioni in Sudan è come farlo nella Germania di Hitler» ha detto Ocampo, commentando le parole del presidente sudanese. Nei confronti di Bashir, la Cpi ha, infatti, emesso, lo scorso 4 marzo 2009, un mandato di arresto internazionale accusandolo di crimini di guerra e contro l’umanità commessi proprio nella regione del Darfur.

Tuttavia, la comunità internazionale sembra essere convinta che non ci possa essere pace in Sudan senza coinvolgere nel processo anche Bashir: ecco che, nonostante il presidente sudanese si sia recato più volte all’estero, il mandato di cattura rimane sulla carta. Mentre tutti rimangono a vedere cosa accadrà, la regione del Darfur è ostaggio di una guerra civile che ha provocato, dal 2003, 300 mila vittime.