Scenari dopo la firma
Uno spot elettorale? È in parte anche questo l’accordo di cessate il fuoco siglato ieri a Doha, in Qatar, tra il governo di Khartoum e i ribelli del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza. Un’intesa che è stata tuttavia salutata da intensi combattimenti tra esercito e l’unica fazione che non ha aderito all’accordo l’Esercito di Resistenza del Signore.

Il governo sudanese e il Jem, il Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza, principale formazione armata attiva nella regione del Darfur, hanno firmato ieri a Doha, in Qatar, l’accordo preliminare per il cessate il fuoco e per l’avvio dei negoziati di pace per la regione.
Un’intesa che si basa, in sostanza, sulla condivisione del potere. Secondo quanto riferito da alcuni organi di stampa internazionali, Khartoum ha accettato «la partecipazione del JEM all’interno di tutti i livelli di governo in modi che dovranno essere concordati tra le due parti».

Il presidente sudanese, Omar Hassan El Bashir si è spinto a dichiarare ieri: «La guerra in Darfur è terminata, la regione adesso è in pace e può cominciare il suo cammino sulla via dello sviluppo». Lo ha detto da El Fasher, capitale del Nord Darfur, poche ore dopo che il ministro della Giustizia, Abdel Basit Sabdarat, annunciasse la liberazione di 57 membri del Jem, 50 dei quali condannati a morte. Parte dell’intesa è infatti l’annullamento delle 105 condanne capitali emesse nei confronti di ribelli del Jem. Pene comminate dopo che, nel maggio 2008, un attacco del Jem a Omdurman, città gemella di Khartoum sulla riva occidentale del Nilo, aveva causato la morte di almeno 220 persone.

Da un lato dunque Bashir, che, con un mandato di cattura sulla testa, emesso dalla Corte penale internazionale dell’Aja, per crimini di guerra e contro l’umanità commessi proprio in Darfur, deve riabilitare la propria immagine in vista soprattutto delle elezioni presidenziali previste il prossimo aprile. Un voto che si svolge nel quadro degli accordi di pace tra nord e sud Sudan, siglati nel 2005 dopo 22 anni di conflitto civile.
Dall’altro lato il Jem, un movimento che potrebbe considerarsi ormai orfano del sostegno del Ciad, che Khartoum ha sempre accusato di connivenza con i ribelli.
Il recente riavvicinamento tra i due paesi e la richiesta di ritiro, avanzata da Ndjamena nei confronti delle truppe della locale missione dell’Onu (Minurcat), fa del Ciad un posto meno accogliente, per le basi dei ribelli del Jem.

A frenare, però, l’entusiasmo per l’intesa raggiunta: gli scontri che si sono verificati nei giorni scorsi nella regione.
Un’organizzazione umanitaria francese, Médecins du monde (Mdm), ha annunciato il ritiro del proprio personale dal nord della regione, dove sarebbero in atto pesanti combattimenti tra un gruppo di ribelli e l’esercito sudanese.
L’attacco sarebbe stato sferrato contro la città di Deribat, dopo scontri durati giorni nel territorio del Jebel Marra, nel Darfur settentrionale.

«Deribat, città di 50.000 abitanti, è stata attaccata Mercoledì, provocando la fuga massiccia della popolazione e facendo salire a oltre 100.000 il numero degli sfollati nell’area» ha fatto sapere l’organizzazione francese, attraverso una nota diffusa ieri.
L’Ong non fornisce tuttavia l’identità degli assalitori, anche se l’area è considerata una roccaforte dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla) di Abdel Wahid Al-Nur, un gruppo che non ha firmato l’intesa raggiunta a Doha.
L’accordo tra il governo di Khartoum e il Jem, è stato tuttavia salutato con favore dalla comunità internazionale. Un passo in più verso la pace, in un paese che deve affrontare la tappa cruciale del voto in poco più di un mese.