Sovranità dati in Africa: la sfida per l’autonomia digitale
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I “big data” sono il nuovo oro nell’era dell’IA: la strategia delle università africane per proteggerli
Sovranità sui dati in Africa: la nuova sfida per l’indipendenza
Da un convegno a Nairobi l’appello per una legislazione comune: tutelare le informazioni sensibili per garantire sviluppo autonomo, privacy e dignità umana. L'obiettivo è trasformare l'Africa da semplice consumatrice a produttrice di conoscenza, proteggendo etica e identità culturali
06 Febbraio 2026
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 6 minuti
Immagine generata dall'intelligenza artificiale

“I dati sono il nuovo oro e il carburante della nuova economia”. Anzi, nel nostro mondo sempre più digitalizzato e globalizzato, hanno un valore anche maggiore.

Un valore economico così grande da essere considerati un vero e proprio tesoro – e come tale soggetto a furti e accapparramenti – nel mondo degli affari, per la ricerca e per chi deve impostare strategie e programmi puntuali ed efficaci nei più diversi settori.

Il loro uso pone problemi etici così importanti da motivare politiche di tutela a diversi livelli delle istituzioni nazionali e internazionali. 

La conferenza di Nairobi

Il problema della proprietà dei dati, della loro protezione e della sovranità sul loro uso è stato presentato e discusso il 27 gennaio in un’importante e interessante conferenza al Tangaza University College di Nairobi, che co-coordina una rete di atenei africani che stanno mettendo a punto le fondamenta per la visione e le pratiche del continente in un settore tanto delicato e strategico.

La conferenza – Sensitive data soveregnity (Sovranità sui dati sensibili) – è stata aperta da Ellen Johnson-Sirleaf, ex presidente della Liberia e presidente onoraria della rete, denominata Africa University Network on FAIR Open Science, che si propone “di sostenere saperi, economie e sviluppo con radici in Africa e basati sul suo patrimonio culturale”.

Il network, registrato in Kenya, è composto da università che coprono quasi tutte le regioni del continente. Tra gli enti fondatori, la Tangaza e la Nairobi University in Kenya, la Mekelle University in Etiopia, la Equator University of Science and Technology in Uganda, la University of Grand Bassa in Liberia, e la Great Zimbabwe University.

Innovazione, identità e sovranità digitale

Nel suo discorso, Ellen Johnson-Sirleaf ha sottolineato l’importanza per il continente di non essere solo consumatore di conoscenza, ma di diventare portatore di innovazione nei diversi campi del sapere.

Solo l’autonomia, infatti, garantisce indipendenza, diversificazione e salvaguardia dei valori fondanti della propria eredità storica e culturale.

Concetti che sono stati sviluppati anche dall’altro presidente onorario della rete, Fortune Charumbira, politico zimbabwano, presidente del Parlamento dell’Unione Africana.

Nel discorso che ha introdotto il tema della conferenza ha messo in luce l’importanza di esercitare la sovranità sui dati originati nel continente per non perdere il controllo sulla propria identità. «La sovranità sui dati è una questione di eredità culturale, di conservazione dell’epistemologia africana e dei sistemi tradizionali di conoscenza».

Il peso del passato

Interessante il parallelo fatto con i sistemi educativi che i paesi africani hanno ereditato dai colonizzatori, adattandoli, talvolta in modo grossolano, alle proprie diverse esigenze.

Secondo il relatore, il continente si è così privato della possibilità di un’evoluzione autonoma, radicata nel proprio sistema di valori. E questo ha avuto conseguenze gravi sul suo sviluppo complessivo e in particolare sulla qualità della sua governance.

Lo stesso potrebbe verificarsi con la rivoluzione tecnologica dei nostri giorni. Se non ci sarà uno sviluppo di conoscenza autonoma, se non avrà il controllo dei dati originati nel continente, l’Africa sarà esclusa dallo sviluppo futuro.

I dati sono la materia prima dell’intelligenza artificiale, che sempre più spesso ora, e in futuro, viene e verrà usata per indicare soluzioni ai problemi emergenti.

Dunque, ha continuato Fortune Charumbira, il controllo sulla loro autenticità e correttezza, sui guadagni finanziari e sui benefici che ne saranno originati è di fondamentale interesse e importanza.

Sovranità, etica e dignità umana

È necessario, dunque, esercitare la sovranità sui dati, il che implica “il diritto di un paese a controllare, proteggere e regolare i dati dei propri cittadini, in particolare quando potrebbero impattare sulla sicurezza nazionale, la stabilità economica o la privacy di singoli individui”.

La questione è particolarmente delicata in un periodo in cui i dati passano molto facilmente i confini e vengono conservati in centri molto lontani dai luoghi dove sono stati originati.

“… la mancanza di vigilanza sui dati, particolarmente quelli sensibili, può dar origine a sfruttamento, controllo e violazione della privacy. Non è solo un problema di sicurezza nazionale, ma anche di dignità umana e di rispetto”.

L’approccio FAIR

Il miglior controllo e uso dei dati è l’obiettivo della rete globale VODAN (Virus Outbreak Data Network) che ha una forte presenza in Africa (VODAN Africa) ed è tra i promotori del convegno.

Il network, nato durante la pandemia, si occupa di dati sanitari che mira a rendere FAIR, acronimo nato dai termini Findable, Accessible, Interoperable, Reusable (trovabili, accessibili, condivisibili e riutilizzabili).

La rete adotta un approccio federato, in cui i dati rimangono presso le istituzioni locali, per permettere migliori controllo e analisi, oltre che facilità di uso per la ricerca locale.

È un approccio sostenuto e promosso anche dalla Africa University Network on FAIR Open Science, per i dati anche in altri settori, come quelli che riguardano i rifugiati o le condizioni della popolazione, e delle donne in particolare, durante i conflitti. Tanto per citare alcuni dei settori di ricerca finora esplorati.

Finalità della raccolta

Nel convegno attenzione è stata data anche alla finalità della raccolta, conservazione e uso dei dati. Frederick Ouma Oluga, primo segretario del dipartimento per i servizi medici del ministero della Salute del Kenya, dopo aver illustrato quanto già realizzato nel paese, ha concluso il suo intervento dicendo che l’obiettivo ultimo dell’uso dei dati nel settore sanitario, ma non solo, rimane la salvezza di vite umane.

Il valore dell’essere umano anche in un mondo digitale è stato sottolineato nel discorso di chiusura da Kokob Gebre Kidanu, una giovane ricercatrice dell’Università di Mekelle che ha raccolto e documentato le storie di donne sopravvissute alla violenza del conflitto nella regione etiopica del Tigray.

Una di loro, intervistata numerose volte da diversi giornalisti e organizzazioni, un giorno le ha detto: «Non so dov’è finita la mia storia. Non so chi la possiede. Non so per che cosa è stata usata».

Si è sentita spossessata in un processo fondato su momenti dolorosi della sua vita. Invece il lavoro di documentazione deve essere radicato, etico e deve rendere conto alla gente che l’ha prodotto, ha concluso Kokob.

Una legislazione per il futuro

La conferenza, co-coordinata dall’organizzazione europea EEPA (Europ External Programme with Africa), è stata finanziata, tra gli altri, dall’Unione Europea e dall’Unione Africana e si è conclusa con una richiesta all’UA di mettere a punto delle indicazioni utili ai paesi africani per sviluppare una legislazione stringente per la sovranità sui dati, soprattutto su quelli sensibili.

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