Il deficit di statualità in Africa: un problema da non sottostimare
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Cresce il numero di stati africani con scarso o nullo controllo su ampi territori. E i programmi di sviluppo non sempre sembrano rendersene conto
Il deficit di statualità in Africa: un problema da non sottostimare
Assicurare la sicurezza dentro i propri confini è diventata una voce di spesa sempre più cara e fuori portata per molti paesi del continente
20 Novembre 2025
Articolo di Giuseppe Mistretta, ex ambasciatore ed ex direttore per l’Africa subsahariana al ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale
Tempo di lettura 7 minuti

Attualmente sono circa una ventina gli stati africani in cui si registrano gravi conflitti interni o alle frontiere con i propri vicini.

Fra di essi si annoverano numerosi paesi dell’Africa occidentale e del Sahel, fra cui Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad, Repubblica Centrafricana, Nigeria e Camerun; altrettanti dell’Africa centrale ed orientale, come Sudan, Sud Sudan, Etiopia, Somalia e Repubblica democratica del Congo; a cui si aggiungono la Libia, di fronte alle nostre coste, e il Mozambico, nella parte australe del continente.

L’elenco si allunga se si includono anche stati come la Tanzania, il Malawi e il Madagascar, dove vi sono state recenti, ripetute manifestazioni popolari di forte dissenso verso i rispettivi governi, sfociate in violenze e represse duramente dall’esecutivo (nell’ultimo caso, la situazione ha dato origine ad un colpo di stato militare).

Tutta la fascia saheliana patisce la crescita delle capacità operative delle formazioni jihadiste, mentre aumentano anche le tensioni fra comunità locali tradizionalmente rivali, come pastori nomadi e agricoltori stanziali, i cui contrasti si sono acuiti a causa della siccità e della povertà.

Il terrorismo, di matrice più o meno confusamente islamica, si estende ormai fino al Mozambico, e in alcune parti del Kenya e della Tanzania, paesi che scontano la loro vicinanza geografica con la Somalia, dove ancora imperversa l’attività eversiva di al-Shabaab.

Perdita di terreno

La diffusa conflittualità in Africa non può dirsi un fenomeno nuovo; fin dalla loro indipendenza, a turno, la maggior parte degli stati del continente ha sperimentato guerre, tensioni, attriti, rivoluzioni, movimenti secessionisti e tanti colpi di stato (se ne contano oltre 100 dagli anni ’60 fino ai giorni nostri, per fortuna non tutti andati a buon fine).

La caratteristica che però si sta affermando sempre più negli ultimi tempi è una progressiva riduzione del controllo dei governi africani sul complesso dei loro territori statali.

Potremmo definirlo un deficit crescente di statualità, poiché le tre caratteristiche tipiche di uno stato moderno (popolazione, territorio, sovranità) si stanno visibilmente affievolendo, a vantaggio di situazioni di fatto locali, in cui guerriglieri, milizie, gruppi terroristici, movimenti eversivi, contrabbandieri e criminali comuni la fanno da padrone, spesso sostenuti dalle comunità rurali.

In un numero rilevante di paesi africani, il governo, militare o civile, democratico o autocratico, golpista o frutto di regolari elezioni politiche, mantiene solo il controllo  della capitale, delle sue zone limitrofe e di alcune principali città, avendo invece scarse o nulle capacità di intervento militare nel resto del territorio, limitata capacità di tassazione, altrettanto esigua possibilità di erogare servizi alle comunità, come scuole, giustizia, centri medici, trasporti, elettricità etc.

Il deficit di statualità è più facile da riscontrarsi nei paesi di grandi dimensioni: Niger, Ciad e Mali hanno superfici pari al quadruplo dell’Italia, il Sudan è pari a sei volte il nostro territorio, la Rd Congo ad otto volte, il Mozambico al triplo.

Non è un caso, all’opposto, che spesso gli stati con i migliori indici di sviluppo e buon governo siano quelli più piccoli, come le Mauritius, le Seychelles, Capo Verde, il Ghana ed il Botswana. Questi ultimi figurano nelle prime posizioni tanto per il Chandler Good Government Index (CGGI, che vi aggiunge anche il Rwanda), sia per il World Economics Governance Index, sia per l’Indice Mo Ibrahim relativo a democrazia e rule of law in Africa.   

Soldi e difesa

A differenza delle fragilità del passato, oggi il controllo di territori così immensi come quelli di molti stati africani richiede finanziamenti nel settore della difesa e della sicurezza che i bilanci nazionali spesso non possono sostenere.

Nella regione del Sahel, i paesi giungono a spendere oltre il 20% del loro budget nazionale in costi connessi alle competenze dei rispettivi ministeri della Difesa e dell’Interno; essi vanno ben al di là dei semplici equipaggiamenti militari degli eserciti e comprendono le più avanzate tecnologie per la tutela dei confini e dello spazio aereo, la protezione dal cybercrime, l’attività di intelligence in genere.

Quasi tutti i governi, ad esempio, per tutelarsi dal nemico, interno o confinante, acquistano droni dalla Turchia, dall’Iran, dalla Cina, dai paesi del Golfo: uno dei modelli di drone più venduto in Africa è il turco Bayraktar TB2, che costa da 5 ad 8 milioni di dollari ad unità.

Per quanto riguarda la vulnerabilità ai cyber attacchi, il Global Threat Index del 2024 rivelò lo scorso anno che il continente subiva 2.960 azioni ostili a settimana, con l’Etiopia al primo posto per numero di attacchi subiti (i numeri saranno verosimilmente superiori per il 2025).

Un sistema nazionale di protezione cyber nel continente può costare diverse centinaia di milioni di dollari, a seconda del grado di sicurezza e dei servizi associati; è uno dei motivi per i quali solo alcuni paesi africani hanno un’autorità (o sistema) per la cyber sicurezza, fra cui Sudafrica, Nigeria, Senegal, Ghana e Kenya.

L’Africa nel suo complesso resta comunque ampiamente vulnerabile sul fronte del crimine informatico.

L’appoggio esterno senza occidente

Ora che la minaccia di occupazione dei “vuoti” statali proviene da gruppi terroristici o criminali ben collegati con i network internazionali, con il traffico della droga e degli esseri umani, e con centrali operative globali, numerosi governi continentali sono quasi destinati alla sconfitta o al ridimensionamento, a meno che non siano massicciamente supportati da paesi partner, come Cina, Russia, monarchie del Golfo, Turchia etc., che infatti si stanno attrezzando a questo scopo più velocemente dell’Europa e dell’Occidente.  

D’altronde, la difficoltà di amministrare territori vastissimi è stata ben compresa dalle stesse formazioni eversive, le quali non mirano a governare per intero l’estensione territoriale degli stati in cui operano, ma preferiscono controllare singole e limitate zone strategiche, come quelle minerarie , o ricche di materiali rari, o snodi di traffici illeciti, effettuando periodicamente razzie o attacchi mirati contro villaggi e centri abitati prossimi alle loro basi (è il caso del Mali, del Burkina Faso ed in genere della regione del Sahel).

Ancora stati?

Ma se un numero consistente di governi in Africa ha perso il controllo di porzioni rilevanti del proprio territorio e sulle proprie popolazioni, diminuendo quindi sensibilmente la propria sovranità statale, va da sé che quando ci si riferisce a stati come l’Etiopia, il Mali, la Rd Congo, la Repubblica Centrafricana, la Somalia e soprattutto il Sudan, si opera una forzatura concettuale, vista la loro perdita progressiva di sovranità effettiva e l’affermazione in parallelo di potentati locali.

Se le cause determinanti di questo fenomeno vanno ricercate principalmente negli eccessivi costi attuali della gestione militare, securitaria ed amministrativa per i bilanci degli stati del continente, è probabile che il problema vada ad aumentare in prospettiva futura, tenuto conto delle esigenze crescenti anche su altri versanti prioritari, quali il cambiamento climatico, la tutela ambientale, la transizione energetica e via seguitando.

L’impatto sui piani futuri

Le ipotesi di soluzione che si delineano nel lungo periodo possono essere l’avvio di ben più massicce strategie di sviluppo del continente, coordinate con il concorso delle leadership africane e globali; o il quasi inesorabile frazionamento progressivo delle entità statuali in aggregazioni politiche più ridotte.

Un processo, quest’ultimo, che potrebbe trovare prossima realizzazione proprio in Sudan, qualora dovessero nascere nuovi governi indipendenti nelle attuali regioni del Darfur e del Kordofan, sotto il controllo delle milizie RSF.

Quando si parla delle notevoli opportunità economiche dell’Africa, spesso si tralascia di considerare le sue diffuse fragilità sul fronte politico-militare-sociale: aspetti che meritano invece un’approfondita analisi ed elaborazione, per evitare nuovi insuccessi dei vari ambiziosi programmi di sviluppo pubblici e privati, qualora non accompagnati da impegnativi progetti di “governance”.  

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