La perdita di foresta tropicale nel mondo è diminuita nel 2025 rispetto agli anni precedenti, ma gli incendi rappresentano una minaccia crescente. È la conclusione dell’ultimo rapporto Global Forest Review.
Ogni anno, il World Resources Institute analizza la copertura forestale globale. Il 2024 è stato un anno tragico per le foreste, a causa di incendi estremi ma la buona notizia è che la distruzione forestale è diminuita del 36% tra il 2024 e il 2025, pur restando superiore ai livelli registrati in tutti gli anni precedenti, fino al 2017.
In ogni caso, anche nell’ultimo anno abbiamo continuato a distruggere foreste nel mondo a un ritmo impressionante, pari a 11 campi di calcio al minuto.
La diminuzione si deve soprattutto agli sforzi realizzati da paesi come Brasile, Colombia, Indonesia e Malesia. Purtroppo, non si registrano segnali di riduzione in altre regioni, come la Bolivia o la Repubblica democratica del Congo, in cui si estende gran parte del secondo polmone verde del pianeta, dopo l’Amazzonia.

Come detto, la principale minaccia alle foreste proviene dagli incendi, che nel 2024 sono stati responsabili di quasi la metà della distruzione. Spesso si tratta di incendi dolosi, appiccati per appropriarsi successivamente delle terre sottratte alla foresta originaria e trasformarle in pascoli per l’allevamento bovino o in enormi distese di monocultura di soia – che le comunità brasiliane definiscono “deserto verde” – e di altre colture intensive.
Inoltre, l’abbinamento tra incendi, riscaldamento globale e scarsità d’acqua rende la foresta sempre meno resiliente e sempre più difficile il controllo del fuoco, che si propaga in modo incontrollato.
La distruzione della foresta significa perdita di un’enorme biodiversità e mette in pericolo le molte culture umane che, da secoli, hanno costruito sofisticati equilibri di convivenza con essa. Inoltre, viene compromesso uno dei più efficaci sistemi di assorbimento del carbonio, così come la regolazione del ciclo dell’acqua nell’atmosfera: i cosiddetti “fiumi aerei”, che garantiscono il ritmo delle piogge in intere regioni attorno ai grandi bacini forestali.

Nel contesto delle Conferenze climatiche dell’ONU (COP), molti paesi si sono impegnati a fermare la deforestazione entro il 2030. Tuttavia, il riscaldamento globale e la pressione dei mercati per lo sfruttamento dei beni comuni nelle regioni forestali rendono questo obiettivo sempre più distante.
Il caso del Brasile è emblematico: il paese è riuscito a ridurre del 41% la distruzione forestale tra il ’24 e il ’25. Eppure, proprio in Amazzonia esistono oggi più di 1.300 richieste per avviare attività minerarie nelle terre indigene, il che rappresenterebbe un nuovo vettore di distruzione e frammentazione del corpo forestale amazzonico.
La roadmap della COP30 per il contenimento del riscaldamento globale dipenderà in larga misura dalla preservazione delle principali foreste tropicali del pianeta: l’Amazzonia, il bacino del fiume Congo e la regione del Borneo e dell’Indonesia.
Anche i movimenti popolari e le organizzazioni socio-ambientali sono impegnati in percorsi di scambio e rafforzamento di strategie internazionali per la difesa di questi territori.