L’anniversario dell’agguato a Mogadiscio
L’imputazione per calunnia al somalo Rage Ali Ahmed, detto “Gelle”, il principale accusatore di Hashi Omar Hassan condannato in via definitiva per l’omicidio in Somalia dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, rappresenta l’anticamera del processo di revisione. Le verità di un agguato mortale nascoste sotto i cumuli dei rifiuti.

Il 20 marzo del 1994, morivano, a Mogadiscio, in Somalia, la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin. Si tratta di una delle vicende più oscure della storia recente italiana, legate al settore governativo della cooperazione e rami dei servizi segreti.

Dopo 16 anni si torna a parlare dell’unica persona individuata come responsabile per gli omicidi della Alpi e di Hrovatin, Hashi Omar Hassan condannato in via definitiva a 26 anni di reclusione. I giudici hanno, infatti, disposto l’imputazione coatta per calunnia, nei confronti di Rage Ali Ahmed, detto ‘Gelle’, principale accusatore di Hassan.
I difensori dell’uomo, detenuto nel carcere di Padova, ritengono fondamentale la decisione del gip, che aprirebbe così la strada ad una revisione dell’intero processo. Diversi indizi smentirebbero, infatti, la presenza di ‘Gelle’ sul luogo del delitto, screditandolo come testimone.

Il 10 luglio 2007, dopo che l’ultima commissione parlamentare di inchiesta, presieduta dal’on. Carlo Taormina, concludeva che «i due giornalisti passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente», il pubblico ministero Franco Ionta, titolare dell’indagine presso la Procura di Roma, ha chiesto l’archiviazione del caso per l’impossibilità di identificare i responsabili degli omicidi al di fuori di Hassan. 

La richiesta di archiviazione è stata poi respinta dal gip Emanuele Cersosimo, nel dicembre 2007, con la motivazione che segue: «…la ricostruzione della vicenda appare essere quella dell’omicidio su commissione, assassinio posto in essere per impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici…venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica…»

Traffico di rifiuti che poteva essere gestito solo da organizzazioni criminali come mafia, camorra o ‘ndrangheta. Una “gestione” confermata dalle rivelazioni del pentito della ‘ndrangheta Francesco Fonti, che, nel 2005, raccontava di avere avuto un ruolo in prima persona nell’affondamento di almeno tre imbarcazioni cariche di rifiuti tossici, al largo delle coste calabresi. Fonti avrebbe riferito di almeno una trentina di altri affondamenti di navi fra Tirreno, Ionio e basso Adriatico, dando credito alle ipotesi contenute nell’inchiesta “Navi a perdere”, avviata nel 1994 dall’attuale Sostituto Procuratore generale della Corte d’Appello di Reggio Calabria, Francesco Neri.

Anche se poi a raffreddare gli entusiasmi, intervennero gli interventi del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso e del capo della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Antonio Vincenzo Lombardo, che affermarono che non vi era alcuna nave dei veleni e che il pentito Francesco Fonti è da considerarsi definitivamente inattendibile. Insomma, «il caso è chiuso».

Una caso, quello dei giornalisti Rai che, invece, non è affatto chiuso. Come dimostra l’ultima iniziativa giudiziaria. E come dimostrano i misteri collegati alla figura oscura di Giorgio Comerio, un faccendiere investigato per smaltimento illecito di scorie radioattive e presso il quale sarebbe stato poi trovato il certificato di morte di Ilaria.

Di certo, dopo 16 anni di ostacoli e di mezze verità, è che quella del 20 marzo del 1994 è stata una vera esecuzione.