Paese alle urne

Poco o nulla ci si aspetta da queste elezioni, semplice esercizio “retorico”. Il Fprde, al potere dal 1991, è l’attore protagonista di un copione che si ripete da vent’anni, con oppositori e giornalisti zittiti o arrestati. Libertà sacrificate all’ideologia dello sviluppo.

È la quinta volta, dal 1991, che l’Etiopia va alle urne. In quell’anno, infatti, l’attuale coalizione di governo, il Fronte rivoluzionario democratico del popolo etiopico (Fprde), depose il governo marxista di Menghistu Hailè Mariàm, e nel 1994 promulgò la Costituzione, ancora vigente. Dopo il voto del 1995, del 2000, del 2005 e del 2010, 36 milioni di elettori si preparano a recarsi alle urne il 24 maggio 2015. Ma tutto sarà “free and fair”, ossia elezioni “libere e trasparenti”, come il primo ministro Hailemariam Desalegn assicura? Oppure si intravvedono ombre che oscurano il panorama?
A circa un mese dalle elezioni, nel momento in cui Nigrizia va in stampa, nelle strade del paese sono pochi i segni della campagna elettorale: non si vedono manifesti, non ci sono manifestazioni, né comizi. Come se ognuno continuasse la vita di sempre. Sintomo, questo, di una società tranquilla e soddisfatta, che non si aspetta niente dal verdetto delle urne? O, invece, il segnale di una sistematica repressione che svuota le elezioni di qualsiasi significato? A supportare le due tesi ci sono convinti sostenitori. La prima è fatta propria dal governo, che si presenta onnipotente e onnipresente. La seconda è quella delle opposizioni, ridotte ormai alla minima espressione, ma sempre presenti nel gridare le proprie ragioni nelle limitate tribune pubbliche che vengono loro concesse. In mezzo a queste due posizioni, milioni di cittadini che non avranno modo di esprimere opinioni e preferenze nemmeno dopo i risultati elettorali.

Per dare una parvenza di una certa normalità democratica al processo elettorale, si sono lasciati iscrivere 75 partiti alle liste elettorali. Tra questi, alcuni possono vantare una certa tradizione ed esperienza: è il caso della Coalizione per l’unità e la democrazia (Kinijit) o dell’Unione per la democrazia e la giustizia (Udg) o del Forum etiopico per l’unità federale democratica (Medrek). O altri di recente nascita, come l’agguerrito Blu Party, con tre anni di vita e a grande maggioranza islamica. I principali partiti di opposizione sono, in generale, contrari all’attuale struttura federale a base etnica, così come è stata decisa dal governo e poi confermata nella Costituzione e dai promotori dell’unità nazionale etiopica.

Voto senza sorprese
Il Fprde è una coalizione di partiti riuniti attorno al Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Flpt), i guerriglieri che nel 1991 rovesciarono il governo marxista del Derg. La transizione verso la democrazia si è svolta in modo graduale, senza alcuna ritorsione eclatante, con l’elaborazione di una Costituzione democratica impeccabile e la convocazione di elezioni in poco tempo. Ciò spiega come al voto del 1995 non ci fosse stato nessuno in grado di contendere il potere al Fprde. Non ci fu nemmeno il tempo di formare una vera opposizione. Stesso copione nel 2000: in entrambe le elezioni la vittoria della colazione al potere fu schiacciante.
Qualcosa di molto diverso accadde nel 2005. Sebbene in forma molto improvvisata, alcuni partiti di opposizione, approfittando del malcontento generale, riuscirono a fare fronte comune e a ottenere risultati così sorprendenti da spingerli ad autoproclamarsi vincitori. Risultarono vincenti nelle principali città del paese e ad Addis Abeba, aggiudicandosi tutti e 23 i distretti elettorali della capitale. Naturalmente, il partito al governo fece lo stesso: si proclamò vincitore e riuscì a mantenere il potere.

In segno di protesta, vi furono scioperi, saccheggi e altri gravi disordini, con almeno 200 morti addebitati dal governo all’opposizione, responsabile di «incitamento alla violenza», sebbene tutte le vittime fossero cadute sotto i colpi sparati dalla polizia. Migliaia di persone, tra le quali i principali leader dell’opposizione, furono arrestati. Arrivarono condanne internazionali, anche se piuttosto tiepide, per non infastidire il governo etiopico considerato, da sempre, un importante elemento di stabilità nel turbolento Corno d’Africa.
Nel momento in cui l’opposizione, inaspettatamente, lo sfidava sul suo terreno, il governo imboccò la strada dell’intolleranza e della repressione. E si svolsero in questo clima le elezioni del 2010, che si rivelarono una pura formalità: il partito al governo si aggiudicò il 99,6% dei voti. Dei 547 seggi in parlamento, all’opposizione ne toccò uno solo, preso da Girma Seifu, dell’Udg. (…)

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