Da Nigrizia di gennaio 2012: Corno d’Africa, nei luoghi della carestia
Da Addis Abeba a Nairobi per testimoniare che vanno a buon fine gli aiuti raccolti dalla Fondazione Nigrizia Onlus a favore delle popolazioni colpite dalla siccità. Un impegno che va oltre l’emergenza e che punta al coinvolgimento delle popolazioni locali.

Partiamo il 17 novembre da Addis Abeba, capitale etiopica, in auto, con l’intenzione di raggiungere Nairobi. Sono 1.200 chilometri, metà dei quali in zone aride e deserte, quelle colpite dalla siccità.

Scelta obbligata quella di procedere via terra: è il modo migliore per renderci conto della situazione nel sud dell’Etiopia, in particolare nella regione abitata dai borana, e nel nord del Kenya, popolato dagli stessi borana e da altri gruppi etnici (gabra, rendille, samburu e turkana), e per verificare sul campo le condizioni delle popolazioni e il grado di attuazione di alcuni progetti finanziati con le generose donazioni degli amici della Fondazione Nigrizia Onlus.

Scoppiata la crisi, a settembre, attraverso la rivista Nigrizia e i siti Nigrizia.it e www.fondazionenigrizia.it, la Fondazione ha lanciato una campagna di raccolta fondi per contribuire ad alleviare gli effetti della siccità che ha colpito tutti i paesi del Corno d’Africa. Dopo aver ricevuto appelli da alcune diocesi di Kenya ed Etiopia, la Fondazione si è impegnata ad avviare progetti di intervento umanitario sia per far fronte all’emergenza alimentare, sia per varare iniziative, a tempi più lunghi, mirate a prevenire in futuro simili tragedie umanitarie.

 

 

Boranaland

L’incontro con mons. Giovanni Migliorati, comboniano, vicario apostolico di Hawassa, e con i volontari laici comboniani americani Mark Banga, la moglie Maggie e Tracy Doyle, che lavorano presso il segretariato diocesano e formano la task-force voluta dal vescovo per seguire i progetti legati all’emergenza, ci offre un quadro esaustivo della situazione.

 

Ci dice mons. Migliorati: «Siamo molto riconoscenti a tutti coloro che si sono prodigati per venire in nostro aiuto. Ci siamo immediatamente messi all’opera con progetti mirati. Avremmo tanto desiderato poter raggiungere anche alcune aree del vicariato dove tanta gente dalla regione degli harar e dalla Somalia si è rifugiata in campi di fortuna. A motivo delle condizioni di insicurezza, non siamo riusciti a ottenere dal governo il permesso di spingerci fino in quelle zone».

 

Mark, con cartine, grafici e rappresentazioni in Power Point, ci illustra sia gli interventi di distribuzione alimentare già in atto nelle missioni di Dadhim e Dokolle, tra i borana (Nigrizia ottobre 2011, pag. 62), sia il progetto, a lunga scadenza, della costruzione di circa 11 km di strada con fondo in ghiaia: «Partendo dalla grande arteria asfaltata che va verso il Kenya, il nuovo percorso seguirà l’attuale tracciato della pista che conduce a Dadhim, oggi impraticabile per i mezzi che servono a trasportare aiuti alimentari o altri generi di prima necessità».

 

Padre Iede de Lange, missionario spiritano, da oltre 30 anni nelle parrocchie di Dadhim e Dokolle, tiene a precisare: «Ci siamo dati un criterio importante, cui terremo fede: coinvolgere, fin dall’inizio, sia nella pianificazione che nel finanziamento della nuova strada, le autorità governative della zona e tutti gli abitanti dei villaggi circostanti. Toccherà alla gente locale, guidata dai suoi capi, liberare il futuro tracciato dalle pietre e dai cespugli. Noi offriremo cibo in cambio di lavoro. Il contributo della Fondazione Nigrizia al progetto strada verrà deciso solo dopo un serio studio di fattibilità, che definisca con chiarezza ciò che i dirigenti governativi e la popolazione intendono fare». Mark: «Sappiamo per esperienza che solo la partecipazione diretta della gente in un progetto di questo genere evita la trappola della dipendenza e il rischio della de-responsabilizzazione: i beneficiati e le autorità sentirebbero il progetto come “venuto da fuori”, quindi estraneo, non frutto del loro impegno e del loro sforzo».

 

 

Senza bestiame

Nella missione di Dadhim, l’assistenza alimentare è stata finora rivolta agli studenti del convitto della missione (ricevono pasti giornalieri) e alle loro famiglie, alle quali ogni mese vengono distribuiti farina, fafa, olio e biscotti proteici. Suor Mary, responsabile della comunità delle Suore della Carità, di origine indiana, che gestiscono il dispensario locale e altre cliniche sparse nella vastissima zona, spiega: «Abbiamo da subito varato questa iniziativa. Tra studenti e famiglie, da mesi assistiamo con cibo oltre 30mila persone. Intendiamo portare avanti il programma per almeno altri sei mesi. I nostri collaboratori, attraverso una precisa registrazione delle persone assistite, in particolare i bambini, garantiscono che la distribuzione sia condotta in modo documentato».

 

Le chiediamo di parlarci della crisi e delle condizioni climatiche. «Durante il viaggio, avrete notato che i terreni stanno tornando verdi. Il cielo ha voluto benedirci, donandoci piogge abbondanti nelle due ultime settimane. Forse avete pensato che il peggio è passato. In realtà, non è così. Gran parte della gente ha perduto quasi tutto il bestiame; in alcuni casi, è morto il 70-80% delle mucche e dei cammelli, le fonti basilari del loro nutrimento e del loro commercio. Serviranno anni perché si riesca a tornare a una situazione normale. Purtroppo, nei villaggi più sperduti ci sono state anche molte vittime della fame, soprattutto neonati, bambini e anziani. Ora molti stanno arando i terreni, nella speranza che la semina non vada perduta e queste piogge proseguano, così da garantire un buon raccolto tra qualche mese. Nel frattempo, è indispensabile proseguire il programma di assistenza. Grazie ai vostri aiuti, lo potremo fare».

 

La nostra conversazione con suor Mary è interrotta dal vociare di un gruppo di donne radunate presso il dispensario. Si lamentano e scuotono la testa. Dal dispensario sono da poco usciti due uomini, che stringono con forza le braccia di un giovane che si dimena, tentando di liberarsi. Viene spinto a forza in un fuoristrada. I due gli si siedono accanto. Lui fissa chi sta intorno con sguardo severo, forse conscio della sua condizione. Dal dispensario ora esce una giovane donna. È disperata. La suora ci dice che è la moglie del paziente. «È stato colpito dalla rabbia. Purtroppo, per lui non c’è più nulla da fare: è trascorso troppo tempo da quando è stato contaminato dal virus. Probabilmente è stato morso da un animale, oppure ha contratto la malattia attraverso la saliva di una persona infetta. Anche la potente cura di iniezioni praticategli nell’addome non ha avuto alcun effetto».

 

Domandiamo se è l’unico caso registrato. «Oh no! Ricoverati nel dispensario ne abbiamo altri cinque. Ma sono giunti in tempo e speriamo di salvarli. Sappiamo di moltissimi altri casi nei villaggi circostanti. Quando non possono raggiungere il nostro ospedaletto, vengono portati dai guaritori tradizionali». Scuotendo il capo, la suora commenta: «Alla devastazione provocata dalla siccità e dalla fame immancabilmente si aggiungono altre gravi malattie, che colpiscono l’organismo già indebolito per la sotto-alimentazione».

 

Dopo Dadhim, visitiamo altri villaggi. A Yavello e Dokolle le autorità chiedono d’incontrarci. Ci dicono che apprezzano i programmi della chiesa cattolica. «A colpirci è soprattutto il fatto che non fate alcuna distinzione tra la gente in termini di etnia o religione». Aggiungono che sono prontissimi a collaborare: «Non abbiamo animali e cibo, ma abbiamo le braccia. E ci daremo da fare».

 

 

Due Moyale

Puntiamo verso sud, direzione Moyale, la cittadina situata sul confine tra Etiopia e Kenya, passaggio obbligato per chi sceglie di viaggiare via terra per recarsi da una nazione all’altra. Moyale costituisce una metafora concreta del volto che una città può assumere, se è raggiunta o meno da una strada asfaltata. La Moyale etiopica, dove finisce la grande arteria proveniente da Addis Abeba, appare ordinata e accogliente, ed è bello fare una sosta ristoratrice, prima di riprendere il viaggio. La Moyale kenyana, a maggioranza islamica, è caotica, disorganizzata, carente di infrastrutture di base, polverosa; hai solo voglia di lasciartela alle spalle. Vi dobbiamo tuttavia trascorrere la notte, cercando alloggio presso la missione cattolica. Il sacerdote però non c’è: è andato a Marsabit per un incontro diocesano.

 

La sera tardi, su Internet, leggiamo un comunicato del ministero degli esteri italiano: «Si sconsiglia qualsiasi viaggio nelle regioni aride e remote del centro-nord del Kenya. Vi si possono, infatti, verificare scorribande armate ai danni di viaggiatori da parte di gruppi di predatori, oppure scontri fra tribù pastorali e nomadi le cui ostilità sono esacerbate dalla scarsità di risorse». E ancora: «Zone a rischio nel paese: il confine con la Somalia; il confine con l’Etiopia; la regione del lago Turkana; la strada di collegamento Malindi-Garissa; i distretti di Isiolo e Marsabit (a meno che non si disponga della scorta, da richiedere alla polizia); tutte le strade extra-urbane nelle ore notturne, nonché i quartieri poveri o le baraccopoli».

 

Il comunicato basta a suscitare in noi qualche preoccupazione: i luoghi definiti “a rischio” corrispondono esattamente alle tappe del nostro viaggio kenyano. Ci fidiamo, tuttavia, del sorriso dell’autista che i comboniani di Marsabit ci hanno mandato: «Sarà un viaggio tranquillissimo».

 

In realtà, pur impressionati dalla pista semi-deserta che collega Moyale a Sololo e dal paesaggio spettrale di nere rocce vulcaniche che costeggiano il lungo e impervio tragitto tra Sololo e Marsabit, tradizionali luoghi di incontri-scontri tra borana e gabra, il viaggio, senza bisogno di convogli o scorte speciali, si rivela meno rischioso delle allarmanti dichiarazioni diffuse dal nostro ministero.

 

A parte l’aridità del luogo, totalmente disabitato, e le pessime condizioni della strada che costringono a mantenere una velocità molto ridotta, non proviamo alcun senso di insicurezza. Forse anche perché, di tanto in tanto, incrociamo qualche camion diretto al confine etiopico e camionette di polizia intente a pattugliare l’area.

 

Le piccole piogge, già incontrate nel sud dell’Etiopia, si intensificano man mano che ci avviciniamo a Marsabit. Il terreno appare meno arido e la pista, lungi dall’essere un serpente di polvere, assomiglia più a un acquitrino fangoso.

 

 

Prevenire e responsabilizzare

Siamo ospitati al Centro pastorale della diocesi di Marsabit, dove è in corso un’assemblea degli operatori pastorali diocesani, voluta dal vescovo, mons. Peter Kihara. È un’occasione unica per raccogliere voci di testimoni diretti operanti in ogni parte della diocesi. Tutti hanno storie da raccontare sulle condizioni devastanti della carestia, della penuria di cibo, della perdita di vite umane e di bestiame, sia grande che minuto, a causa della prolungata siccità.

 

Incontriamo il vescovo. Sentiti i suoi ringraziamenti: «Il pronto intervento generoso di diverse organizzazioni non governative internazionali e di vari istituti missionari ci hanno permesso di affrontare in modo sistematico ed efficace il periodo più grave di penuria alimentare e di organizzare in vari luoghi centri di distribuzione di cibo. Un grazie sentito lo dobbiamo alla provincia kenyana dei comboniani che, attraverso la Fondazione Nigrizia Onlus, sono stati tra i primi a offrire il proprio aiuto, coprendo le ingenti spese per l’acquisto dei generi di prima necessità». Subito dopo, però, le sue parole fanno eco a quelle di mons. Migliorati e di molti altri missionari incontrati in Etiopia: «Ora è importante vigilare. Dobbiamo assolutamente fare in modo che la gente non cada nel circolo chiuso della dipendenza. Deve convincersi che non ci sarà sempre chi provvederà a procurarci cibo e mezzi per vivere. È una tentazione che, in passato, ha spesso creato nella gente passività e attesa inoperosa, quasi si sentisse in diritto che qualcuno intervenisse a soddisfare i suoi bisogni».

 

Un’illuminante chiacchierata con Joseph Mirghician, direttore della Caritas diocesana, responsabile anche del settore sanitario e della Commissione Giustizia e Pace, ci conferma che anche per le diocesi di Marsabit, Lodwar, Isiolo e Machacos (dove si sono concentrati finora gli interventi di aiuto della Fondazione Nigrizia Onlus per l’acquisto e distribuzione di generi alimentari) vale quanto osservato nella diocesi di Hawassa: è importante progettare non solo per gli interventi di emergenza, ma ancora di più per il dopo-emergenza. «È imperativo creare nel più breve tempo possibile condizioni che consentano di prevenire ulteriori carestie e crisi alimentari». Sottopone alla nostra attenzione un triplice intervento a più lunga scadenza: «Intendiamo acquistare alcuni grandi contenitori per l’acqua piovana (da 5 o 10 mila litri), da installare in zone strategiche per offrire alla gente la possibilità di attingere acqua potabile, risparmiando soprattutto alle donne i lunghi percorsi per raggiungere qualche bacino d’acqua spesso inquinata dalla presenza di batteri e dal bestiame che va ad abbeverarsi. Ci proponiamo di finanziare lo scavo di pozzi e la costruzione di piccole dighe per creare bacini di raccolta d’acqua nella stagione delle piogge. In terzo luogo, vorremmo che il sostegno che stiamo dando alle puerpere e ai neonati potesse prolungarsi nel tempo». Lo invitiamo a stendere dettagliatamente i tre progetti, con costi e tempi, e di non esitare a sottoporceli, promettendo di fare tutto il possibile per aiutare almeno in parte.

 

I responsabili comboniani del Centro pastorale di Marsabit, impegnati soprattutto nel campo della giustizia, della pace e della promozione dei diritti umani, ci propongono la sponsorizzazione di un programma di formazione di leader laici. Ci dice padre Agostino Zanotto, da 40 anni impegnato in Kenya: «Vorremmo prepararli a un “ministero di avvocatura”, mirato alla promozione del rispetto dei diritti delle donne e degli strati sociali più deboli, e alla soluzione dei conflitti etnici e sociali, legati allo sfruttamento di risorse fondamentali per queste popolazioni nomadi o seminomadi, quali l’acqua e i pascoli. La rivalità tra i borana e i gabra, sorta dopo alcune raccapriccianti vendette incrociate che portarono alla morte di numerose persone, non è ancora del tutto risolta. Siamo ancora lontani da una vera pacificazione tra i due gruppi. Occorrerà molto tempo perché le ferite possano rimarginarsi, ma non possiamo rinunciare al nostro ruolo di “costruttori di pace” e riconciliatori. Che centra tutto questo con l’emergenza alimentare? Provate a immaginare una siccità e una carestia scoppiate in una zona abitata da gruppi etnici che si guardano in cagnesco. Le difficoltà e le sofferenze si moltiplicano per dieci e risposte concrete alla crisi non arrivano mai».

 

 

Resoconti

Il 27 novembre arriviamo, finalmente, a Nairobi. Presso la procura dei comboniani della capitale kenyana abbiamo modo di verificare i passi già compiuti nell’assegnazione di parte dei fondi già inviati dalla Fondazione Nigrizia Onlus e suddivisi tra le diocesi di Marsabit, Lodwar, Isiolo e Machacos.

 

Il procuratore provinciale, padre Santiago Jiménez, ci mostra un’infinità di incartamenti. «I vescovi o i loro amministratori ci inviano richieste precise di cibo, medicinali, sementi, tende… Noi controlliamo ogni cosa, poi contattiamo i commercianti, che ci danno una fattura pro-forma. Ricevuto il nostro assenso, preparano la spedizione del materiale richiesto, ci consegnano la fattura e noi paghiamo. Siamo in contatto costante con i vari centri diocesani. Da essi esigiamo resoconti dettagliati e immediati. Senza un preciso rendiconto, dovutamente documentato, di ciò che si è fatto con un carico, non parte il secondo ». Troppo severi? «No! Seguiamo solo le direttive dateci dagli stessi vescovi che si rivolgono a noi per assistenza».

 

P. Santiago ci informa anche che il progetto di assistenza alimentare e di scavo di pozzi gestito dal friulano fratel Dario Laurencig nella missione di Lokichar, nel distretto del Turkana, diocesi di Lodwar, prosegue secondo quanto programmato e ci consegna le fotocopie di contratti firmati e fatture. E poi: «E questa è la documentazione circa gli aiuti inviati a mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti, per l’assistenza ai somali nei campi per rifugiati».

 

 

Box: Gli interventi di Fondazione Nigrizia Onlus, euro per euro

I progetti di emergenza nel sud dell’Etiopia sono indirizzati in particolare alla costruzione di 15 impianti idrici (trivellazione di pozzi, piccoli acquedotti, stazioni di pompaggio e distribuzione di acqua) in altrettanti villaggi, scuole e cliniche in cui operano i missionari comboniani a servizio della chiesa locale, nel vicariato apostolico di Hawassa. Il vescovo, mons. Giovanni Migliorati, ha fatto pervenire alla Fondazione Nigrizia Onlus un dettagliato programma di realizzazioni che, oltre agli impianti idrici, prevede la distribuzione di derrate alimentari secondo i piani stabiliti in accordo con le autorità locali e l’ampliamento dei servizi in campo sanitario, soprattutto a favore di donne e bambini di 12 distretti territoriali in un’area di circa 2.500 km2, popolata da 308.568 persone censite. Il programma prevede anche il rifacimento di un tratto di 11 km di strada per poter raggiungere con gli aiuti una popolosa zona interna. Il contributo iniziale richiesto alla Fondazione Nigrizia Onlus per sostenere gli interventi previsti e di € 200.000,00. I tempi di realizzazione sono stimati in due anni.

Nel nord del Kenya, in particolare nella regione di Marsabit, sono previsti interventi nel settore idrico, con la costruzione di pozzi e di piccole dighe per la raccolta dell’acqua piovana in 6 distretti amministrativi, con almeno 7.200 beneficiari diretti. Si tratta di zone abitate da popolazioni seminomadi, le più a rischio di carestia in caso di siccità persistente, in quanto si spostano abitualmente lungo le fasce semidesertiche per evitare possibili conflitti con le popolazioni agricole stanziali. Le attività di emergenza comprendono anche interventi nel settore sanitario, con la costruzione di latrine e di punti protetti per la raccolta dei rifiuti negli insediamenti provvisori per sfollati e rifugiati a causa della siccità. La diocesi di Marsabit, attraverso la locale Caritas, gestisce direttamente questi progetti idrici e sanitari, promuovendo anche la realizzazione di vivai per la riforestazione e la produzione di miele, potendo contare su una significativa quantità di api presenti sul territorio, nonostante la recente prolungata stagione siccitosa. Il costo totale delle realizzazioni previste in 3 anni di attività nella vasta area di competenza della diocesi ammonta a € 857.873,00, cui la Fondazione Nigrizia Onlus concorre, con altre organizzazioni cattoliche europee.

Prosegue, intanto, il progetto, già in parte finanziato con il primo invio di fondi in Kenya, nella diocesi di Lodwar, nella regione Turkana, riguardante la regolare fornitura di generi alimentari essenziali (farine vitaminizzate, fagioli, mais, olio, ecc.) e la costruzione di 6 pozzi, per un totale di € 104.540,00.

Il buon utilizzo dei fondi raccolti per l’emergenza umanitaria nel Corno d’Africa (al 20 dicembre siamo a quota € 1.077.766,97) e garantito dalla elevata competenza professionale e dalla dedizione umana e morale con cui i diretti interlocutori locali seguono le singole iniziative, puntando non tanto sulla rapidità e quantità realizzativa, ma piuttosto sull’efficacia di ogni singola azione, accompagnata sempre da un preciso piano formativo legato agli aspetti più elementari della salute, dell’igiene e della convivenza pacifica, anche in situazioni di grave crisi umanitaria.

 


 



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