GIUFÀ – DICEMBRE 2016
Gad Lerner

Un ragazzo senegalese di vent’anni, che ha attraversato il deserto e il mare per agguantare finalmente i lembi di una buona vita, ha accusato nei giorni scorsi un improvviso malessere ed è stato ricoverato all’ospedale di Padova.

Trovo i volontari di Percorso Vita onlus scuri in volto, gli occhi lucidi. Stanno aspettando che il fondatore, don Luca Favarin, torni da una missione difficilissima: comunicare a questo giovane uomo che è affetto da un tumore incurabile e che i medici prevedono che lo porterà alla morte in un mese.

Lo so, è una storia minuscola nella sua assoluta tragicità. Lui si sentiva forte come un leone nell’affrontare le incognite del viaggio, la malattia in agguato era asintomatica. Come gli altri, sentiva la responsabilità di un incarico familiare.

Tornato dall’ospedale, don Luca non è sceso in dettagli. Ci ha detto solo che il primo pensiero del ragazzo sopravvissuto al mare e destinato a morire subito dopo nel luogo della sua salvezza, è stato per sua madre: chi provvederà al suo sostentamento laggiù, ora che l’“investimento” compiuto su di lui si rivela tutto in perdita?

Lo so, è una storia normale che può rovinare famiglie di ogni latitudine, nazionalità o condizione sociale. Ritrovarla dentro il contesto delle comunità d’accoglienza, dove si cerca di declinare al futuro l’energia vitale di una gioventù che ha vissuto già molteplici incontri ravvicinati con il male, mi ha fatto l’effetto di uno sgambetto. La paura di ruzzolare proprio là dove incontri il senso di un’azione positiva, la buona pratica che produce risultati.

Da Stefano Ferro e don Luca Favarin ho saputo che sono ormai una cinquantina i privati che nel padovano hanno messo a disposizione alloggi di loro proprietà per ospitare i richiedenti asilo. Li vogliono sottrarre ai grandi centri di raccolta in cui vengono ammucchiati a centinaia, ma anche a un’idea di micro-accoglienza in cui si mira solo a isolarli e nasconderli.

Ci sono progetti di lavoro agricolo. Due ristoranti gestiti dalla cooperativa “Padova accoglie” che impiegano regolarmente tredici migranti (tutti “deniegati”, cioè in ricorso dopo che si sono visti respingere in primo grado la richiesta di protezione umanitaria). Uno in particolare, chiamato “Strada facendo”, è divenuto il ristorante alla moda di questi tempi a Padova, grazie alla bravura dello chef, al buon gusto di Carolina e all’impegno dei ragazzi africani.

Hanno superato senza traumi la stagione delle minacce, quando l’ex sindaco leghista andava con telecamera a suonare il citofono dei cittadini colpevoli di dare ospitalità ai migranti. Collaborano con l’università per studiarne un inserimento duraturo.

Una visita padovana che rassicura, nei giorni oscuri dell’avvento di Trump. Il nostro destino non è segnato. Ma quel ragazzo senegalese in ospedale…  

Immagine tratta dal cortometraggio d’animazione “Destino” di Salvador Dalì e Walt Disney