Parole del Sud – Agosto 2013

José Claudio Ribeiro e Maria do Espírito Santo, una coppia che viveva in una piccola proprietà di Nova Ipixuna, nello stato del Pará, sono stati barbaramente ammazzati il 24 maggio 2011 da due pistoleiros. Il loro crimine: difendere il loro diritto alla terra e quello di tanti altri piccoli contadini. E denunciare alle autorità locali tutti coloro che invadono le terre e distruggono l’ambiente per vendere legname pregiato, produrre in condizioni subumane carbone vegetale per gli altiforni delle industrie siderurgiche, “ripulire” il territorio e aprire il cammino ai grandi progetti economici di “sviluppo regionale”.

José e Maria erano amici di suor Dorothy Stang, pure lei uccisa nel 2005, sempre nel Pará. Oggi, gli esecutori si trovano in prigione, ma i mandanti dei tre omicidi, pur con prove schiaccianti contro di loro, rimangono in libertà. Pará e Maranhão si stanno disputando da anni il tragico primato dello stato con il maggior numero di casi di violenza. Dal 2002 a oggi la palma dei conflitti è del Pará, ma il Maranhão, con un ricchissimo ecosistema di transizione tra l’Amazzonia e il Nordeste brasiliano, ha registrato per il terzo anno consecutivo la più alta incidenza di conflitti agrari. E per conflitti agrari intendiamo espulsioni di piccoli proprietari o famiglie insediate da anni in terre pubbliche, minacce e aggressioni, attentati e omicidi, invasioni, querele. E le vittime sono sempre contadini, indios e discendenti degli antichi schiavi, i quilombolas.

Viviamo una situazione a dir poco surreale nel “moderno” Brasile. I dati ufficiali relativi alla violenza nelle aree agrarie e alle misure istituzionali adottate per democratizzarle ci fanno tuffare nel Brasile coloniale di tre secoli fa. Gli omicidi che hanno come scenario i rapporti asimmetrici con la proprietà e l’uso della terra sono il tragico prodotto dell’insolubile e perenne confronto tra l’amorale agro-business – gestito con il ferro e il fuoco da un’élite agraria senza scrupoli – e la caparbia resistenza di tanti piccoli e medi coltivatori, veri produttori di alimenti, desiderosi di vivere nei loro fazzoletti di terra, che amano e rispettano.

Il Brasile agrario sembra oggi una mescolanza di tecnologie sofisticate, di nuovi record di produzione per l’esportazione, di realtà generatrici di beni indifferenziati (es. metalli) e di numerose e vaste situazioni sociali di schiavitù, determinate anche da strutture fondiarie arcaiche. Un connubio incompatibile tra capitalismo monoculturale, altamente esportatore e concentratore di terre fertili, e situazioni di abbandono, di esclusione, di forme feudali nella struttura della proprietà e nell’uso della terra. Ma le due forme coesistono e possono essere parzialmente capite solamente mettendole a confronto, poiché sono due modi distinti e opposti di rapportarsi non solo alla terra, ma anche al futuro, alla vita.

Oggi l’élite agraria e l’attuale governo che cammina sulla stessa lunghezza d’onda, danno per scontato che l’agricoltura estensiva e in mano a pochi sia l’unica via percorribile dall’economia brasiliana e il solo modo per garantire ricchezza e sicurezza alimentare alla nazione. Una visione che non regge ai fatti.

Grava su governo ed élite agrarie la responsabilità di aver fatto svanire il sogno di una riforma agraria coraggiosa che avrebbe dovuto confiscare proprietà inutilizzabili o ottenute di forma fraudolenta, e rispettare il diritto alla terra per coloro che in essa lavorano e producono. Alcuni dati per capire qual è la radice dei numerosi e tragici conflitti per la terra.

Oggi l’agricoltura di carattere capitalista occupa il 70% delle proprietà rivolte alla coltivazione e all’allevamento: si tratta di circa 300 milioni di ettari. I piccoli proprietari che ancora vivono usando la zappa e i trattori hanno il 12% del terreno. In compenso, però, questi piccoli agricoltori producono più del 40% della produzione totale di alimenti consumati sulle tavole brasiliane. Molti di questi alimenti sono comprati, industrializzati e commercializzati dalle grandi corporazioni. Lo stesso avviene nel credito agricolo. Il 75% dei piccoli contadini, ma che possiede solo il 24% delle terre agricole, riceve solamente il 15% del credito disponibile. L’agro-business dal canto suo riceve l’80% del credito totale e controlla il 76% delle terre agricole, pur producendo, in proporzione, infinitamente meno dei contadini (meno del 60%).

Questo è il Brasile ancora sconosciuto e paradossalmente oggetto di ammirazione planetaria. È chiaro che esiste un progetto per mettere le basi di una nazione che vuole essere egemonica nel continente latinoamericano. Anche se ciò significa mettere mano a diritti costituzionali che sembravano consolidati. Anche se ciò significa spargere sangue, sudore e lacrime di tanti nuovi schiavi!