Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di maggio 2026.
Immaginate una poesia che risuoni nel senato di un parlamento europeo, un luogo abituato a un altro genere di parole. Ma quelli citati sono versi politici, che riusciranno a influenzare il corso degli eventi.
Siamo in Francia, è il 1998, e nell’aula echeggiano i versi di I’ve come to take you home (Sono venuta per portarti a casa). L’autrice di quelle parole è un’attivista sudafricana, Diana Ferrus. La forza dei versi fu tale che, il 29 gennaio 2002, la poesia fu inserita nel verbale del senato francese che autorizzava il rimpatrio in Sudafrica dei resti di Sarah Baartman, donna khoisan portata con la forza in Francia quasi due secoli prima: un caso straordinario di poesia che entra nel campo del diritto.
Per anni Parigi aveva espresso resistenza per timore di aprire la strada ad altre richieste di restituzione. Ma fu proprio la forza morale di quella poesia a portare alla formulazione di una legge approvata poi nel marzo 2002. «A partire dalla data di entrata in vigore della presente legge, i resti del corpo mortale della persona nota come Saartjie Baartman cessano di far parte delle collezioni del Museo nazionale di storia naturale». Collezioni. Proprio così.
Un essere umano utilizzato da vivo come fenomeno nei freak show e poi da morto come elemento di una collezione. Anche la legge che voleva restituire pace a quella donna ha finito con l’offenderla ancora. Ma questa è un’altra faccenda. A partire da quella data e da quei versi, Sarah Baartman ritrova la strada di casa. Numerose erano state negli anni le battaglie degli attivisti e gli interventi artistici per portare avanti la richiesta di restituzione, ma le parole di Ferrus fecero la differenza.
La poeta, che è mancata nel gennaio scorso, nel suo paese è stata espressione della resilienza delle donne, affrontando l’oppressione coloniale e l’apartheid, scrivendo di identità e appartenenza. Era di origini khoisan, proprio come Sarah Baartman. Compose la poesia mentre studiava in Europa, nel pieno dei dibattiti sul possesso da parte della Francia dei resti della sua antenata, esposti per oltre un secolo come esemplari di “scienza” razziale al Musée de l’Homme di Parigi.
La sua poesia si colloca all’incrocio tra arte e attivismo, spiritualità e giustizia; affronta questioni come la restituzione, appunto, ma soprattutto la dignità ancestrale e la disumanizzazione dei corpi delle donne nere nella diaspora africana. Il “ritorno a casa” di Sarah Baartman non rappresentò solo il dovuto onore alla memoria di un essere sfruttato e degradato ma l’indispensabile abbraccio della terra, della comunità e della memoria ancestrale.
Ferrus fu membro della delegazione sudafricana che viaggiò con le sue spoglie dalla Francia. Era il 9 agosto 2002 – Giornata della donna in Sudafrica e Giornata internazionale dei popoli indigeni – quando Sarah fu finalmente sepolta nella valle del fiume Gamtoos, a Hankey, suo luogo di nascita, provincia del Capo Orientale. Ferrus ha scritto molte poesie sui temi della violenza di genere, della schiavitù, delle culture dei khoisan e delle popolazioni nere di lingua afrikaans come loro.
Ha fondato organizzazioni per promuovere le scrittrici e gli scrittori neri e la lingua afrikaans. Quando iniziò a scrivere, case editrici affermate si rifiutarono di pubblicare le sue opere. Così fondò la Diana Ferrus Uitgewers/Publishers. Tre sono le sue raccolte di poesie: Ons Komvandaan (2005), I’ve Come to Take You Home (2010) e Die Vrede Kom Later (2019). In una delle sue ultime esibizioni pubbliche dichiarò: «Erano ancora al cancello per tenermi fuori, quando io ero già sul tetto!».
Sarah Baartman
Sarah Baartman, nota come “la Venere Ottentotta” nacque nel 1789 nell’odierno Sudafrica. Nel 1810 fu portata a Londra dove venne esibita nei freak show, “spettacoli di fenomeni da baraccone”, e negli zoo umani per mostrarne le sue pronunciate caratteristiche fisiche. La schiavitù era ormai vietata e così fu accolta come una “nera libera”. Ma libera non fu mai. Fu poi venduta a un addestratore di animali di Parigi. Qui il suo corpo continuò a essere utilizzato per soddisfare il voyeurismo europeo.
Morì nel 1816. Dopo la sua morte fu realizzato un calco in gesso del suo corpo, ne venne rimosso lo scheletro e asportato il cervello e i genitali. I resti furono conservati in formalina ed esposti in bottiglie al Musée de l’Homme di Parigi fino al 1974. La sua storia è diventata emblematica della perdita di identità e sottomissione subita dagli africani, in particolare dal popolo griqua al quale Sarah Baartman apparteneva, e dalle persone di discendenza khoisan, sotto il dominio coloniale e l’apartheid.