Addio ad Arturo Paoli
Lo affermava fratel Arturo, morto ieri al Lucca, a 102 anni. Un uomo mite e coraggioso, un religioso determinato e radicale che ha segnato il nostro tempo. Ha collaborato a lungo con Nigrizia. Lo ricordiamo riproponendo una sua intervista del maggio 2000.

Si svolgeranno domani alle ore 18.00, nella cattedrale di Lucca, il funerali di Arturo Paoli, sacerdote e Piccolo Fratello del Vangelo (della famiglia spirituale di Charles de Foucauld), morto ieri nella sua abitazione presso la canonica della parrocchia di San Martino in Vignale. Aveva 102 anni. Sarà sepolto, secondo la sua volontà, nel piccolo cimitero di San Martino in Vignale.

Nato a Lucca nel 1912, si laurea in Lettere nel 1936 e ordinato sacerdote nel 1940. Partecipa alla Resistenza e aiuta gli ebrei perseguitati dal nazismo. Nel 1949 è viceassistente della Gioventù di Azione Cattolica ed è tra coloro che affermano l’autonomia dei laici nelle scelte politiche, posizione riconosciuta legittima solo molti anni dopo, con il concilio Vaticano II.

Incontrata la congregazione religiosa ispirata a Charles de Foucault, a metà degli anni ’50 vive a Orano in Algeria. Rientra in Italia nel 1957, ma viene allontanato dalle gerarchie vaticane che non gradiscono le sue critiche. La sua esperienza continua in America Latina (Argentina, Venezuela, Brasile) fino al 2005. Sulle pagine di Nigrizia ha tenuto, negli anni ’80 e ’90 una rubrica: Lettera dall’America Latina.

Nell’intervista che segue, raccolta da Bruna Sironi e pubblicata da Nigrizia nel maggio del 2000, dice con chiarezza qual è il suo sogno di Chiesa.

Lei ha ripetuto in varie occasioni che la cultura cristiana è responsabile dei mali del mondo. Qual è il senso della sua affermazione?

Il mondo occidentale cristiano è il luogo da cui partono tutti i comandi di morte, da cui si organizzano le guerre, in cui si realizza l’accumulazione che toglie il pane a milioni di persone. E non c’è caduto per disgrazia, in quest’avventura di essere il centro del male del mondo. È una conseguenza logica e fatale della sua cultura. Abbiamo sempre pensato che il centro di tutto è l’io, l’essere, il soggetto, e abbiamo proiettato questa filosofia su tutte le strutture politiche ed economiche che abbiamo creato.
Anche la globalizzazione non è venuta a caso, ma è la conseguenza di un cammino filosofico di secoli, che ha affermato questo principio di unificazione dando origine alla necessità di un soggetto unico, dominatore. E ha prodotto il mercato, la dittatura, il partito. Creazioni astratte, unificanti, dominanti il mondo e la storia, che hanno intrinseca la tendenza alla negazione, alla soppressione dell’altro. Ci siamo vantati di portare al mondo la civiltà, ma aveva questo veleno dentro: la necessità di sopprimere l’altro, di non riconoscergli la sua cultura, la sua religione, la sua vita. Dobbiamo assumerci questa responsabilità.

Giovanni Paolo II ha chiesto perdono per le responsabilità della Chiesa…
È molto commovente, ma è come un’aspirina per una persona che sta morendo di cancro. Il papa ha detto di aprire le porte a Cristo, ma a quale Cristo? Quello solenne, dominatore, o quello povero fra i poveri? Perciò non ha fatto altro che caricare di responsabilità il mondo cristiano.
Ci manca un’etica. Abbiamo perso il senso della giustizia. Se accettiamo la sponsorizzazione di pellegrinaggi da parte di multinazionali che conoscono solo l’etica del profitto, come possiamo dire di no alla clonazione? Dobbiamo essere integrali, coerenti, completi. La nostra etica deve partire dai diritti degli offesi, degli oppressi. È solo su questa base che possiamo pensare un nuovo mondo.

Come deve essere una Chiesa nuova?
Dobbiamo difendere Cristo dal cristianesimo, dalla cultura cristiana. Cristo ha predicato la fraternità, la giustizia. A partire dai poveri, dalle vittime dell’ingiustizia. Non ha fatto mai teoria, non ha mai parlato neanche di Dio, si è semplicemente messo accanto ai poveri. Cristo è essenzialmente liberatore, e liberatore dei poveri.

Lei torna spesso sulla teologia della liberazione fiorita negli anni ’70…
È stata una rivoluzione culturale in quanto vedeva possibile la conoscenza di Dio attraverso la discesa tra gli uomini, per realizzare la giustizia, l’uguaglianza, la fraternità; temi spesso dibattuti ma che non possono essere risolti senza un cambiamento totale della nostra cultura. Doveva essere un messaggio felice per i poveri, ma non poteva non suscitare la reazione dell’Erode e della Gerusalemme religiosa del tempo.

Il rapporto tra il missionario e il denaro?
La missione, come tale, non dovrebbe esistere. Lo dice Gesù stesso. Basta leggere il capitolo 10 del Vangelo di Luca. Si deve andare tra i poveri come amici, senza nulla, e farsi accogliere. Bisogna invertire la posizione: non sono io, ricco, che vado al povero, ma devo andarci povero, alla pari con lui. È il concetto stesso di missione che bisogna cambiare. Se c’è una disuguaglianza di partenza non si può mai creare una vera amicizia.