Etiopia / Infrastrutture
Nuovi incontri tra Etiopia, Egitto e Sudan per discutere i problemi legati al grande progetto idroelettrico che il governo di Addis Abeba ha deciso di avviare sul Nilo Blu. Trovato un accordo per l’avvio di 3 comitati di esperti che faranno degli studi sull’impatto dell’opera.

La scorsa settimana a Khartoum si è tenuto un altro degli incontri periodici tra Egitto, Sudan ed Etiopia per discutere dei molti problemi posti dalla decisione del governo di Addis Abeba di costruire sul Nilo Blu la Grande Diga della Rinascita Etiopica (Gerd), conosciuta anche come Diga del Millennio, la più grande dell’Africa. Sarà lunga 1800 m, alta 170 m, avrà un volume complessivo di 10 milioni di m³ e formerà un bacino di 63 miliardi di metri cubi d’acqua che occuperà più di 51 milioni di acri di terreno. La diga è in via di costruzione in una zona a 40 chilometri dal confine sudanese. Si calcola che avrà un impatto su almeno 20.000 persone delle comunità che vivono sull’area destinata ad essere coperta dall’acqua. La sua realizzazione è stata affidata dal governo etiopico, senza gara d’appalto, alla ditta italiana Salini, già costruttrice degli altri contestati progetti idroelettrici etiopici, Gibe II e Gibe III (foto), sul corso del fiume Omo. I fondi per la realizzazione del progetto saranno tutti etiopici, così almeno assicura il governo di Addis Abeba.

La costruzione della Gerd ha ovvie implicazioni sulle relazioni politiche regionali. Infatti l’uso delle acque del Nilo è strettamente regolamentato da un accodo, di epoca coloniale, tra gli stati del suo bacino, in cui l’Egitto ha di gran lunga la quota maggiore, seguito dal Sudan. La sua rinegoziazione, chiesta dagli altri stati e con particolare urgenza dall’Etiopia, è in fieri da anni e non sembra che una soluzione generale e definitiva sarà facilmente e velocemente trovata. L’acqua del Nilo, infatti, è di cruciale importanza per l’economia dei paesi rivieraschi, sia per la produzione di energia che per l’impulso alla produzione agricola, con lo sviluppo dell’irrigazione, in zone che dipendono ancora in gran parte dall’agricoltura di sussistenza.

L’impatto della diga sulla regione è stato preso in considerazione da un comitato internazionale di esperti (IPoE) che ha proposto diversi studi per valutare i cambiamenti sulla portata delle acque a valle, sul clima nel bacino formato dalla diga stessa, sulla salute (ad esempio, è previsto un cordone di 5 chilometri attorno al bacino precluso agli insediamenti umani, per l’aumento inevitabile della malaria) e molto altro ancora.

Nell’incontro della scorsa settimana, i tre paesi hanno trovato un accordo per l’avvio di 3 comitati di esperti che porteranno avanti gli studi proposti dall’IPoE, che erano aspramente avversati dall’Etiopia, e duramente voluti dall’Egitto, che dipende quasi esclusivamente dalle acque del Nilo per il suo sviluppo economico. I tre comitati, che lavoreranno sotto la direzione di esperti internazionali non di parte, dovranno presentare le loro conclusioni in sei mesi. Ma intanto la costruzione della diga andrà avanti.

L’accordo ha, in qualche modo, allentato le tensioni tra Egitto ed Etiopia, altissime negli ultimi mesi sulla questione della diga, mentre il Sudan, che ha già fatto un accordo per l’acquisto di energia dall’Etiopia, ha in questo momento un ruolo di mediazione da cui trae indubbi vantaggi diplomatici, oltre che economici.