PAROLE DEL SUD – giugno 2011
Giampietro Baresi

«Come va il Brasile della prima donna presidente? ». È l’ovvia domanda che molti non brasiliani si pongono oggi, dopo la fine del fenomeno Luiz Inácio “Lula” da Silva. In Brasile, invece, l’interrogativo è dettato non solo dalla curiosità, ma soprattutto dalla speranza di un’intera nazione.

La pagella dei primi mesi della Dilma Rousseff (vincitrice delle presidenziali al secondo turno, il 31 ottobre 2010, è alla guida del paese dal 1° gennaio 2011) è più che buona, se si danno per validi i numeri dei sondaggi. Rapportata a quella di Lula (assegnatagli nei primi mesi del suo primo mandato presidenziale, dal 1° gennaio 2003), è addirittura migliore. Tento di riassumere le principali ragioni del grande sostegno popolare di cui la nuova leader gode.

Dilma ha saputo trasmettere un’immagine di serietà, di sicurezza e di competenza. Con il trascorrere dei giorni, ha dato chiari segni di non voler agire all’ombra della figura di Lula, anche se non abbandonerà la strada tracciata dal predecessore.

Alcune differenze sono evidenti. Dilma non ha la capacità di Lula di parlare alle masse e di elettrizzarle. È molto meno impulsiva. I suoi discorsi sono più controllati e motivati: intende ovviamente evitare le molte contraddizioni in cui era caduto il predecessore nei suoi discorsi pubblici. Se Lula sapeva come suscitare l’entusiasmo di un popolo, Dilma sembra cosciente che i brasiliani non hanno bisogno di molti fiammiferi per incendiarsi.

Questo stesso stile, controllato al punto da sembrare dimesso, sta ispirando anche la sua azione internazionale. Evita di avventurarsi in iniziative rischiose in un mondo politico crudele, in cui ragionevolezza, onestà, trasparenza e generosità sono considerate ingenuità. Da questa sua politica sembra ci stiano guadagnando Stati Uniti and Co. e perdendo – almeno un poco – i governi latino-americani di sinistra. Tutto sommato, tuttavia, la scelta di sinistra del Brasile non dovrebbe essere intaccata. Va ricordato che Dilma è stata segnata nel corpo e nell’anima dalle torture della dittatura militare (1964-1985).

La buona pagella di Dilma non significa, però, che i problemi del paese siano pochi o di poco conto. In materia di economia, continua la buona fase, ma non mancano scogli pericolosi, quali il ritorno dell’inflazione, i risultati negativi della bilancia commerciale e l’invasione speculativa spinta dai succosi vantaggi derivati da interessi reali che sono i più alti del mondo. Come sempre, a pagare sono i poveri, colpiti dalla riduzione delle politiche sociali e dalla stretta dei salari e del credito.

Il Brasile continua a essere uno dei luoghi più ingiusti del mondo. La maggioranza delle persone soffre di un’assistenza sanitaria disastrosa. L’insicurezza regna sovrana, con altissimi indici di violenza, che colpiscono soprattutto i giovani. Per lo più giovani sono anche il mezzo milione di persone in prigione.

A preoccupare maggiormente gli esperti di economia è il fatto che il paese avanza un po’ a casaccio, senza costruire le strutture indispensabili per un processo solido che permetta di liberare dalla miseria milioni di cittadini.

Il Brasile di Dilma è il gigante di sempre, con importanti progressi e con immense possibilità, ma anche con grandi e gravi problemi. L’immagine di una nazione che va a gonfie vele e che dispensa solidarietà internazionale è, a dir poco, semplicistica.

Questo panorama ha ricadute anche sul ruolo della chiesa. Si impone, pertanto, una riflessione sul lavoro missionario. Mi è capitato di ascoltare, e con una certa frequenza, un discorso riassumibile più o meno così: «Con la diminuzione della povertà, anche la vostra missione, incentrata sulla scelta dei poveri, s’incammina verso la propria fine».

Deduzione del tutto ingenua. L’opzione dei poveri non è il traguardo finale della missione che Gesù Cristo ha lasciato ai suoi discepoli. Senza dubbio, è una meta decisiva nell’impegno di preparare la venuta di quel Regno di Dio che sempre chiediamo nella preghiera del Padre Nostro. E anche prioritaria, dato che la povertà è la piaga più vistosa del peccato di un mondo ingiusto. Tuttavia, anche se si arrivasse un giorno a sradicare la povertà dal mondo o in determinati paesi, continuerebbe la sfida di creare società giuste, con una convivenza serena, in cui tutte le persone possano vivere tranquille, con i diritti riconosciuti e con uguali opportunità. Non sarà mai del tutto compiuta la missione di instaurare il Regno di giustizia, pace e felicità che Dio vuole per i suoi figli.

L’Italia e tutti gli altri cosiddetti “paesi ricchi” sono lì a dimostrare come la missione della chiesa è davvero senza fine.