Rapporto Amnesty International 2015
Ieri Amnesty international ha pubblicato il suo rapporto annuale sullo stato dei diritti umani nel mondo. Il 2014 è stato un anno catastrofico per milioni di persone intrappolate nella violenza, specie in Africa dove le reazioni alle violazioni commesse da stati e gruppi armati nei conflitti è stata "lenta e inefficace".

«Il 2014 è stato un anno devastante per coloro che cercavano di difendere i diritti umani e per quanti si sono trovati intrappolati nella sofferenza delle zone di guerra. I governi a parole sostengono l’importanza di proteggere i civili ma i politici di tutto il mondo hanno miseramente fallito nel compito di tutelare coloro che più avevano più bisogno d’aiuto». Si apre così l’introduzione del rapporto annuale sui diritti umani 2014-2015 di Amnesty International (Ai), redatta dal segretario generale Salil Shetty.
Un giudizio durissimo che contiene anche delle accuse dirette alle Nazioni Unite, colpevoli di esser state incapaci di affrontare molte delle questioni legate ai conflitti in corso nel mondo, e in particolare quelli del continente africano, dove sono stati i civili ad essere maggiormente colpiti.

L’appello
A tal proposito l’organizzazione ha lanciato un appello ai cinque stati permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: “rinunciare al loro diritto di veto” nei casi di genocidio o di altre atrocità di massa, in modo da dare alle Nazioni Unite un più ampio margine d’azione per tutelare i civili in caso di gravi rischi per le loro vite. Un’istanza che parte da un dato di fatto chiaro: molto spesso è stato anche a causa del diritto di veto che il Consiglio di Sicurezza è rimasto immobile di fronte a varie crisi, situazioni di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Sono fallimenti di governi e istituzioni sovranazionali che «non hanno riguardato solo l’incapacità d’impedire le atrocità di massa», ma anche la negazione «dell’assistenza diretta ai milioni di persone in fuga dalla violenza che inghiottiva villaggi e città» sostiene il rapporto di Ai.

L’Africa senza diritti
Largo spazio è stato purtroppo necessariamente riservato dal rapporto al continente africano. «Nell’anno della ricorrenza del 20° anniversario del genocidio ruandese, violenti conflitti hanno attanagliato parte del continente (…) i politici hanno ripetutamente calpestato le regole che proteggono i civili o hanno abbassato lo sguardo di fronte alle fatali violazioni di queste regole da parte di altri» sottolinea infatti il segretario Salil Shetty.
La povertà porta alla privazione dei diritti di base in Africa. Pur essendo considerato un continente in crescita soprattutto sul piano sociale, ambientale ed economico e anche se molti stati africani hanno fatto progressi verso il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite, i dati ricordano che la crescita economica non riesce a migliorare la vita di tutta la popolazione. «Mentre la percentuale di povertà complessiva in Africa è nell’ultimo decennio diminuita, il numero totale di africani che vivono sotto la soglia di povertà (ovvero con 1,25 dollari Usa al giorno) è aumentato» sostiene il documento di Amnesty.  Ovviamente l’organizzazione mette in evidenza il forte legame esistente tra conflitti e fragilità politica dei paesi africani e la negazione dei diritti essenziali delle sue genti.
Il rapporto ricorda, infatti, situazioni e contesti molto delicati dove le violazioni dei diritti dei civili si sono intensificate come la Repubblica Centrafricana, il Sud Sudan, Libia, Mali e Nigeria e altri dove non si sono trovate soluzioni nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), il Sudan e Somalia.
Le persecuzioni e le discriminazioni nei conflitti e nei regimi fanno la loro parte nelle violazioni dei diritti nel continente, spingendo migliaia di persone a fuggire e migrare peggiorando le loro condizioni, dice il documento.
Particolare preoccupazione poi è data dal crescente potere di gruppi armati non statali come Boko haram, Stato Islamico, Al Shabaab, che Amnesty considera le minacce più gravi per la pace internazionale e soprattutto per la popolazione civile, e che purtroppo agiscono tutte nel continente.
Un’altra caratteristica africana rilevata è quella della repressione e la riduzione dello spazio politico durante quest’anno. «In diversi casi, le forze di sicurezza hanno risposto a manifestazioni e proteste pacifiche facendo uso eccessivo della forza. Ancora in troppi luoghi, le libertà d’espressione, associazione e pacifica riunione hanno continuato a essere soggette a gravi restrizioni». Un esempio in questo senso riportato dal rapporto è quello dell’Egitto.

Le accuse all’Ua e all’Onu
Amnesty poi, per ciò che concerne l’Africa, lancia il suo rimprovero alle istituzioni sovranazionali, in particolare l’Unione Africana (Ua), che pur avendo «compiuto alcuni passi significativi per dare una risposta ai conflitti emergenti nel continente» questi sono risultati «troppo esigui» e sono arrivati «troppo tardi», facendo sorgere forti dubbi sulla sua capacità di risposta a tali criticità.  Un giudizio che vale anche per le Nazioni Unite, accusate di non esser state efficaci soprattutto nei casi della Repubblica Centrafricana e in Sudan.

L’impunità africana
Una caratteristica che accomuna tutta l’Africa è sicuramente quella dell’impunità per i crimini di diritto internazionale. «Il 2014 non soltanto ha visto il ciclo d’impunità proseguire inesorabilmente in paesi come Centrafrica, Rdc, Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Sudan, ma è stato anche segnato da una grave reazione negativa della politica nei confronti del lavoro della Corte penale internazionale» dice il rapporto. I governi africani tendono a garantire l’impunità penale di capi di stato o autorità indagate per crimini contro l’umanità, e spesso ostacolano il lavoro della corte.

Cambio di rotta
Amnesty conclude dicendo che se si vogliono affrontare e risolvere i conflitti in corso nel continente è necessaria una svolta «nella volontà politica tra i leader africani, oltre che sforzi concertati a livello nazionale e regionale, in grado d’interrompere il ciclo d’impunità e affrontare le cause alla base dei conflitti». Se ciò non dovesse avvenire, la pace nel continente resterà un sogno irrealizzabile. Essa non può prescindere dal rispetto dei diritti umani. 

Nella foto in alto un milziano Anti-Balaka armato di machete nella Repubblica Centrafricana. (Fonte: tempi.it). Sopra il video della presentazione del rapporto di Amnesty International.