Egitto / Paese nel caos dopo lo scioglimento del parlamento
Dalle presidenziali è uscito eletto l’islamico Mohamed Morsi. Ma è un presidente che giura fedeltà a una costituzione sospesa, di fronte a un parlamento vuoto, e con un potere che gli verrà conferito dall’esercito. Sono ancora i militari, infatti, ad avere in mano il controllo di tutto. Che fine hanno fatto le rivolte di un anno fa?

L’annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali avrebbe dovuto avvenire il 21 giugno. Il 20 sera, però, ecco il comunicato delle autorità egiziane: «La proclamazione dell’esito dello scrutino è rinviato sine die». Dopo tre giorni di attesa, nel pomeriggio del 24, il presidente della commissione, Faruk Sultan, ha finalmente proclamato Mohamed Morsi presidente eletto dell’Egitto con il 51,7% dei voti, contro il 48,3% di Amhed Shafiq.

 

Già prima del voto, molti egiziani avevano espresso, sobriamente, perplessità sulle scelte che avevano a disposizione. Da una parte Shafiq, considerato troppo vicino agli interessi del precedente governo di Hosni Mubarak (ex generale, era stato primo ministro del Faraone), legato all’esercito e propenso a mettere la sordina alla “rivoluzione”. Dall’altra, Morsi, dei Fratelli Musulmani, accusato di essere fortemente legato agli integralisti religiosi e avversario della parte laica del paese e delle minoranze.

 

Nel voto del 16-17 giugno, il primo ha certamente raccolto il consenso delle minoranze e di molti musulmani moderati; il secondo, invece, ha potuto contare su un folto gruppo di sostenitori fedeli, organizzati e motivatissimi, che hanno inflitto perdite pesanti ai vecchi paladini di Mubarak.

 

La vittoria di Mohamed Morsi era la più facile da pronosticare. È doveroso sottolineare, però, che il suo margine di vittoria è stato minimo. In poco più di sei mesi, il suo bacino elettorale si è ridotto di circa il 20%. Anche l’affluenza alle urne si è ridotta (del 40%, rispetto al 59% del recente passato), a dimostrazione della grande incertezza e della disaffezione diffuse tra la gente, apparentemente rassegnata ai tipici giochi di potere di un tempo.

 

Il partito dei Fratelli Musulmani (Fjp – Partito della libertà e della giustizia) ha poco da festeggiare. Il 14 giugno, pochi giorni prima dello scrutinio presidenziale, la Suprema corte costituzionale ha dichiarato invalida l’elezione del parlamento. Con quali conseguenze? Il nuovo appuntamento elettorale, che nel percorso di “ricostruzione” dell’Egitto post-Mubarak doveva essere l’ultimo tassello per l’avvio di un nuovo governo, di fatto è stato un ritorno al punto di partenza.

 

L’Egitto è nel caos: senza costituzione (da dopo la caduta del rais l’11 febbraio 2011 ad oggi, il paese non è stato in grado di dotarsi di una nuova e definitiva Carta fondamentale) e senza parlamento. Queste elezioni hanno messo in luce, meglio di ogni altro evento, quanto la nazione sia impreparata ad accogliere e sostenere il bisogno di cambiamento di cui necessita urgentemente. Il paradosso sta nel fatto che il presidente sarà chiamato a giurare fedeltà a una costituzione sospesa, di fronte a un parlamento vuoto e investito di un potere conferitogli dall’esercito (sempre che l’esercito non cambi idea: la sta cambiando ogni giorno che passa, e sempre a proprio favore).

 

Le tappe della crisi


Come si è arrivati a questo punto? Il 14 giugno l’Assemblea del popolo (la camera bassa) è stata sciolta dal Comando supremo delle forze armate (Scaf ), in base a una sentenza della Corte costituzionale (composta da 18 membri, tutti eletti dal vecchio presidente), secondo cui il sistema elettorale misto proporzionale-maggioritario ha inficiato la regolarità del voto. La decisione è inappellabile e si è rivelata, a tutti gli effetti, un guanto di sfida sbattuto in faccia ai Fratelli Musulmani. Questi, a loro volta, hanno contestato la validità della decisione, invocando un referendum. La sentenza della Corte segna, di fatto, la fine del breve fidanzamento tra la Fratellanza musulmana e l’esercito, iniziato dopo la vittoria del Fjp alle legislative e finalizzato all’isolamento dei giovani della rivoluzione, ormai un ostacolo per la gestione del potere da parte del partito islamico e dei militari.

 

La ragione dello scioglimento della camera bassa è che una parte dei seggi parlamentari doveva essere assegnata a rappresentanze individuali, non legate a partiti. Questo non è avvenuto. E se n’è avvantaggiata la maggioranza integralista musulmana. La tentazione dei vincitori di volere la “torta” tutta per sé è stata irresistibile. Infatti, anche nella formazione dell’assemblea destinata a riscrivere la costituzione, dei 100 rappresentanti del popolo solo 5 provenivano dalle minoranze cristiane e le donne erano solo 6. Le minoranze cristiane si erano dimissionate, perché la loro “inclusione” era considerata del tutto inutile.

 

Il problema politico posto dalla decisione della corte non è tanto sulla legittimità del provvedimento, quanto sulla tempistica. L’ingordigia non è salutare, ma quando il medico che la vieta è, a sua volta, obeso, la decisione diventa poco credibile. Tanta severità nella medicina democratica prescritta dall’esercito, ad esempio, non ha avuto uguale applicazione quando il candidato dei militari, Ahmed Shafiq, avrebbe dovuto essere squalificato in virtù di una legge parlamentare che impediva una candidatura governativa a ogni membro del precedente governo di Mubarak. Cosa vuol dire? A conti fatti, l’esercito ha cominciato a temere l’accumulo di potere (fino ad oggi detenuto dai militari) nelle mani degli integralisti ed è corso ai ripari. La decisione di sciogliere il parlamento e di annullare tutto ciò che è stato fatto nei primi passi della democrazia egiziana è gravissima e considerata dagli osservatori esterni un silenzioso colpo di stato. Nel caso qualcuno avesse dei dubbi su quest’analisi, è sufficiente guardare la progressione dei fatti avvenuti nel caldo giugno democratico.

 

2 giugno: Mubarak è condannato all’ergastolo, perché ritenuto colpevole della morte dei giovani di Piazza Tahrir. I figli del faraone, accusati di aver truffato 250 miliardi di dollari al paese, non sono stati condannati perché l’accusa è caduta in prescrizione. I soldi della famiglia sono salvi. Amnesty International ha denunciato il proscioglimento degli ufficiali maggiori della sicurezza interna, coinvolti nelle uccisioni e torture dei manifestanti.

 

12 giugno: il governo dello Scaf avverte la popolazione sul rischio di parlare con gli stranieri, perché potenziali spie nemiche del paese (per un governo che accusa i Fratelli Musulmani di allontanare il turismo, settore in cui lavorano 14 milioni di egiziani, non è poco).

 

13 giugno: il ministero della giustizia dello Scaf reintroduce le leggi di emergenza (sospese due settimane prima), che reinstaurano lo stato di polizia, autorizzano le forze dell’ordine ad arrestare ogni civile sospettato di terrorismo e ad espellere indiscriminatamente ogni straniero sul territorio, e prevedono il controllo su scioperi, censura e uso della tortura.

 

17 giugno: lo Scaf inserisce nella costituzione emendamenti che blindano ancora di più l’autonomia del potere militare da quello civile. Dopo l’elezione di un presidente senza parlamento, il potere legislativo rimarrà comunque nelle mani dello Scaf, anche dopo il 1° luglio, data fissata per il passaggio di consegne dal potere militare a quello civile.

 

La scelta dei cristiani


Come si sono mossi i cristiani in questo clima di tragico confronto? Indubbiamente, si sono trovati di fronte a una scelta difficile e, allo stesso tempo, prevedibile. Impossibile per loro votare un candidato che avrebbe accentrato il potere nelle mani dei Fratelli Musulmani. Nei primi mesi di governo a maggioranza islamica, i segnali sono andati tutti nella direzione contraria al rispetto delle minoranze. Per esempio, il governo ha aperto un’indagine sulla strage di Port Said, in cui sono morti molti tifosi, mentre non ha mai sollevato il caso della strage spregiudicata di cristiani nella chiesa di Alessandria (Capodanno 2010) e in Maspero (9 ottobre 2011). Non rimaneva che la scelta del candidato “laico”, anche se rappresentante del vecchio regime politico e dei suoi metodi coercitivi.

 

La scelta di votare per Shafiq, benché giustificata dalla logica del meno peggio, potrebbe rivelarsi politicamente molto sbagliata. È facile oggi associare la minoranza cristiana a chi ha combattuto quelli che vogliono un Egitto democratico, versando anche molto sangue per questa causa. Votando per l’ex delfino di Mubarak, i cristiani hanno corso il rischio di consegnare la rivoluzione nelle mani dei Fratelli Musulmani, che l’hanno cavalcata solo in un secondo momento e per motivi utilitaristici. Così, mentre Morsi si è affrettato a unirsi ai giovani in Piazza Tahrir per festeggiare il verdetto contro Mubarak, molti cristiani hanno celebrato l’annuncio dello scioglimento del parlamento da parte dell’esercito (è tutto ciò che questo ha comportato, inclusa la legge anti-terrorismo) come un passo verso il ristabilimento dell’ordine e della sicurezza.

 

Eppure, il voto dei cristiani (circa 4 milioni) è importante. Nel vuoto di potere del dopo-Mubarak si erano creati nuovi scenari politici che offrivano molto di più di un semplice salto in avanti rispetto al recente passato. Tuttavia, per riuscire a cambiare gli equilibri di potere sarebbe stato necessario accettare alleanze strategiche con identità politiche estranee alle proprie tradizionali associazioni. La lunga storia di autoesclusione dei cristiani dalla vita politica del paese – se non per barattare i propri diritti civili in cambio di una sicurezza, che spesso la storia ha provato effimera – ha creato una mentalità da ghetto difficile da scalfire. Ancora una volta, hanno prevalso la paura e il calcolo sul coraggio e la lungimiranza.

 

Tuttavia, qualcosa sta cambiando, spesso in aperto contrasto con le “tacite” direttive delle rispettive autorità religiose. Una buona parte del mondo giovanile cristiano, in particolare di matrice evangelica, ha scelto diversamente. Al primo turno delle elezioni presidenziali il candidato “nasserista” Hamdeen Sabahi, giunto terzo dietro Morsi e Shafiq, ha ottenuto un forte consenso trasversale, anche di molti giovani copti. La piattaforma del socialista Sabahi affronta i problemi dell’ingiustizia e disuguaglianza con un linguaggio non religioso e non elitario. Insomma: una terza via si è aperta e sarà percorribile anche dai cristiani.

 

Una chiesa che si preoccupa più dell’ingiustizia che della propria sopravvivenza potrebbe avere eserciato un forte richiamo in un momento così grave per il bene comune del paese. L’alternativa è la corresponsabilità, per omissione, in una pericolosa stagione di violenza e di fuga, che rischia di aprirsi per l’Egitto.

 

Situazione critica

Il nuovo presidente Morsi, si troverà ad affrontare una situazione pericolosa già da tempo, ma che ora potrebbe precipitare senza più freni. Il deficit è passato da 5,5 miliardi di dollari a 11,2, secondo i dati ufficiali della Banca centrale egiziana. Circa il 40% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. La categoria dei medici ha minacciato lo sciopero per un calo superiore al 50% delle risorse assegnate al settore sanitario. Le baraccopoli sono cresciute esponenzialmente: circa 1.000 intorno al Cairo, dove imperversano, impuniti, lo smercio d’armi e di droga, la prostituzione e l’abuso di lavoro infantile, e dove hanno trovato rifugio molti combattenti egiziani tornati dai fronti del Pakistan e dell’Afghanistan.

 

Nel giugno 2011, il governo militare aveva espresso un secco no all’offerta di un prestito da parte del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Pur nell’incognita del programma e dell’effettivo potere del nuovo presidente, una cosa è certa: se non si otterrà un prestito dalle grandi istituzioni finanziarie internazionali, non si andrà molto lontano. E non sono pochi a chiedersi se il neo eletto riuscirà a tenere il governo fino al giugno del prossimo anno. Tra questi il più dubbioso è il socialista Hamdeen Sabahi.

 

IDENTIKIT DI MORSI


Fino all’ufficializzazione della sua candidatura per le elezioni presidenziali, Mohamed Morsi, 61 anni, è una figura poco conosciuta nel paese. Ingegnere di professione, laureatosi nel 1982 negli Stati Uniti, entra nel movimento dei Fratelli Musulmani, ricevendo il suo primo incarico politico di spicco agli inizi del 2000, quando è eletto membro indipendente del parlamento. Per ragioni legate alla sua affiliazione politica viene incarcerato per un breve periodo.

 

Dopo la rivoluzione del 2011, è eletto leader del nuovo partito politico dei Fratelli Musulmani, il Partito della libertà e della giustizia. Il candidato del partito alle presidenziali è Khairat Al-Shater, ma Morsi gli subentra dopo la sua esclusione dalla competizione. Di Al-Shater adotta la piattaforma elettorale come conservatore islamico. Durante la campagna elettorale, si presenta agli osservatori internazionali come un moderato pronto a rispettare le minoranze e a combattere la corruzione. Al suo elettorato, tuttavia, dichiara più volte la volontà di imporre la shari‘a come base della legislazione nazionale.


 

 



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